10mila visitatori al mese

Il boom delle nuove Terme Cosa insegnano (e quel che verrà)

Il boom delle nuove Terme  Cosa insegnano (e quel che verrà)
08 Aprile 2015 ore 07:20

«Riannodare i fili di storie che si erano interrotte»: tale è il significato di un’opera come quella delle nuove Terme di San Pellegrino, secondo l’architetto che le ha progettate, Mauro Piantelli. «Interrotte», sì, quelle «storie», quando il capoluogo liberty del nord Italia ha perso gli edifici industriali della San Pellegrino a ridosso della storica fonte termale, rendendo di fatto quello spazio della città un vuoto urbano. Adesso, ad oltre tre mesi dalla riapertura (il 19 dicembre scorso), una media di oltre 10mila visitatori al mese fa dire all’architetto che «si tratta di un successo di tutti» e che il nuovo polo rappresenta «un grande attrattore che sta funzionando». È un buon momento, allora, per fare il punto sulle nuove Terme.

Il progetto e i numeri: un monumento all’acqua. La struttura è stata riaperta al pubblico il 19 dicembre 2014. I lavori sono stati eseguiti dalla Stilo Immobiliare Finanziaria, holding immobiliare di Antonio Percassi, e curati dallo studio DE8 Architetti. Come spiega Gianluca Spinelli, project manager di Stilo Immobiliare, il progetto ha portato alla realizzazione di spazi termali sviluppati su circa 6mila metri quadrati e aree esterne che comprendono il Parco storico della Fonte di San Pellegrino per ulteriori 3.200 metri quadrati, oltre a spazi tecnici per 900 metri quadrati. Offre un percorso benessere con oltre 40 pratiche termali, 9 piscine e vasche interne ed esterne, saune e biosaune, bagni turchi, stanze del sale e del ghiaccio, un’area massaggi.

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La gestione è stata affidata a QC Terme, gruppo che gestisce altri cinque centri termali in Italia, anche se la realizzazione del progetto è stata solo una delle tappe di un processo più lungo, iniziato nel gennaio dello scorso anno con la riapertura del Casinò municipale (il Kursaal) e del Teatro. Questo processo, frutto di un accordo di programma stipulato tra Regione Lombardia, Provincia di Bergamo, Comune di San Pellegrino Terme e Stilo Immobiliare Finanziaria nel 2007, aveva come obiettivo la rigenerazione di una zona – quella del centro di San Pellegrino – il cui destino era ormai staccato dalle sorti dell’azienda. E, più in generale, la riqualificazione di un’area precedentemente annoverata come depressa: quella della Val Brembana. Anche se la parola riqualificazione non è il termine più adatto secondo Mauro Piantelli, di DE8 Architetti, che ha sviluppato il progetto, del valore complessivo di 25 milioni di euro.

«Il primo tassello è stato recuperare e trasformare gli spazi, anche se in maniera coerente con l’identità del luogo. Stiamo parlando di un paese, San Pellegrino, la cui identità è fondata sull’acqua. Un paese che oggi è identificato come un brand commerciale globale, la minerale più buona al mondo, più che un luogo fisico. Basti pensare che il Kursaal, l’edificio liberty che ospita il casinò e il teatro, è raffigurato sul logo presente in tutte le bottiglie. La nostra riflessione è partita da questo. L’intenzione è stata quella di realizzare una sorta di monumento all’acqua».

Ed è un progetto riuscito?
«Siamo tentanti di pensare che un’operazione sia positiva o meno a seconda del risultato estetico evidente. Sono molto orgoglioso del lavoro che è stato fatto, ma a San Pellegrino la cosa più importante è stata che il progetto fosse inquadrato in un’ottica generale. Mi spiego meglio: è successo, negli anni passati, che la fabbrica delocalizzasse all’inizio del paese gli stabilimenti produttivi, lasciandosi dietro degli spazi vuoti. È stata un’occasione per ripensare completamente la struttura del paese. È un’esigenza urbana che si porta dietro quella economica. Le terme non sono altro che un tassello del grande lavoro di riconversione».

Sta riprogettando San Pellegrino?

«No, sto dicendo che ci dev’essere una coerenza tra il programma funzionale, il programma di gestione e l’architettura. San Pellegrino è bellissima: ha un lascito delle generazioni passate che si sente, che si percepisce, ma se non lo utilizziamo di fatto è come non averlo».

