Incubi pallonari

Come vive (male) un milanista la vigilia della sfida con la Dea

Come vive (male) un milanista la vigilia della sfida con la Dea
15 Febbraio 2019 ore 16:14

Come vive un milanista come il sottoscritto la vigilia della sfida con la Dea? Sinceramente sono ore popolate da mille incubi. I cinquanta chilometri che separano dallo stadio Atleti azzurri d’Italia, per quanto piatti e a quattro corsie, sembrano invece stretti, pieni di trappole, più simile a montagne russe che a una grande highway. Il catino dello stadio nell’immaginario assomiglia a un’arena per vittime sacrificali: con un prato rovente e un pubblico così ferocemente attaccato ai colori nerazzurri da aver l’impressione di averlo lì sul campo. Insomma per lo squadrone che viene dalla metropoli, che ha cucito addosso un tot di scudetti (ma quelli di questi tempi contano poco) e sette coppe dalle grandi orecchie (quelle sì che contano), il viaggio nella vicina e piccola Bergamo ad affrontare la “piccola” Atalanta di questi tempi è un viaggio da far paura. E poco conta il fatto di essere diavoli; in questo caso anche al diavolo tremano le gambe.

 

 

E pensare che con l’Atalanta c’è un feeling di simpatia tutto particolare. Il suo è il nerazzurro buono, il nerazzurro amico, che vorremmo eclissasse l’altro nerazzurro con cui invece si condivide il tempio di San Siro. Dire Atalanta per chi è rossonero è dire ad esempio Roberto Donadoni, l’indimenticabile numero 7 che ha illuminato tante notti (vincenti) di Champions. L’uomo ovunque, capace di unire doti che spesso vanno in collisione: tecnica, agilità e intelligenza. L’uomo che domò e umiliò il Real Madrid in quel memorabile 18 aprile 1988 che aveva segnato l’inizio di un’epopea. Dire Atalanta è dire Pippo Inzaghi. Oppure Jack Bonaventura, l’uomo che con una grinta tutta orobica, ha tenuto tante volte a galla la corazzata milanista in questi anni di magra e di tristezze.

Un tempo c’era lo squadrone e la provinciale. Oggi i ruoli si sono molto rimescolati. Lo squadrone resta tale in virtù del suo passato, ma nella realtà è un po’ più squadretta. La provinciale non è più la formazione che sul campo strappava punti con i denti; oggi è quella che fa sputare sangue a chiunque arrivi su quel campo e che quasi sempre non lascia scampo.

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Per domare la Dea il Milan in questi anni ha cercato di “rubarle” un po’ di campioni (e di trasformarsi così un po’ a sua volta in Dea…). Ecco Bonaventura, Kessie, Conti, Caldara: tutti hanno mutato il blu in rosso sulle loro maglie. Ma ogni anno più ne arrivano di qui, e più ne vedi spuntar di nuovi di là. L’incubo milanista (ma non solo nostro, per fortuna) è così quello di trovarsi davanti una squadra che sembra ogni anno destinata a pagare il prezzo dei campioni lasciati partire e invece, come un’araba fenice, rinasce ancora più spavalda e vincente di prima. Quest’anno si è affacciata addirittura alla porta della Champions…
A pensarci bene questa partita, per i milanisti è materia da psicoanalista. Perché stante così le cose, quando entri nello stadio di Bergamo hai la sensazione di aver già la sconfitta in tasca, tale è il gap psicologico che si è creato. I ragazzi terribili della Dea sono dei vincenti che per di più non hanno nulla da perdere. Con buon realismo Gattuso ha detto che a Bergamo si deve andare «con l’elmetto». Per non prendere troppe botte in testa… E sperare in un bel pari.

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