Un fenomeno chiamato "epifania"

Quattro capolavori nati nel sogno (Quando la notte porta ispirazione)

Quattro capolavori nati nel sogno (Quando la notte porta ispirazione)
21 Novembre 2015 ore 11:10

La notte a qualcuno porta solo consiglio, a qualcun altro ispirazioni grandissime, capaci di cambiare la storia della musica, della letteratura e delle scienze. Si racconta, infatti, di come alcune volte il sogno abbia suggerito all’orecchio dei più fortunati lo spunto di opere enormi, dal rock alla chimica. Un articolo di La Repubblica dell’8 novembre, dal titolo Come nasce un “capolavoro”, spiega i quattro tipi di illuminazione descritti da Scott Barry Kaufman, psicologo cognitivo dell’Università di Pennsylvania. Nel caso del sogno, si tratterebbe di un fenomeno chiamato «spontaneous emotional process, comunemente definito come “epifania”», che emerge «quando l’attività neuronale nell’amigdala si accende spontaneamente». Niente di magico, insomma. Solo banale neurologia. Forse. Di seguito quattro esempi di capolavori nati nel sogno.

 

 

(I Can’t Get No) Satisfaction. Keith Richards, chitarra dei Rolling Stones, sostiene di aver creato il celeberrimo riff di Satisfaction mentre dormiva. «Non avevo neppure idea di averla scritta», ricorda nella sua autobiografia, Life. In pratica, svegliatosi una mattina nella sua camera d’albergo, avrebbe trovato misteriosamente riavvolto il nastro della cassetta vergine che aveva infilato la sera prima in un vecchio registratore Phillips. Schiacciato il tasto Rewind, ecco manifestarsi l’abbozzo della canzone che dal 1965 è ai vertici delle classifiche dei migliori pezzi rock e non solo, seguito da quaranta minuti di Richards che russava. Certo i meno ingenui potranno sospettare che lo stato di tranche di questo non proprio angioletto del rock possa essere stato indotto da qualche sostanza. Sta di fatto che la sua magica ispirazione sembra essere sopraggiunta nel sonno, sotto effetto di stupefacenti o meno che fosse.

 

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Lo strano caso del dottor Jekyll e di mister Hyde. Robert Luis Stevenson era uno che di sogni ne faceva parecchi. In Un capitolo sui sogni, appunto, spiega come le sue notti fossero importunate da incubi fin da quando era bambino. Sempre in questa breve autobiografia racconta anche della genesi tutta onirica di questo romanzo, che è uno dei capolavori della letteratura inglese più amati nel mondo. All’epoca della sua stesura, l’autore era gravemente ammalato e giaceva spesso a letto. I suoi sogni erano perseguitati da brownie, cioè da piccole fatine che gli davano il tormento. È in una di queste notti che gli apparve quella che poi diventerà una scena centrale dell’opera: l’immagine del dottor Jekyll alla finestra e la sua improvvisa scomparsa, come se fosse stato risucchiato all’interno della stanza. Stevenson racconta anche come a quel sogno seguirono i tre giorni di scrittura febbrile della prima versione del romanzo, che la moglie Fanny, insoddisfatta, avrebbe poi buttato nel fuoco. In altri tre giorni, l’adattamento definitivo, venduto nel 1886 al prezzo di uno scellino e da subito un grande successo.

 

 

Il trillo del Diavolo. Questa sonata per violino fu scritta da Giuseppe Tartini ed è famosa per essere tecnicamente molto impegnativa. Secondo l’aneddoto dell’astronomo francese Jérôme Lalande, anche in questo caso l’opera si dovrebbe a un’ispirazione avuta dal compositore in una notte del 1713. Tartini sognò il Diavolo nella veste di suo servo personale, che esaudiva con precisione e zelo ogni sua richiesta. Quando porse al suo bravo domestico il violino perché gli suonasse un’aria, il Diavolo eseguì un pezzo talmente bello e con tanta bravura da togliere il fiato. Al suo risveglio, quando Tartini tentò di riprodurre quello che le sue orecchie avevano sentito in sogno, eseguì per la prima volta il brano che divenne noto come Il trillo del Diavolo, il migliore che abbia mai scritto, secondo quanto disse lui stesso stando al racconto, e che, pure, era talmente al di sotto di quello ascoltato, che avrebbe spezzato in due il suo violino.

 

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La formula del benzene. Nel 1865 August Kekulé, che è considerato tra i fondatori della chimica organica moderna, fu il primo ad ipotizzare che il benzene avesse una struttura molecolare a forma di anello. Kekulè tacque su come fosse arrivato alla formula di questo costituente naturale del petrolio fino al 1890, quando fece una rivelazione a Berlino, in occasione di una festa in suo onore e chiamata proprio Benzolfest. Come d’incanto, ancora l’intervento di un sogno e, questa volta, come solo un chimico può farne. Appisolatosi su una poltrona di fronte al camino, ecco comparirgli di fronte una miriade di atomi che danzavano gli uni vicini agli altri, in lunghe file che disegnavano onde come quella di un serpente strisciante. Uno di questi si afferrò la coda con la bocca, formando un anello che girava su se stesso. L’immagine del serpente o del drago che si morde la coda è nota fin dall’antichità con il nome di uroboro, a indicare l’eterno ritorno o l’inizio dopo ogni fine. Tutt’altro in questo caso e cioè la formula di un composto chimico, appunto.

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