Per i 30 anni del primo trapianto

Vi ricordate di Nicholas Green?

Vi ricordate di Nicholas Green?
11 Dicembre 2015 ore 10:57

Nicholas Green era un bambino americano di 7 anni. Il 29 settembre 1994 fu colpito a morte mentre viaggiava con la sua famiglia lungo la Salerno-Reggio Calabria: una banda di rapinatori scambiò l’auto della famiglia Green per quella di un gioielliere. Due giorni dopo Nicholas spirò in ospedale. Furono arrestati e condannati due malviventi locali, che non hanno mai ammesso le loro colpe. Invece di maledire la sorte e l’Italia, mamma Maggie e papà Reginald decisero di donare gli organi a sette pazienti del nostro Paese in attesa di trapianto. Il gesto commosse il mondo, da allora le donazioni di organi sono aumentate ovunque. Lo chiamarono “effetto Nicholas”. Da vent’anni il signor Reginald va ovunque lo invitano a raccontare la storia di suo figlio per promuovere la causa della donazione d’organi. In questi giorni è a Bergamo, ospite dell’Hpg23, che sabato 12 dicembre festeggerà i trent’anni dal primo trapianto di cuore. E il signor Reginald sa bene di cosa si sta parlando. «Lunedì vedrò il chirurgo Stefano Marianeschi. Mi ha scritto, lo incontrerò con piacere. Vent’anni fa era nello staff che trapiantò il cuore di mio figlio su un quindicenne in fin di vita. Quel ragazzo ha potuto vivere e giocare a pallone. E oggi è ancora vivo, come gli altri aiutati da Nicholas».

 

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Li ha mai incontrati?

«Sì, già quattro mesi mesi dopo la tragedia. Accadde in Sicilia, li vidi tutti assieme. Mi portarono in una grande stanza, la porta si aprì e mi vennero tutti incontro. C’era chi rideva, chi piangeva, tutti mi dicevano grazie, grazie. Siamo rimasti in contatto con quasi tutti, anche se è sempre difficile trovare le parole giuste. Incontrarsi è utile e terapeutico: chi riceve capisce che non deve sentirsi in colpa perché è vivo grazie ad un altro, e ai familiari della vittima fa bene vedere che il loro gesto è servito a salvare delle persone».

Chi era Nicholas?

«Un bambino felice, intelligente, gentile. Era curioso di tutto. Giocava con i coetanei con cui nessuno voleva mai giocare. Amava l’Italia, da me e mia moglie Maggie aveva ereditato la passione per la storia e l’architettura del vostro Paese, in cui era già stato tre volte. Quella sera stavamo viaggiando verso la Sicilia dopo aver visitato Paestum, a Nicholas era piaciuta moltissimo».

Cosa accadde?
«Erano circa le dieci, Maggie era al mio fianco e dietro dormivano Nicholas ed Eleanor, 4 anni. Ad un tratto un’auto ci piombò alle spalle. Vidi i fari vicini, capii che qualcosa non andava. Poi ci sorpassarono, gridando di fermarci. Io invece accelerai perché compresi che eravamo in pericolo. All’improvviso il lunotto posteriore andò in pezzi, poi anche il finestrino dalla mia parte. Non mi fermai, continuai a correre. Finché notai una pattuglia della polizia e un’ambulanza al lato dell’autostrada, c’era stato un incidente. Accostai per chiedere aiuto. Mi girai e vidi Nicholas immobile, un filo di sangue gli usciva dalla bocca. Nell’abitacolo c’erano i proiettili. Ricordo la corsa disperata in ospedale. Due giorni dopo morì».

Avreste potuto odiare l’Italia. Invece le avete regalato un gesto d’amore.

«Non abbiamo mai odiato l’Italia, l’abbiamo sempre amata. Fin da giovani, quando la percorrevamo in autostop perché avevamo pochi soldi. E anche Nicholas la amava, da voi si sentiva bene, si sentiva a casa. Non ho mai pensato che l’Italia fosse responsabile dell’accaduto. Solo alcuni criminali lo sono. Ma quello che è accaduto poteva accadere ovunque, anche negli Usa».

In quei giorni lo sdegno degli italiani fu pari solo all’affetto per la vostra famiglia.

«La gente veniva al nostro hotel per portare fiori, cioccolatini, messaggi. Tutti erano sgomenti. Vennero anche il premier Berlusconi e il presidente Scalfaro. Ci parlarono da amici di famiglia, non da uomini di Stato».

 

 

Da quel giorno molto cambiò: le donazioni di organi si impennarono.

«Sì. La mentalità della gente si è aperta. Allora gli stessi medici erano diffidenti, poi le resistenze sono cadute. E parlarne può fare la differenza. Anche se io non dico mai alle persone cosa devono fare: io racconto la nostra storia, poi tocca a loro decidere».

Crede di aver avuto giustizia?

«Sono rimasto impressionato da come l’inchiesta e il processo sono stati condotti. Tutti sono stati meticolosi e professionali. Ricordo che un investigatore disse che si trattava di un “local crime”, perché la mafia non uccideva i bambini».

Ha perdonato gli assassini?

«Perdonare non è la parola giusta. Credo sia stato giusto punirli duramente, anche se il vero inferno è nella loro mente. Avranno sempre la consapevolezza di aver fatto qualcosa di terribile».

Li ha mai contattati?
«Uno di loro, il più giovane, mi scrisse dal carcere. Ma solo per dirmi che soffriva e che era innocente, che lui non aveva sparato a mio figlio. Ho atteso invano e per lungo tempo di ricevere altre parole…».

Chi sarebbe oggi Nicholas?

«Non ci penso spesso. Mi è capitato di farlo un po’ di tempo fa, quando ho incontrato un suo amico d’infanzia. Lo ricordavo piccolino, mi sono trovato davanti un uomo grande e grosso. Ecco, ho pensato che il mio Nicholas sarebbe stato così».

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