Obiettivo Tokyo 2020

La storia di Matteo Bonacina campione con l'arco e senza rabbia

La storia di Matteo Bonacina campione con l'arco e senza rabbia
Personaggi 20 Settembre 2018 ore 05:30

Questa è la storia di Matteo Bonacina, 34 anni. Ma all’inizio non è una storia semplice. «Sono perito meccanico, ho fatto l’Esperia. Mi ero iscritto all’università, Ingegneria. Nel frattempo andavo a fare il giardiniere. Sai, per tirare su qualche soldo e non dipendere da nessuno. Mi piaceva, sono sempre stato un tipo indipendente. Un giorno stiamo scaricando con una gru delle piante, una si spezza e mi cade addosso. Mi ha rotto la tibia, mi ha schiacciato un polmone e spezzato la colonna vertebrale. L’ho capito subito che cosa era successo, l’ho capito che non sarei più tornato a camminare. Non sentivo più le gambe, appena è successo l’ho capito. Anche quando il dottore me l’ha detto, io dentro lo sapevo già. Sono sempre stato e sarò sempre un ottimista. E così mi sono guardato e mi sono detto che tanto la situazione non poteva peggiorare, era così e basta. Ho cercato di godermi quello che avevo, e adesso sono qui».

 

 

Questa è una storia di tenacia e volontà. «Era il 2009. Al centro di riabilitazione, a Mozzo, ho provato tutti gli sport. Io adoro lo sport. Facevo calcio, giocavo nel Villa d’Almé e poi nel Paladina. Ero bravino. In carrozzina ne ho provati diversi: sci, nuoto, tennis, basket, ping-pong, ciclismo. Ah, sì: scherma. Al centro di riabilitazione è così, te li fanno provare e tu capisci quello più adatto a te. L’arco me l’ha messo in mano il mio amico Alberto Simonelli, era lì anche lui per la riabilitazione. È successo un giorno qualunque, forse un giorno speciale. La sensazione che ho provato nel tenere in mano l’arco è stata unica, una sensazione di benessere, e allora mi sono deciso a fare il corso. Sono entrato da subito in Nazionale, è stata una grande emozione. Nel 2011 mi sono anche qualificato come riserva per le Paralimpiadi di Londra. Ma l’emozione più bella l’ho avvertita a questi ultimi Europei. La mia prima finale e la prima vittoria individuale in una competizione internazionale. Bellissimo. Non ero il favorito. Partivo soddisfatto, avevo fatto tutto quello che serviva per arrivare tranquillo. Allenamento, alimentazione giusta, concentrazione. Tutto. Ero sicuro del mio tiro. In finale è stata dura. Sono partito forte, mi sono preso il vantaggio ma l’ultima freccia era dubbia. Alla fine ho vinto. Essere campione europeo è il coronamento di un sogno, di anni di lavoro. Nell’attimo della vittoria ero felice, non avevo pensieri. Ero contento di essere stato ripagato di questi sforzi, di questi anni di duro lavoro. Ero soddisfatto di quello che avevo fatto, e allo stesso tempo consapevole di dover fare di più. Perché il Mondiale non è lontano, a giugno dell’anno prossimo c’è quello in Olanda, e se voglio andare alle Paralimpiadi di Tokyo 2020 è un passaggio obbligatorio. La vittoria all’Europeo è stata una grande iniezione di fiducia».

Questa è una storia da cui si può imparare. «Al centro di riabilitazione ci sono stato sei mesi. A me piace essere autonomo, non voglio essere compatito. Voglio essere io a chiedere aiuto e non avere sempre persone in casa che ti fanno questo e quello, che se mi cade il cellulare a terra me lo devono raccogliere loro. No grazie, lo faccio da solo. E allora la prima cosa che ho fatto quando sono uscito dal centro è stata andare a vivere da solo. La zia Donatella aveva questo capannone con un terreno. Ho rifatto i progetti, ho adeguato il tutto ai miei bisogni, per fare in modo di avere tutto accessibile. Sto lì, a Valbrembo. Mi sono anche fatto abbassare la falciatrice e l’erba del giardino me la taglio da solo. Le mie giornate sono lunghe e pienissime: sveglia alle 7, colazione, sistemo i miei cani Cloe e Bud, un bulldog inglese e uno francese, poi vado a tirare con l’arco nel campo del Fontana. Il Comune mi ha fatto una passerella e ci arrivo senza problemi. Mi alleno tantissimo. Ho anche l’hobby della falegnameria». Questa è una storia di condivisione. «La nostra Nazionale di tiro con l’arco è la più forte che c’è. Io ho vinto l’oro nell’individuale, ma poi abbiamo vinto anche quello a squadre. Vincere in squadra o da solo è bello uguale. Quel che conta è che sulla linea di tiro non sei mai solo. Ci sei arrivato grazie a uno staff, al preparatore atletico, allo psicologo, al fisioterapista, ai tecnici, ai compagni di squadra con cui ti alleni tutti i giorni, e quando sei lì te ne accorgi. Lo senti. In generale sarebbe bello se fosse sempre così in tutto. Invece la gente qualche volta se ne frega. Vede solo la comodità. Al centro commerciale ti capita di vedere le macchine parcheggiate davanti, nei primi posti, quelli riservati ai disabili. E poi dentro quanti ce ne sono? “Eh ma l’ho messa un secondo”, dicono. No. Qui da noi manca la mentalità, all’estero è tutto diverso».

 

 

Questa è una storia senza rabbia. Anzi, questa è una storia d’amore. «Con l’arco ho incontrato anche una persona speciale, Elisabetta, tira anche lei. È più forte di me, tira da più tempo. Ci siamo conosciuti a un raduno della Nazionale, lei vive a Torino. All’Europeo c’era anche lei e doveva tirare dopo la mia finale per l’oro. Non deve essere stato facile per lei: guardava e soffriva per me e doveva concentrarsi per la sua gara. Lo sport mi ha aiutato tantissimo. Perché per noi l’attività fisica è fondamentale: usiamo solo le braccia e lo sport ti aiuta a raggiungere una autonomia e un controllo che altrimenti non avresti. Rischieresti di stare tutto il giorno sul divano. Invece così ti integri, hai una vita normale e dignitosa. Per quello che mi è successo non mi sono mai arrabbiato. Vedo tutte le cose belle che ho avuto dopo: ho trovato uno sport che mi fa viaggiare, che mi fa incazzare quando perdo (vince solo uno), che mi ha fatto trovare una persona splendida. Tutto quello che sto avendo dal giorno dopo l’incidente è molto più bello. Tornassi indietro, andrei al lavoro. Anche quel giorno. Tranquillamente».