Pensare positivo
«E ch’a Maronna v’accumpagne»

Il "naso fino" del Papa a Napoli in un allegro casino mai visto

Il "naso fino" del Papa a Napoli in un allegro casino mai visto
Pensare positivo 21 Marzo 2015 ore 14:25

A Scampìa

«La storia di Napoli non è mai stata facile, ma non è stata mai triste. La vostra forza è questa: la vostra gioia, l’allegria».

«E ch’a Maronna v’accumpagne» (chiudendo il discorso e ripetendo quello che gli aveva detto il card. Sepe).

«Che san Gennaro, il vostro patrono, vi assista».

«La corruzione è di tutti. Tutti siamo corrotti. Nessuno dica io non sono corrotto, perché è una tentazione, uno scivolo. Un cristiano che lascia entrare dentro di sé la corruzione spuzza». (Con la “s” che non si sa dove sia uscita. Forse è il superlativo di puzzare.)

«Gli emigrati non sono uomini di seconda classe. Siamo tutti emigranti in cammino, verso un’altra patria».

«La buona politica è servizio alle persone».

«Il problema non è il pane. Non dite che c’è la Caritas, ci sono le organizzazioni di volontariato. La questione è che il pane bisogna portarlo a casa. Chi non ha lavoro per portare il pane a casa gli è rubata la dignità».

«Seicento euro al mese per undici ore di lavoro al giorno è sfruttamento, è  schiavitù».

Poi altre frasi che in seguito riporteremo con maggiore precisione. Per ora le scriviamo come ce le ricordiamo, cioè come le hanno impresse nella memoria quelli che erano lì, in un casino mai visto, col cardinal Sepe che si aggirava e parlava come il prete dell’oratorio il giorno della festa del santo. Mi ha quasi minacciato se non fossi sceso a Napoli, ha detto il papa.

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Scampia è stata fondamentalmente la festa della prossimità, del contatto. Con la sedia del papa in mezzo a una folla da festa di Fuorigrotta dove emigrati filippini, residenti, un giudice della procura che interviene come fosse un vecchietto al bar, il papa che ricorda la dolcezza della lingua napoletana e che quando parla dei problemi della gente non dice «i vostri» ma «i nostri problemi». Pareva il lievito o il sale in mezzo alla farina che viene impastata. La farina era la gente che continuava a girargli attorno come un vortice.

Napoli è famosa per i suoi palazzi nei quali convivevano principi e lazzari, la gente povera. Oggi si è visto come - ci pare - mai prima cosa significa che il re dell’universo si è reso presente nella nostra miseria. Poi è riuscito a prendere la papamobile per trasferirsi in piazza del Plebiscito. Ma ha detto che tornerà.

In piazza del Plebiscito. 

Ci sono cose che le parole non possono dire, perché non è il loro compito. Quelle cose le dice il tono, il modo in cui vengono dette. La messa in piazza Plebiscito è stata il trionfo del modo. Papa Francesco si capiva che, d’accordo, doveva dire alcune cose e le ha dette. Ma quella che più di tutte gli premeva dire era che, forza fratelli miei, ce la possiamo fare perché «Dio vive a Napoli». E così ha concluso la predica non tanto con la parola d’ordine della giornata - ch’a Maronna v’accumpagne - ma soprattutto col piglio di uno che pensa: dài, riprendiamo la messa, ma la questione è questa: ho capito che siamo d’accordo che possiamo rimboccarci le maniche con allegria.

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Per questo il culmine della messa è stato dopo, quando, come al solito, l’arcivescovo ospite ringrazia il papa della visita ecc. ecc. Le solite cose che nessuno ascolta. Ma questa volta è stato diverso. Radicalmente diverso perché il cardinal Sepe, l’arcivescovo enorme, ha deciso di far vedere a tutti di aver perfettamente capito che se la Chiesa vuol dare un segno del proprio cambiamento bisogna che cominci a cambiare il modo con cui si parlano tra loro i pastori. E così ha detto che i napoletani - come gli argentini - hanno il naso fino per capire se qualcuno gli vuol bene o no. E lei - ha proseguito il cardinale - lei, padre, ha il naso fino. E si toccava il suo, per mimare l’odorato sveglio, lei ha capito... e la regia, a questo punto, ha inquadrato il papa che, volendo restar serio come la circostanza avrebbe richiesto, non ha però saputo trattenersi e dopo un paio di tentativi si è lasciato andare a ridere come era giusto e santo che fosse. Un papa che ride durante un’allocuzione cardinalizia c’è qualcuno che lo ricordi?

Se si va con la memoria a monsignor Sepe che, dopo la notte di Tor Vergata con Giovanni Paolo II, parlava alla televisione con Cacciari e Rutelli di Origene, si capisce la profondità della rivoluzione portata da questo strano personaggio venuto dalla fine del mondo: un cardinale che si tocca il naso e provoca il sorriso del papa è la testimonianza di un uomo mutato nel cuore. Di uno che dal diventar responsabile di una diocesi ha tratto motivo per il proprio cammino di fede. E se cambia un cardinale vuol dire che c’è speranza anche per noi.

