Intervista

Il soccorritore e la battaglia (vinta) contro il Covid-19: «Ma il virus mi ha segnato»

È trascorso un anno dall’inizio della pandemia da Covid-19 e c’è chi, nella Bassa, quei terribili momenti li ha vissuti, a caro prezzo, sulla sua pelle. James Pandini, presidente dell’Associazione Casirate Soccorso

Il soccorritore e la battaglia (vinta) contro il Covid-19: «Ma il virus mi ha segnato»
Pensare positivo 10 Marzo 2021 ore 13:11

E’ trascorso un anno  dall’inizio della pandemia da Covid-19 e c’è chi, nella Bassa, quei terribili momenti li ha vissuti, a caro prezzo, sulla sua pelle. James Pandini, presidente dell’Associazione Casirate Soccorso, 45 anni appena compiuti, e dal Coronavirus è stato travolto, prima per il suo lavoro di soccorritore, poi per quel maledetto virus che lo ha infettato la primavera scorsa obbligandolo ad 80 giorni di isolamento e ben 11 tamponi prima di «negativizzarsi». Da mesi ormai è tornato al lavoro, al fianco dei suoi dipendenti e volontari, ma rivolgere il pensiero a ciò che gli è successo tra marzo e aprile 2020 apre in lui una ferita che non si è ancora (e forse non lo farà mai) del tutto rimarginata.

Un anno dopo, un nodo alla gola

«E’ trascorso un anno, a febbraio stavamo facendo i primi trasporti di malati Covid dai nostri ospedali al Sacco di Milano – racconta Pandini – Tutti bardati, facendo la massima attenzione… Pensarci ancora oggi mi fa venire un nodo alla gola, anche perché pochi giorni dopo mi sono ammalato ed è iniziato un calvario lungo 80 giorni, isolato anche dai miei affetti familiari, da mia moglie Manola e da mio figlio Nicolò. E sono serviti 11 tamponi per arrivare a negativizzarmi. Il Covid mi ha lasciato… in dono il diabete e quando faccio degli sforzi tutt’ora mi manca il fiato, anche se rispetto ad allora sto meglio».

Psicologicamente, per un operatore del soccorso, il ritorno al lavoro dopo la lunga malattia è stato un passo davvero difficile. «Arrivavo davanti alla sede (in via Verdi 12 a Casirate, ndr) in bicicletta e non riuscivo ad entrare. Ero bloccato, completamente. Poi un giorno è arrivata una chiamata d’emergenza, ero lì e sono partito – prosegue nel racconto James – Ho iniziato un percorso con un psicologo da otto mesi, ormai, ma quando si esce per un servizio c’è sempre il timore, quando potrebbe esserci un caso di sospetto Covid, di ammalarsi ancora».

Da un anno sulla breccia

Il lavoro della sua associazione che oggi conta 46 operatori del soccorso, di cui 10 dipendenti, in tutti questi mesi è cambiato. «E’ cambiato il modo di lavorare, non c’è più quel rapporto che c’era prima con il paziente. Si comunica con gli occhi con ogni tipo di paziente, che abbia “solo” un dito rotto o altre patologie perché il rischio c’è sempre – ammette il soccorritore – La normale attività della nostra associazione, con i trasporti negli ospedali di Zingonia, Ponte San Pietro e altri nosocomi, le emergenze sangue e il “112” è proseguita sempre e per questo ringrazio di cuore i miei collaboratori che hanno sempre operato prestando la massima attenzione alle disposizioni sanitarie che ci sono state impartite. Nessuno, tranne me, si è ammalato durante i mesi peggiori della pandemia e buona parte dei volontari sono già stati vaccinati nella prima fase di gennaio. Ancora adesso, poi, al Policlinico di Zingonia abbiamo una nostra ambulanza “speciale Covid” in servizio».

Tanti nuovi volontari “grazie” all’emergenza

Qualche aspetto positivo l’emergenza sanitaria che il paese ha vissuto in questi mesi l’ha lasciato. «In sede abbiamo ricevuto tante chiamate di persone che vogliono entrare come volontari nella nostra associazione, informandosi circa i corsi che si devono frequentare», ha aggiunto il presidente della Casirate Soccorso annunciando quelle che saranno le prospettive future della sua associazione. «Abbiamo deciso di trasferire la nostra sede operativa da Casirate a Treviglio, prendendo in affitto uno spazio in via Bergamo – spiega Pandini – Ne abbiamo necessità per avere tutti i nostri diciassette mezzi al riparo al coperto, ma anche per avvicinarci alle strutture ospedaliere con cui collaboriamo. Dovremmo trasferirci ai primi di aprile e la speranza è di riuscire a organizzare una sorta di inaugurazione sia della nuova sede sia della nuova ambulanza che dedicheremo a Diego Bianco, un amico e un collega per me, l’operatore del “118” di Bergamo morto a causa del Covid».

Troppe persone scoprono di essere positive solo in ospedale

James Pandini è guarito dal virus, ma nel suo lavoro e nella vita di tutti i giorni tiene sempre la guardia alta. «Purtroppo ci sono tante persone, che soccorriamo per altre emergenze, che si scopre solo dopo, in ospedale, essere positive al Covid. Il virus circola ancora, ha effetti diversi sulle persone, ma credo che i colleghi di Brescia e dei comuni bergamaschi di confine, oggi, si trovino a vivere un’altra emergenza sanitaria. Se avranno bisogno di aiuto noi ci siamo». Infine, il 44enne soccorritore racconta di aver tenuto fede al proposito fatto durante la malattia. «Nel dolore avevo riscoperto la fede e promisi che una volta guarito sarei andato in pellegrinaggio a Sotto il Monte da Papa Giovanni. Così, a dicembre, ho fatto tenendo fede a quel voto».