Pensare positivo
In teleconferenza da Boston

Tutti citano il professor Chomsky ma quanto ci manca la sua verità

Tutti citano il professor Chomsky ma quanto ci manca la sua verità
Pensare positivo 27 Agosto 2015 ore 15:02

Quanto ci sei mancato, professor Chomsky!

Tra le tante cose belle o bellissime che il Meeting di Rimini ci ha regalato quest’anno (l’intervento di dom Mauro-Giuseppe Lepori sulla mancanza che Dio soffre di noi, per ricordare il top) la teleconferenza del prof. Noam Chomsky brilla come stella di assoluta grandezza. Dobbiamo anche ammettere che l’intervento che lo ha preceduto - quello del professor Andrea Moro, docente di linguistica allo IUSS di Pavia e allievo di Chomsky - non è stato da meno. Il prof Moro ha esordito dicendo di aver capito come si dovevano sentire i componenti delle Band chiamate a introdurre i concerti dei Beatles o di altri mostri sacri della musica mondiale, ma quel che ha raccontato del suo lavoro - e il modo con cui lo ha fatto - ci ha permesso di capire che tra qualche anno sarà lui il Mick Jagger o il Kurt Kobain (redivivo) della situazione. È riuscito, il prof. Moro, a farci credere di aver capito anche noi come funziona il nesso fra cervello, pensiero e linguaggio. Una cosa che - a freddo - si presenta come quel che resta dei sogni più belli, che mentre li sogniamo appaiono chiarissimi e da svegli, invece, fanno come ha scritto Dante: che la passione impressa /rimane, e l'altro a la mente non riede, e tuttavia ancora ci distilla /nel core il dolce che nacque da essa.

Moro ha mostrato - con tanto di elettroencefalogramma (o una cosa simile) come il pensiero di una frase, quando lo formuliamo - prima ancora di mandarlo in voce - presenta la stessa configurazione elettrica della frase quando l’ascoltiamo detta da un altro. Pazzesco. Con apposite apparecchiature si potrebbe perfino estrarre il pensiero dalla testa di un altro. Non oggi, beninteso. È ancora un po’ presto. Ma tra qualche anno non è detto che non si riesca a cavare parole dall’encefalo come fossero rape dal terreno.

 

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Così introdotto è entrato in scena, cioè sullo schermo, il professor Chomsky, che sta tra Freud (sopra) e Hegel (sotto) nella speciale classifica degli autori più citati nel Novecento. Tanto per dare un’idea della compagnia in cui si trova: Vladimir Lenin (8,902), William Shakespeare (8,060), Aristotele (7,745), l’insieme degli autori biblici (7,035), Platone (6,904), Sigmund Freud (6, 111), Noam Chomsky (4,444), G.W.F. Hegel (4,439), Cicerone (4,386).

Chomsky è un vecchio signore ebreo con capelli bianchi un poco ondulati da signora in visita e una mite serenità nello sguardo ridente. Come se stesse raccontando di un pomeriggio tra amici ci ha detto cosa pensassero l’uno o l’altro (Cartesio, ad esempio) dei problemi cui si è dedicato lui, quali problemi presentassero le diverse soluzioni, cosa succede quando si formula un pensiero e cosa fa la mente per semplificare l’ascolto ai nostri interlocutori.

Il linguaggio umano non serve essenzialmente per comunicare quanto per consentirci di pensare.

Riusciremo forse a capire come funziona, ma è probabile che una parte rilevante del problema ci rimarrà nascosta.

La nostra mente è costruita in modo molto efficiente, per non dire perfetto per le nostre necessità.

La lingua degli uomini e quella dei nostri cugini, i primati, sono architetture distanti tra loro come la cattedrale di Chartres da una caverna (questo paragone è nostro, dovuto al ricordo delle immagini che ci attraversavano la memoria ascoltando il professore).

Non è vero che le regole del linguaggio sono arbitrarie: sono prodotte da qualcosa che ancora non sappiamo ma che è descrivibile nei suoi esiti perché generato da una fonte limpida, continua, senza tosse.

In breve: tutte quelle cose che propinano a scuola ai ragazzi e che fanno passare per Chomsky non hanno niente a che vedere con lui. O hanno a che vedere con lui come i residui - imbevibili - di caffé turco sul fondo della tazzina hanno a che fare col profumo del caffé al cinnamomo quando te lo mettono sotto il naso.

 

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Chomsky - nel suo modo di pensare - non è rissoso nei confronti delle altre teorie: anche quando le critica - e le critica come può fare uno che vien prima di Hegel - ne recupera gli aspetti che hanno consentito a lui e alla sua scuola (al suo progetto: il professore non si cita mai da solo) di fare un passo avanti o, per meglio dire, di formulare un’ipotesi che forse potrebbe risultare più percorribile dell’altra. È molto deciso quando si tratta di affermare ciò che vale nell’uomo - la bellezza, l’armonia delle cose, l’attrattiva esercitata dal mistero che le circonda e ci circonda, la necessità in cui ci troviamo di affrontare problemi pur sapendo che forse non li risolveremo mai del tutto -, e lo è altrettanto quando si trova di fronte a qualcosa che rischia di distruggerlo.

Nel corso della teleconferenza parecchie persone, tra quelle sedute in sala, hanno deciso di raggiungere l’uscita, un po’ spaventate - forse - da alcuni passaggi un po’ tecnici della trattazione. E si può capire che quando entra in campo la logica dei predicati qualcuno sia tentato di lasciarlo, il campo. Si capisce, ma è un peccato, come se - ascoltando una sonata di Mozart - qualcuno si lasciasse impressionare dallo spartito che gli hanno messo in mano “per aiutarlo a capire”.

Lo chiuda, per favore, si abbandoni all’ascolto vigile e memore delle profondità di sé, e capirà tutto lo stesso. Per i tecnicismi c’è sempre tempo.

L’incontro con Chomsky ha messo a fuoco esattamente questa alternativa: fra un modo di affontare i problemi che, senza evitarsi nemmeno una piega, neanche un plissé, delle difficoltà e del lavoro, avanza umilmente verso l’orizzonte del mistero e un modo che pretenderebbe di ridurre ogni cosa a istruzioni di basso calibro censurando tutto il resto, ossia ciò che fa vivere e dà ali allo studio e alla ricerca.

Tutti, nella scuola, sanno chi è Chomsky. Ma quanto ci manca la sua verità vera.

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