Posto fisso

Consigli utili di un ex prof di ruolo ai 102mila nuovi prof di ruolo

Consigli utili di un ex prof di ruolo ai 102mila nuovi prof di ruolo
29 Luglio 2015 ore 05:00

Prof: sono entrati in 102.000 di ruolo. Posto fisso in una società che non lo prevede più. È rimasto solo per i magistrati e i docenti. A quelli universitari serve per spiegare agli altri come sia bello cambiar continuamente lavoro. Alle banche permette invece di erogare mutui senza troppi patemi. Ai ragazzi – la cui sola presenza, il semplice fatto di stare attraversando una fascia d’età, giustifica il lavoro dei docenti – professori di ruolo servono principalmente per misurare il grado di fortuna di cui sono stati dotati: se gliene capita uno buono, tutto ok; se gli capita l’esemplare difettoso sono dolori.

Poi ci sono gli avvicinamenti e gli avvicendamenti: non è che se un professore è di ruolo allora sta in un posto per sempre. Se vuole avvicinarsi a casa, riunirsi col marito o con la moglie, prendere la cattedra di quello della A che va in pensione, passare in una scuola più prestigiosa o, viceversa, in una nota per consentire il generale sbraco, l’unica cosa che gli rimane fissa – tutt’al più con qualche scatto – è lo stipendio. Poi dicono che ci saranno di nuovo i concorsi: e allora alcuni dei più anziani entreranno nelle commissioni giudicatrici. E dunque dovranno essere sostituiti per un certo tempo. Tranquilli, ragazzi. Famiglie: mettetevi l’animo in pace. Per qualche tempo per voi non cambierà molto. Ai nuovi docenti, invece, verrebbe da suggerire qualche pensiero utile nei giorni dell’ira (perché verranno. Verranno di sicuro).

 

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Il primo dei quali è: non prendetevela col destino cinico e baro se vi sono capitati gli studenti peggiori dell’orbe terracqueo – caparbi, maleducati, “muti e acefali in castigliano, sordi al latino, reprobi al greco, inetti alle istorie, col cervello sotto zero in geometria e in aritmetica, non sufficienti nel tiralinee, perfino con la geografia erano insufficienti! bisognava sfiatarsi per delle settimane, degli anni, a fargli capire che cos’è una carta del vittorioso Maradagal! e come si fa a far le carte: e ancora ancora non ce la facevano, poveri tesori! “ (C.E. Gadda).

Remember. Remember sempre: essi ci sono. E questa è la vostra fortuna. Se non ci fossero sareste a spasso. … gente /Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso / Argomento di riso e di trastullo, / Son dottrina e saper, come scriveva quel ragazzo di genio: coltivateli bene, perché se li spingete a prendersela a male (con se stessi, con voi, con la vita, con tutto), poi non vorranno fare figli. E così la gentile schiatta dei prof scomparirà dalla faccia della terra. Dunque: se non altro per spirito di corpo, fate che quelle zucche zampillino d’amore per la vita.

 

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Fateli godere. L’insegnamento è come uno che comincia a sbadigliare: dopo poco son tutti lì che sbadigliano anche loro. Lasciate perdere tutte le idiozie sulla didattica: un prof è essenzialmente uno sguardo nuovo e diverso sulle cose. Uno sguardo contagioso. Fate che il vostro sia sempre nuovo e in grado di rompere ogni più grigia e velenosa aspettativa su di voi seminata nelle teste dei ragazzi dai colleghi che vi hanno preceduto. La vostra patria è il mondo intero. La vostra aria è l’universo. La possibilità che vi è data di insegnare è solo un canale privilegiato in cui riversare questo respiro. Non chiudetevi nella scuola se non volete soffocare, diventare asfittici. Non vi conviene.

Leggete le pag 113-116 (il cap XXXVIII) del recente libro di Jean d’Ormesson, Il mio canto di speranza, e usatelo come agenda di indirizzi utili. Mancano un sacco di cose a quell’elenco: aggiungete le vostre. Prendete magari spunto dal capitolo precedente – XXXVII – per progettare gite scolastiche che potrebbero anche non finire con qualcuno che vola giù dal sesto piano o con le ragazze preoccupata di un ritardo topico.