L’apoteosi delle monache. San Gennare ha ffatt’ a grazia! Il sangue si è liquefatto. E non era successo coi due papi precedenti, cosa che ha messo il papa in un certo imbarazzo. Prendendo spunto dal fatto che al momento di esporre l’ampolla il fenomeno era giunto a metà Francesco ha detto che il santo patrono forse voleva che si convertisse ancora l’altra metà. Ma ha tirato di lungo.

La scena incredibile era successa prima, quando il cardinal Sepe ha annunciato di aver dato - secondo il codice canonico - libera uscita a una sessantina di monache di clausura che desideravano incontrare il papa. Nere, bianche e nere o rosse e bianche le monache erano state fino a quel momento in silenzio accanto all’altare. Ma quando si sono sentite chiamare in causa alcune di loro, anche piuttosto anziane, hanno rotto le righe e si sono fatte addosso al papa per portargli non si è capito quale enorme regalo.

«Dopo sorelle, dopo, non adesso. Ma... e meno male che so’ de clausura» continuava a ripetere l’arcivescovo mentre quelle scatenate non se ne davano per intese. Abbracci, raccomandazioni, regali, cose impensabili per suore di clausura. Per chi non conosce le suore di clausura, sarebbe meglio dire. Comunque poi tutto bene. Il papa ha lasciato da parte i fogli del discorso e ha parlato a braccio.

Ha detto cose diverse dal solito? no. A parte l’episodio che ha voluto richiamare di una suora che aveva nel cuore più i pesos che il Signore, il resto lo conoscevamo: spirito di povertà, bando al terrorismo delle chiacchiere, misericordia voglio e non sacrificio. Missione. Erano le facce della gente a dire il resto. E anche il fatto che tvsat 2000, che ha seguito la giornata momento per momento, ha mostrato per quindici secondi il sindaco De Magistris con tanto di sciarpa tricolore e poi basta.

Poi siamo stati lì a guardare questo anziano vestito di bianco come se fosse reduce da una missione in Africa - non un orpello, non un cappellino più sgargiante del solito, niente di niente - che scende dalla jeep, attraversa il sagrato del duomo, si va a sedere dove gli dicono di sedere, e parla ai suoi figli di cose importanti. E Sepe-Baloo meraviglioso nella sua funzione di ospite eccessivo per la sedia che gli hanno dato, che sta lì a sentire sperando che l’altro riesca a dire quel che lui sa di non saper comunicare con altrettanta forza e per questo appunto lo ha invitato, perché ne aveva bisogno lui prima che tutti gli altri. Che modello di fraternità ci hanno offerto questi due, oggi.

Non c’entra l’Atalanta, tranquilli. Però lasciatecelo dire: Forza Napoli, che la tua Chiesa è davvero grande. Speciale. Verrebbe da dire dopo che Lina Sastri, attrice e cantante, in un breve servizio registrato ha detto una cosa bellissima: che a Napoli i santi sono come parenti.

Viene in mente un brano di una poesia di Eduardo in cui un poveraccio, Vincenzo de Pretore, deve scegliersi un santo protettore per la sua vita di piccolo furfante. Dice così:

 

De Pretore Vincenzo s’arrangiava

Campava ‘a bona ‘e Dio, comme se dice.

Figlio di padre ignoto, senz’amice,

facev’ ‘o mariuolo pe’ campà.

Insomma: era un frequentatore di Poggioreale, di Secondigliano, dove il papa era stato prima di salire in duomo. Uscito per l’ennesima volta di prigione Vincenzo capisce di doversi trovare un santo in paradiso, se vuole sperare che il suo nome non si estingua con lui. E dunque, chi scegliere?

 

E chi sceglio? Chi piglio?” – Finalmente,

chillo ca cerca trova, penza e penza.

Se scigliette nu Santo ‘e conseguenza,

ca meglio d’isso ‘ncielo nun ce stà.

 

Pato a Gesù, marito d’ ‘a Madonna,

‘mparentat’ a Sant’Anna e a San Gioacchino:

“Si nun me po’ proteggere a puntino

Qua San Giuseppe me pruteggiarrà?”

 

Il resto leggetelo da soli. È di una tenerezza immensa.

Traduzione:

De Pretore Vincenzo s’arrangiava.

Campava alla giornata (‘a bona ‘e Dio vale “a la buena de Dios”), come si dice.

Padre mai conosciuto, senza amici

per campare faceva il piccolo delinquente

[…]

Chi scelgo adesso, chi mi prendo come santo protettore? - Finalmente

a forza di pensare, trova quel che fa al caso suo.

E si scelse un santo in linea con le sue aspirazioni,

uno che in paradiso non ce n’è uno migliore.

 

Padre di Gesù, marito della Madonna,

imparentato con sant’Anna e san Gioacchino:

se non riuscirà lui a proteggermi come si deve

quale altro san Giuseppe mi proteggerà?

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