A Gazzaniga

Il presepe di mio nonno Adriano mi regala ogni anno il Natale

Il presepe di mio nonno Adriano mi regala ogni anno il Natale
26 Dicembre 2018 ore 04:00

Ve lo confesso: io non amo particolarmente il Natale. L’idea che in questo periodo dell’anno siamo tutti più buoni è ridicola. Di conseguenza, non mi piacciono tutti i derivati natalizi: dalle luminarie all’albero, dalle bancarelle in piazza agli auguri di buone feste. Diciamo che tollero i regali. Ma vi vorrei parlare di qualcosa di davvero bello che contribuisce a rendere più luminose, almeno per me, le festività natalizie. È il presepe di mio nonno Adriano.

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Io non so come siano i vostri nonni. Il mio è un bergamasco doc, con quell’aria sempre burbera. Tranne quando lo passo a trovare: in quel caso, alza gli occhi color cielo dal giornale e mi sorride. È un nonno abituato ai lavori manuali, a curare l’orto, a pulire il bosco. Ha i solchi del lavoro sulle mani e sul volto. E il cuore grande di chi fa del bene. Da vent’anni è presidente di un consorzio, il Circolo Fratellanza Rova, nato nel 1923 nella frazione di Gazzaniga per aiutare le famiglie contadine del paese. Oggi le iniziative si sono ridotte, ma sono ancora molto apprezzate e partecipate dagli abitanti di Gazzaniga. E l’appuntamento natalizio è uno dei più sentiti e amati. Il presepe di Rova è un richiamo irresistibile. In cima a Piazza San Mauro, la piazzetta della frazione, all’imboccatura di una valletta c’è una piccola grotta naturale. È grande circa quattro metri per quattro e si può accedere tramite un sentierino che resta chiuso per tutto l’anno, essendo proprietà privata. A Natale però il cancello si apre e una fila di lucine guida i visitatori verso l’ingresso della grotta. Ogni anno mio nonno, con l’aiuto di Giuseppe (un altro nonno), rappresenta la Natività all’interno di questo spazio suggestivo. È un presepe tradizionale, con casette e statuine. Vengono alternate le capanne popolari su tappeti di muschio verde alle case bianche a tetto piatto tipiche della Palestina, con ambienti fatti a deserto (per ricrearlo, nonno Adriano mi ha detto di aver utilizzato la terra rossa dei campi da tennis). Con pazienza e precisione, mio nonno posa una ventina di casette e oltre settanta statuine di diversa grandezza a beneficio della prospettiva. Dopo aver installato le luci che scandiscono il trascorrere del giorno e della notte all’interno del presepe e aver disposto la trasmissione di musica pastorale, questo magico presepe è terminato. Ma non è finita qui.

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Chi visita il presepe scopre ogni anno un angolo diverso. Da anni infatti nonno Adriano ha deciso di dedicare uno spazio a un evento drammatico avvenuto durante l’anno in Italia. Un modo per non dimenticare, per affidare a Qualcuno che ha più potere di noi tutte le persone che soffrono e che non possono festeggiare il Natale con la stessa gioia di sempre. Due anni fa è stata la volta del terremoto di Amatrice; l’anno scorso ha ricordato l’anniversario del disastro della Diga del Gleno; quest’anno è la volta del crollo del Ponte Morandi. Ed eccolo lì infatti, con piccole auto colorate che sostano su ciò che resta del ponte. Sotto ci sono le macerie. La scritta bianca “Genova” su sfondo blu attira l’attenzione dei visitatori del presepe su questa parte della rappresentazione. No, non è certo l’angolo più lieto del presepe, ma è sicuramente quello più significativo. Non è vero che a Natale siamo tutti più buoni, ma è vero che in questi momenti di serenità dovremmo ricordarci di tutti, anche di chi non c’è più. Magari ci sembra una tragedia lontana da noi, a duecento chilometri da Bergamo. E invece Genova è molto più vicina: è nei nostri cuori di bergamaschi, magari poco inclini alle smancerie ma anche altruisti e generosi. È nel cuore di mio nonno Adriano, che ha visto le immagini del crollo del ponte Morandi in televisione e non riesce più a dimenticarle. Tanto da averlo ricostruito in miniatura e averlo messo nel suo presepe. Ecco, per me la luce di questo Natale nasce proprio da qui.

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