Un invito al cambiamento

La scuola ideale di Renzo Piano (Non è utopia, i soldi ci sarebbero)

La scuola ideale di Renzo Piano (Non è utopia, i soldi ci sarebbero)
14 Ottobre 2015 ore 06:00

[In copertina, il progetto di scuola ideale di Renzo Piano]

 

Gli edifici vecchi e poco mantenuti, in cui i bambini e i ragazzi italiani si recano per andare a scuola, costituiscono uno dei problemi che il nostro Paese deve affrontare e possibilmente risolvere nel minor tempo possibile. Non si parla di migliaia di insegnanti precari o di giovani laureati che si perdono nel mare magnum di TFA e concorsi abilitativi, ma della sicurezza degli alunni e del personale scolastico. Sarebbe a dire, di una questione che, in casi estremi, potrebbe diventare di vita o di morte. La faccenda è annosa, lo sappiamo bene, e si sono già verificate tragedie. “Inconvenienti” minori (ma solo perché non hanno causato vittime) si registrano frequentemente: l’ultimo caso accertato è accaduto pochi giorni fa, in una scuola di Favara, nella provincia di Agrigento. Piovevano calcinacci, in un’aula, e un bambino disabile è rimasto ferito con la sua maestra. Secondo un’inchiesta di la Repubblica, la metà delle strutture scolastiche italiane non sarebbero agibili.

 

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Una proposta interessante. L’anno scorso il giornalista Franco Lorenzoni ha scritto un articolo dal titolo parlante, Cari architetti, rifateci le scuole!, pubblicato sulla Domenica del Sole24ore e poi ripreso anche qui. Un anno dopo, Renzo Piano ha risposto all’appello con un progetto di scuola ideale. L’iniziativa dell’architetto ha smosso le acque nello stagno dell’indecisionismo, dal momento che, a quanto sembra, alla costruzione del “suo” edificio seguiranno nuovi istituti scolastici in tutto il Paese, cofinanziati da Inail, governo e regioni. A tal fine, il Miur bandirà entro dicembre un concorso per assegnare 300 milioni di euro dell’Inail per la costruzione di una quarantina di strutture, in aree scelte dalle singole regioni. I finanziamenti più consistenti toccheranno alla Lombardia, alla Campania, alla Sicilia e al Lazio, poiché queste sono le aree che contano il numero maggiore di studenti.

Il progetto di Piano. La scuola di Piano sarà un edificio istruttivo, nel vero senso della parola. Sarà fatta di legno antisismico, perché alla sicurezza unisce la convenienza di un materiale rinnovabile che si presta anche al riscaldamento geotermico. Pannelli fotovoltaici produrranno l’energia elettrica necessaria e due contatori giganti saranno posti nell’atrio per mostrare quanta energia si consuma e quanta se ne produce, un modo intelligente per rendere consapevoli i bambini. Sul tetto della scuola si potrà coltivare persino un orto e ci saranno animali come le galline o la capra. Le pergole daranno ombra ai laboratori di botanica, di scienze o di astronomia elementare, dove sarà collocata la macchina eliotermica che cattura l’energia solare e un osservatorio astronomico. Al piano terra si costruirà un giardino con un grande albero, attorno al quale si troveranno la palestra-auditorium, la sala prove, i laboratori dove i ragazzi si incontreranno con le associazioni e gli abitanti della città. Non ci saranno corroidoi, ma luoghi “abitabili” da parte anche della cittadinanza.

 

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Non potrà mancare, ovviamente, una biblioteca con un’ampia collezione di libri cartacei e tanti sistemi virtuali. Alcuni spazi saranno dati in uso esclusivo agli scolari, che potranno usufruirne come meglio credono fino al pomeriggio. Gli stessi locali saranno poi aperti a tutti fino a tarda sera e nei fine settimana, insieme alla palestra, al laboratorio-bottega, alla biblioteca e alla cucina. Dove sarà costruita questa scuola che sembra veramente venuta da un mondo ideale? In periferia. Come ha detto l’architetto e senatore a vita, «se dobbiamo costruire nuove scuole, meglio farle in periferia e lo stesso vale per gli ospedali o gli auditorium. Questa è la scommessa dei prossimi decenni: trasformare le periferie in pezzi di città felice. Come fare? Disseminandole di luoghi per la gente, punti d’incontro e aggregazione, dove si celebra il rito dell’urbanità. Fecondando con funzioni pubbliche quello che oggi è un deserto affettivo».

Un rammendo sociale. Sulle pagine della Domenica dell’11 ottobre, Piano ha aggiunto: «La città che funziona è quella in cui si dorme, si lavora, ci si diverte e soprattutto si va a scuola. Dico soprattutto perché mentre si può decidere di non visitare un museo, sui banchi di scuola ci devono passare tutti. Occuparsi di edifici scolastici è un rammendo che, ancora prima che edilizio, è sociale». Il suo progetto vuole fare crescere i ragazzi in sintonia con il mondo che li circonda, vuole farli studiare e apprendere in edifici belli, in cui si entra volentieri. Non come quegli edifici “pesanti” che alimentano lo stato d’animo “grigio” dello studente che a scuola ci va mal volontieri. Il progetto di Renzo Piano – ci sembra – punta a fare vivere gli studenti nelle aule, ambienti in cui passano, dopotutto, la maggior parte del loro tempo. Verde, energia sostenibile e spazi puliti sono un motivo in più per imparare bene, e volentieri.

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