Ci ha impiegato sette anni

La nonna indiana d’America che salva la lingua della sua tribù

La nonna indiana d’America che salva la lingua della sua tribù
27 Agosto 2014 ore 11:13

Sono tante le lingue dei nativi americani che stanno lottando per sopravvivere. Secondo l’Unesco quasi 130 di queste sono attualmente a rischio, con altri 74 considerati «in pericolo critico». Questi idiomi – alcuni dei quali antichissimi – sono espressione e scrigno di tradizioni, costumi e passate civiltà. Perderli o dimenticarli sarebbe davvero un peccato. Per questo, non mancano i tentativi per conservarli. Per esempio, è davvero interessante la storia di Marie Wilcox, l’ultima in grado di parlare fluentemente la lingua Wukchumni, che vive negli Stati Uniti e ha 82 anni. Il Wukchumni è una lingua nativa americana, della California centrale, non riconosciuta ufficialmente dal governo Usa.

Come ha fatto a salvare la sua lingua. Non ha una tradizione scritta e le sue prime trascrizioni risalgono al secolo scorso. Per fare in modo che questa lingua non vada perduta, la signora Wilcox ha compilato un dizionario e ha raccolto alcune storie, per esempio quella sulla creazione dell’uomo (decisa dalle aquile, secondo la cosmogonia di questa tribù). Questa popolazione, una volta molto numerosa, comprende ora non più di 200 membri, nessuno dei quali parla fluentemente il Wukchumni. Il progetto e il lavoro della Wilcox è sempre stato sostenuto da numerose organizzazioni che incoraggiano la rinascita dei dialetti. La signora Wilcox ha anche registrato una versione orale del dizionario, includendo anche in questa edizione alcune storie tradizionali. La pronuncia della lingua, compresi gli accenti intricati, sarà dunque così preservata, aiutando i futuri studenti o appassionati di linguistica nello studio di questo dialetto.

 

E quanto ci sta impiegando. Per la signora Wilcox, il linguaggio Wukchumni è diventato tutta la sua vita. Ha trascorso più di sette anni di lavoro sul dizionario e ancora adesso continua a perfezionare e aggiornare il testo. Attraverso il suo duro lavoro ha creato un documento che sosterrà il rilancio della lingua Wukchumni per decenni a venire. E la Wilcox sembra non volersi fermare mai. Con la figlia Jennifer Malone partecipa a convegni in tutta la California e incontra altre tribù che lottano contro la perdita della loro lingua. Anche se il Wukchumni viene ora insegnato ai membri della sua tribù in un centro di studi locale, la lingua fatica ancora ad essere di nuovo parlata fluentemente.

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Anche in Italia stanno sparendo i dialetti? Chi parla dialetto, con chi, dove e quando, nell’Italia contemporanea? Per rispondere a questa domanda si può partire con l’esaminare gli esiti del sondaggio nazionale più recente sul tema, condotto dall’ISTAT nel 2006. Confrontandoli con quelli di inchieste precedenti, si rileva innanzitutto, a fronte di un generale consolidamento dell’uso dell’italiano (nel 2006, dichiara di parlare solo o prevalentemente italiano in famiglia il 45,5% degli intervistati, con amici il 48,9%, con estranei il 72,8%), una diminuzione dell’uso esclusivo del dialetto. Diminuisce cioè la percentuale di coloro che dichiarano di usare solo o prevalentemente il dialetto (nel 2006, in famiglia il 26%, con amici il 13,2%, con estranei il 5,4%). Tale decremento è tuttavia parzialmente compensato dall’incremento percentuale di chi dichiara di usare il dialetto alternato o frammisto all’italiano (nel 2006, in famiglia il 32,5%, con amici il 32,8%, con estranei il 19%).

Rispetto a venti o trenta anni fa, è poi profondamente cambiato l’atteggiamento della comunità parlante nei confronti del dialetto. Anche per effetto della diffusione sociale ormai fondamentalmente generalizzata dell’istruzione scolastica e della lingua nazionale, oggi il dialetto non è più sentito come varietà di lingua dei ceti bassi, simbolo di ignoranza e veicolo di svantaggio o esclusione sociale. Sapere e usare un dialetto, oggi, è spesso valutato positivamente; rappresenta una risorsa comunicativa in più nel repertorio individuale, a disposizione accanto all’italiano, di cui servirsi quando occorre e specie in virtù del suo potenziale espressivo. Un arricchimento, insomma, e non più un impedimento.

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