Pubblicata nell'annuario del Cai

Ottomila metri di coraggio Quando Merelli corse in aiuto

Ottomila metri di coraggio Quando Merelli corse in aiuto
06 Agosto 2014 ore 15:00

Mario Merelli, l’alpinista bergamasco scomparso due anni fa, è stato insignito del premio al “Coraggio” dal Circolo Culturale “Luciana Moroni” ONLUS di Bergamo, l’11 dicembre 2006. Quello di Merelli è stato un Coraggio vero, nel senso etimologico del termine: cor agĕre, agire con il cuore. Merelli non voleva conquistare cime a tutti i costi, ma scalare montagne. Le occasioni in cui ha rivelato la sua natura di uomo di vetta sono state tante e in gran parte ignote. Ne ha raccontata qualcuna a Paolo Valioti, allora presidente del CAI, solo per non rifiutare una richiesta fatta da un amico. Riportiamo qui di seguito la lettera inedita, pubblicata nell’Annuario 2013 del CAI di Bergamo.

 

Caro Paolo,

mi è difficile ricordare i momenti di tensione vissuti in montagna. preferirei scrivere di giornate piene di sole, di momenti di allegria e ricchi di felicità. Siccome questo me lo richiede un presidente del mio Club Alpino e soprattutto tu, amico mio, eccomi con la penna in mano a ricordare quei forti momenti…di dolore e coraggio umano.

1998 – Shisha Pangma

Nella primavera 1998 organizzo e parto per la mia prima spedizione alpinistica in terra himalayana. Dopo circa due settimane io, Luca Negroni e Andreino Pasini saliamo verso la cima dello Shisha Pangma 8027 m. Al campo base (CB) l’amico e cineoperatore Giorgio Fornoni ci segue con il binocolo. A 7300 metri circa, Luca è davanti e sale spedito, io lo seguo e poco indietro Andreino. A 7800 metri mi siedo per rifiatare, guardo giù e vedo fermo e non si muove Andreino.

Non ci penso molto, scendo. Lo trovo ormai in fin di vita.

Forse un infarto o le conseguenze di un edema fulminante. Chiedo aiuto al vicino CB (Campo Base, ndr). Un tedesco con il suo sherpa vengono in mio aiuto. Per Andreino non c’è più niente da fare. Io sono molto scosso per quanto accaduto ad Andreino, e i miei pensieri si inchiodano solo alla nostra amicizia e rinuncio a proseguire. Loro vogliono tentare la cima il giorno dopo ed è giusto che risparmino le forze. Mi aiutano a portarlo all’inizio del canale, li ringrazio e inizio a calare con le corde il corpo di Andreino. Del resto non posso seppellirlo in quel punto: troppo ghiaccio e roccia. Lo calo per circa 400 metri. Mi raggiunge Luca, felice per la cima e io lo metto al corrente dell’accaduto. Chiamo Giorgio con la radio al campo e comunichiamo anche a lui la perdita del nostro amico. Lì c’è piano, molta neve e nelle vicinanze il Campo 2. Lo seppelliamo in questa naturale bara himalayana, quella grande Montagna che è sempre stata nel cuore della passione di Andreino.
Sono stato al soccorso alpino 12 anni, vedendone di tutti i colori, partecipando a più di 100 soccorsi in quota, ma non avrei mai immaginato di vivere esperienze così crude anche in terra himalayana.

 

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2000 – Everest

Nel 2000, sulla nord dell’Everest, partecipo ad una spedizione spagnola. Con quello che diventerà di seguito un grande compagno di cordata, Silvio Mondinelli, siamo i soli italiani impegnati sulla montagna più alta del pianeta. Quando ormai avevamo sparato tutte le nostre cartucce senza per altro salire la cima, decidiamo di preparare il nostro materiale e tornarcene a casa. La mattina seguente, già con tutti i bidoni dei materiali chiusi, pronti a lasciare il Campo Base, arriva l’allarme. Uno spagnolo ed il suo sherpa, raggiunta la cima e iniziata la discesa non riescono più a scendere, troppo stanchi e ossigeno ormai finito. Ci sono cinque spedizioni spagnole con molti alpinisti al Campo Base ma nessuno parla. Io e Silvio ci guardiamo solo negli occhi e senza dire una parola decidiamo. OK. Saliamo verso di loro. Noi diciamo al loro amici spagnoli, animateli con la radio e ditegli di tenere duro e cominciare a scendere. A circa 8000 metri li troviamo, io sono “cotto”, beviamo un poco noi e diamo molto da bere a loro. Silvio prende lo spagnolo, io lo sherpa e, piano piano, calandoli per i pendii di neve e ghiaccio raggiungiamo, dopo 14 ore ininterrotte il Campo Base.
Tutti sani e salvi.

