Cooperazione internazionale

Il sangue italiano salva il mondo

Il sangue italiano salva il mondo
27 Dicembre 2017 ore 07:33

Gli italiani sono generosi. Tanto da salvare la vita, almeno quando si parla di donatori di sangue. Le nostre unità di plasmaderivati hanno infatti consentito di curare, migliorando la qualità della vita, non solo persone bisognose sul territorio nazionale, ma anche extra-europee, di aree particolarmente povere, come Afghanistan, Albania, Serbia, Armenia e India.

I numeri delle donazioni italiane. Sono oltre 1 milione e 700mila, secondo le stime diffuse dal Ministero della Salute, e il loro contributo è pluri-annuale: le donne possono donare sangue intero fino a 2 volte l’anno e gli uomini massimo 4. Un gesto volontario e gratuito che copre il fabbisogno di terapie trasfusionali su tutto il territorio nazionale, attraverso il Sistema Sanitario. In numeri: nel 2015, secondo gli ultimi dati disponibili, gli italiani hanno donato tanto da poter produrre 2.572.567 unità di globuli rossi, 276.410 unità di piastrine e 3.030.725 unità di plasma. Ciò significa, in termini terapeutici e di assistenza, che sono state garantiti oltre 8.500 emocomponenti trasfusi quotidianamente, per quasi 635.700 pazienti. Una media cioè di 1.741 pazienti al giorno. Donazioni effettuate principalmente da una popolazione tra i 30 ed i 55 anni, dunque giovane. Al riguardo, gli esperti esprimono preoccupazione perché, in funzione del tasso di invecchiamento sempre maggiore e della bassa natalità, questa fetta di donatori si andrà sempre più assottigliando tanto che si stima una riduzione tra il 2009 e il 2020 del 4,5 per cento circa.

 

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Il sangue italiano all’estero. La bella notizia sta poi nel fatto che il sangue italiano espatria, fino a raggiungere Paesi in via di sviluppo che di sangue e plasma hanno davvero bisogno. Senza tuttavia incidere sulle necessità della popolazione italiana, perché quello che viene donato fuori dal territorio è l’eccedenza, ciò che avanza, dal fabbisogno regionale e nazionale, sempre garantito, come conferma il Centro Nazionale Sangue. Insomma, le donazioni italiane dei prodotti plasmaderivati permettono di soddisfare pure le necessità terapeutiche di pazienti con problemi ematologici, come l’emofilia, o oncologici, anche e soprattutto di età pediatrica, che altrimenti non avrebbero accesso alle necessarie cure. Sono pazienti principalmente di aree difficili, compromesse da contesti sanitari o sociali fragili come Afghanistan, Albania, Serbia, Armenia, India e diversi altri.

Cooperazione internazionale. Le quantità esportate sono tante: oltre 27 milioni di unità di fattori della coagulazione solo negli ultimi quattro anni. L’Italia insomma presta egregiamente fede ai progetti di cooperazione internazionale stipulati dall’Accordo Stato-Regioni del 2013, che promuove e favorisce la collaborazione per l’esportazione di medicinali plasmaderivati a scopi umanitari, dunque di cura, e lo sviluppo di reti assistenziali nei Paesi verso cui l’accordo è attivo. I plasmaderivati vengono infatti impiegati soprattutto per la creazione di farmaci salvavita, ottenuti attraverso processi di lavorazione del plasma stesso, e destinati alla cura di molte malattie croniche e acute.

 

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«Il sangue», ha dichiarato di recente Emilia Grazia De Biasi, presidente della XII Commissione Igiene e Sanità del Senato, «è la materia vitale per eccellenza. La possibilità di donare i farmaci significa poter dare la vita a persone che rischiano la vita tutti i giorni». In particolare, in queste aree extra-comunitarie, si pensa a persone residenti in paesi di guerra, a vittime di embarghi o a soggetti affetti da malattie che nel territorio di residenza sarebbero incurabili, invece trattabili e forse anche guaribili in contesti sicuri e di eccellenza. Altrove, lontano dalla loro patria. O comunque assistiti da donazioni di paesi cooperanti, come l’Italia. Che deve essere fiera e orgogliosa della sua emo-generosità.

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