Su internet, leggete le classifiche: i cento film più belli di sempre; i cento libri più importanti del secolo scorso, i cento dischi, i cento video, i cento non so cosa best ever e prendete nota di quelli che non avete ancora visto, letto o sentito. E ascoltateli, leggeteli, andateli a vedere. Vorrete mica dover sempre rincorrere il mondo?

 

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Siate grati a prescindere. Vivete di miracoli. Lo hanno consigliato personaggi come Franz Kafka, come Eugenio Montale, come Jorge L. Borges. Ezra Pound non gode di buona fama di questi tempi a causa di noti profittatori. Resta comunque un grande, e una volta ha scritto:

“Non c’è dotto che ne sappia tanto, poniamo, sui versi 100-200 del VI libro dell’Odissea, da non poter imparare qualcosa rileggendoli INSIEME ai suoi scolari, e non soltanto Ai suoi scolari. Anche se conoscesse «Donna mi prega» di Guido Cavalcanti come lo conosco io nei minimi particolari, potrà tuttavia derivare nuovi lumi da certi rinvii, da taluni confronti tra l’opera più volte esaminata e qualche altro notevole documento, affine o remoto. Ritengo che il maestro ideale, quando esamina in classe un capolavoro, lo debba affrontare quasi come non l’avesse mai visto né conosciuto”.

Vale anche per le formule di prostaferesi, il sistema periodico degli elementi, i verbi irregolari in greco o in inglese.

Attenzione: non siete soli. Anche se, una volta chiusa la porta della gabbia, vi parrà di trovarvi nella condizione del domatore di leoni, la vostra azione implica diversi intorni.

L’intorno dei colleghi, con cui i ragazzi vi confrontano inevitabilmente. Favorite il lavoro dei colleghi. Se ce n’è uno migliore di voi (sarà difficile, ma talora capita) rallegratevene, perché renderà i ragazzi migliori di quanto potreste fare voi. Il che significa che in classe avrete studenti più belli e più vivi con cui lavorare. Che è sempre meglio che averli incazzati con mondo e popolo.

L’intorno dell’istituzione. I docenti, di solito, non si rendono conto di cosa significhi doversi creare il lavoro giorno dopo giorno. Hanno il pubblico già fatto, i compratori obbligati a comperare. Non perdete tempo ad accrescere gli obblighi nei vostri confronti. Fate come se doveste convincere i ragazzi e i loro sparsi genitori ad entrare in negozio per uscire contenti di ciò che si portano via. Lavorate ad abbellire la scuola.

L’intorno città, o quartiere. Provate a diventare un vanto del circondario. Fate in modo che la gente in giro sia contenta di poter dire: lì insegna il tale. Fa bene a tutti una cosa così.

 

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Lanciateli nello spazio, i vostri ragazzi. Capisco, l’espressione è ambigua. Fa pensare a cose di cui ci si vorrebbe sbarazzare. Volevo dire il contrario, in sintonia col nostro Presidente Mattarella, che nell’unico video su Youtube in cui compare, ha indicato come un valore (perduto, ahimé) il fatto che i prof del suo tempo spingessero i ragazzi a ricercare da soli, a studiare anche al di là di quello che i professori volevano che si studiasse. Anche Tullio De Mauro, il linguista, ha raccontato in un famoso libro la stessa esperienza coi suoi professori. Lanciare qualcuno su piste proprie permette di farlo scontrare con la necessità del rigore: non si riesce a far atterrare un modulo su una cometa semplicemente tirandolo con una fionda. L’esperienza della libertà è il solo modo attraverso cui si imparano gli obblighi che le consentono di esercitarsi. Non ci fossero i paletti, nessuno slalomista potrebbe eccellere. Se Urano non fosse così maledettamente lontano o i pentaquark non fossero stati così maledettamente introvabili non ci sarebbero state le facce felici degli scienziati che abbiamo visto in questi giorni. Fate capire bene ai ragazzi come funziona questa cosa. Vuol dire: fate che la vedano nel modo di operare vostro e di coloro cui vi ispirate.

Non lamentatevi. Davvero: non lamentatevi mai. Il lamento avvelena anche te. Cerca di smettere.

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