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In prima persona

Cronaca di un bambino di 4 anni per la prima volta al palazzetto

Cronaca di un bambino di 4 anni per la prima volta al palazzetto
Pensare positivo 20 Maggio 2019 ore 13:42

Un amico banalmente calciofilo mi ha detto col sorriso: «È un tentativo patetico per portarlo verso lo sport che piace a te?». Beh, sì. Ma soprattutto è perché il basket di livello dal vivo non lo vedo da mo’, da qualche mese ho smesso di giocarci per fastidi fisici (ah, l’età) e perché a Bergamo c’è una squadra che sta facendo bene, diverte e tanti amici della palla a spicchi – negli sport di nicchia, in città, ci si conosce un po’ tutti – vanno al palazzetto, per i playoff della BB14. Così ieri, domenica 19 maggio, ho portato mio figlio Diego, 4 anni tra un mese, a vedere gara 4 dei quarti di playoff di A2. Dopo che naturalmente, in questi primi anni di vita, è stato circondato da canestrini giocattolo e palle arancioni, tra cui una autografata in presa diretta da Gigi Datome, quando nel 2017 venne al playground di via Pilo per giocare una partita di beneficienza. Spoiler: Bergamo ha battuto Montegranaro con tanto di festeggiamenti finali perché accede alle semifinali della corsa alla promozione in A1. Non male per una squadra che a inizio stagione molti davano a rischio retrocessione.

Lode alla mamma. C’era anche la mamma, presenza fondamentale, così un po’ di partita me la sono vista tranquillo anch’io. Chiariamo subito che Diego si è divertito tantissimo, anche se il gioco in sé se l’è filato poco. Il contorno, però, l’ha conquistato. Anche perché allo stadio non c’è mai stato: spero che la bellezza di andare all’Atalanta, come si dice da queste parti, resti per lui un segreto per ancora un po’. Almeno quanto la vera identità di Santa Lucia. All’ingresso ha subito dato il cinque alla mascotte Hoop, pupazzone di pastore bergamasco con la lingua fuori. Ottima accoglienza.

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All’americana. Negli Usa sono dei maestri nel fare dell’evento sportivo un momento di festa a tutto tondo. Sognando l’Nba, ci mettiamo in tribuna con patatine e birra. Fondamentali le prime, soprattutto, che tengono impegnato Diego tutto il primo quarto. E per fortuna, perché le percentuali in campo sono ridicole: 15-9 per gli ospiti, nei primi dieci minuti. Però siamo seduti vicino all’amico Ezio, chiamato Tizio con tipico gusto umoristico da scuola dell’infanzia per la storpiatura dei nomi, che coi bambini ci sa fare. Si battono le mani a tempo con Hoop, si ammira il bandierone “da pirati” («c’è il teschio!») della tifoseria, si imitano i tamburi percuotendo il seggiolino. Il secondo quarto va decisamente meglio e si cominciano a notare le qualità di Roderick, in particolare. Un fischio dell’arbitro non condiviso dal pubblico mi costringe a tappare le orecchie del piccolo per ritardare il più possibile l’arricchimento del suo bagaglio di epiteti. L’allenatore Sandro Dell’Agnello, che quando giocava veniva chiamato Sandrokan per l’ardore agonistico, si becca un tecnico per proteste. Ci sta.

La pausa e il rush finale. Fino primo tempo: un’amica di Tizio fa la volontaria della Croce Bianca, quindi ci fa visitare l’interno dell’ambulanza: piace a tutti i bambini, a meno che non stiano male davvero. Prima di tornare al posto passiamo davanti ai bagni: solita coda chilometrica nell’intervallo (uno dei tantissimi motivi per cui questo palazzetto non basta più), ma a un bambino nessuno dice di no. L’incontro riparte, i nostri vanno avanti, anche se non è che il gioco sia proprio spettacolare: il basso punteggio finale (54-52) dà il senso di una partita giocata più sui nervi che sulla tecnica. Montegranaro prova il recupero, ma il gancio di Simmons va corto sul primo ferro mentre suona la sirena. Grande festa in campo e sugli spalti.

Adrenalina a mille. L’energia si trasmette anche a Diego: «se i grandi fanno gli scalmanati, allora è roba grossa», sembra pensare. Allegria e corsette fino alla macchina, difficoltà a prendere sonno: la partita è finita alle nove e domani mattina c’è la scuola materna. Il clima di festa gli è entrato dentro. Buona la prima. Se poi un giorno decidesse di giocare a calcio, nessun problema. Non sono permaloso. Lasciare l’eredità in beneficenza, invece che alla prole, è un’idea che mi ha sempre affascinato.