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A cosa si riferisce?
«San Pellegrino è una località fondata sull’acqua, ma fino a novembre c’erano solo delle Terme curative risalenti all’inizio del Novecento. Nessuno aveva capito che il termalismo era completamente cambiato. Un gruppo di persone ha pensato che la rinascita di questo luogo potesse passare attraverso l’acqua, così il progetto è stato disegnato su un target di clientela ben studiato. È stato sviluppato un programma coerente col fatto di doversi inserire in un patrimonio storico e architettonico rilevante (uno degli esempi di liberty più importanti d’Europa). Generalmente, invece, la visione d’insieme è parecchio approssimativa, poi si lascia l’architettura col compito di salvare le lacune di un programma funzionale carente o di uno sbaglio di gestione. La storia dell’architettura è piena di esempi di ottimi edifici che rimangono isolati dal contesto e crollano».

Cos’è cambiato in questo caso?
«Nonostante si sia trattato di un intervento privato, la priorità è stata recuperare gli spazi collettivi, restituire l’identità al luogo. Ciò che mi interessava era riannodare delle storie che si erano spezzate quando gli stabilimenti si erano allontanati dal centro del paese. Così, di tutto il progetto, le parti fondamentali sono state il riutilizzo dei contenitori storici, e poi il permettere alla comunità di riappropriarsi di questi territori, che sono tornati ad essere dei luoghi vivi. E qualsiasi organismo vivo è destinato ad evolversi».

In che modo?
«Può farlo sia tramite il riutilizzo di edifici esistenti sia tramite la costruzione di nuovi, se sono coerenti con l’identità del luogo. In questo caso volevamo dare alle cose la possibilità di essere di nuovo attive, di partecipare di nuovo. Se avessimo preso l’edificio porticato di una volta e conservato come museo avrebbe perso la sua forza: volevamo invece che fosse di nuovo vivo. Lavorare accanto ad un monumento dello stile liberty come quello è stato impegnativo, ma abbiamo cercato di farlo rispettandone l’identità. Per l’apparato liberty, per esempio, il concetto di decorazione è fondamentale. Così anche noi abbiamo inserito decorazioni, ma contemporanee. Abbiamo realizzato gli edifici sulla faglia da cui sgorga l’acqua, con un rapporto organico tra interno ed esterno (è possibile osservare dagli spazi delle nuove terme gli edifici di inizio Novecento in cui sorgevano quelle vecchie)».

Un programma funzionale coerente è compito della politica?
«No, del committente in generale. Ma in questo caso il successo è di tutto il territorio. Le 25mila affluenze, slegate dal turismo invernale, interessano tutta la Valle: potrebbero sorgere bed&breakfast, o birrifici artigianali, o punti vendita di prodotti locali. Questo è un ragionamento di microeconomia che deve venire dal luogo. L’azienda San Pellegrino occupava gran parte della popolazione, insieme alla cartiera, alla Brembo: grandi contenitori lavorativi che la parte occupazionale la risolvevano, ma adesso le dinamiche sono cambiate. Mi piace pensare che qui l’architetto entri a far parte di un progetto molto più ampio, non limitato all’architettura. Serve questa coerenza di intenti».

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E a San Pellegrino cosa manca?
«Non molto. Purtroppo, però – e non è un problema solo di San Pellegrino, ma di tanti altri contesti – ci sono logiche della politica locale che scimmiottano quelle della politica nazionale. Questo meccanismo è deleterio».

E ha inciso?
«Le faccio qualche esempio: esponenti della minoranza politica di San Pellegrino hanno bloccato i lavori in un’occasione, rivolgendosi alla Sovrintendenza per lamentarsi di dove, nel progetto, avevamo pensato di mettere la reception. In un’altra occasione l’associazione Italia Nostra ha pubblicato un articolo per criticare le nuove Terme due giorni prima che presentassimo il progetto».

Prima di vederlo?
«Esatto».

A cosa erano dovute queste opposizioni secondo lei?
«A un atteggiamento conservatore dato dal fatto che non tutti hanno la capacità di immaginare una cosa diversa da quella che è. Sostenevano che le Terme nuove dovessero essere costruite negli edifici di quelle vecchie, ma in comune c’è solo la parola Terme. È assurdo che tu voglia utilizzare (in questo caso) un contenitore vecchio per delle logiche nuove, e non solo per una questione tecnica».

Quali sono i prossimi passi?
«L’albergo. Stiamo sviluppando adesso il progetto del nuovo albergo che sorgerà accanto alla Villa Giuseppina e conterrà fino a un centinaio di stanze».

Quanto ci vorrà?
«Almeno un anno, realisticamente. I nuovi parcheggi, però, saranno finiti tra un mese. Adesso vengono realizzati in maniera provvisoria sul livello più basso e nelle fasi successive portati in quota. Per l’albergo occupiamo uno spazio precedentemente destinato alla fabbrica, i vecchi edifici di imbottigliamento dell’aranciata.  Quello che è stato fatto fino adesso è stato solo una parte di quello che si può fare, e potrebbe essere un esempio non solo per San Pellegrino».

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