 

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2001 – Dhaulagiri

Nell’autunno del 2001, di ritorno dalla nostra sfortunata spedizione al Dhaulagiri, in cui Pepe Darces perse la vita, con Silvio Mondinelli, Abele Blanc, Adriano Favre, Carlos Pauner e Edurne Pasaban a Katmandu veniamo a sapere di un incidente al Pumori. Cinque alpinisti spagnoli  travolti da una valanga. Altri cinque, i loro compagni, in fretta e furia sono rientrati, sconvolti, in città. Andiamo a trovarli nel loro albergo, e, dopo averci raccontato dell’incidente, si confidano con noi. In Spagna, dicono, vogliono le foto di documentazione e la certezza che per le persone travolte dalla valanga non ci sia più nulla da fare. Verso sera arriva anche il Console spagnolo in Nepal per informazioni sull’accaduto. La stampa, in Spagna, parla e critica pesantemente questo incidente. Allora io e Silvio ci mettiamo a disposizione. La mattina seguente un elicottero ci porta ai piedi della montagna. Individuiamo la valanga, anche perché sappiamo dove sale la via alpinistica. Rimaniamo sulla valanga diverse ore e troviamo di tutto, anche una delle vittime. Mentre stiamo per estrarla dalla neve, una enorme scarica di ghiacciaio si stacca sopra di noi. Col fiato in gola e tanta fortuna riusciamo ad uscire dal canale prima che tutto ci arrivi addosso. Loro, in Spagna, vogliono foto e video per documentare che nessuno sia stato abbandonato lì sopra la neve. Scattiamo alcune misere fotografie e video, per cui il giorno dopo rientro in città e poi a casa.

 

Himalaya

 

Caro Paolo, non ti sto a raccontare tutto, ma solo quelle dove ho potuto fare qualcosa per portare il mio modesto aiuto agli amici sfortunati. Alcune volte finite bene, altre male e con alcune né bene, né male. Ma è sempre vita in montagna. Come lo scorso anno 2005, all’Annapurna I 8091 metri, che in sanscrito significa “Dea dell’Abbondanza”, quando, con Mario Panzeri, Daniele Bernasconi, del gruppo “Ragni” di Lecco ed io, eravamo felici e contenti a festeggiare la salita alla cima a Katmandu, quando, una mattina ci chiamano i nostri amici che ancora dovevano tentare la vetta.

2005 – Annapurna I

Era una spedizione di valdostani tra cui Abele Blanc, gli spagnoli e l’alpinista altoatesino Christian Kuntner, a loro si erano aggiunti Silvio Mondinelli e Cristian Gobbi. Silvio e Cristian erano con noi nella spedizione italiana, ma, visto che non avevano fatto la vetta volevano tenerla con loro. Al telefono satellitare la voce di Silvio è agitata. Subito capisco che è successo qualcosa. Mi dice: –  Mario, prendi un elicottero e sali subito perché una valanga ne ha presi dentro quattro –  Rispondo di non preoccuparsi, partiamo subito. è difficile organizzare un soccorso in quei posti, ma io, Mario e Daniele in un’ora siamo all’aeroporto. Cambiati con abbigliamento e attrezzi necessari per un soccorso in alta quota aspettiamo che l’elicottero sia pronto. Impreco, ansioso di partire. Mi chiama ancora Silvio, mi dice: –  Mario, porta un sacco– salma e fai più in fretta, perché il tempo sta peggiorando e noi siamo nella m****! –  Gli chiedo chi è che non ce l’ha fatta, mi dice: – Christian! –  Forte compagno e amico della splendida avventura sul Kang (Kanchenionga 8586 metri). Al tentativo di salire il 14° e ultimo ottomila se ne è andato per sempre. Dopo un’ora di volo siamo alla base dell’Annapurna. Loro sono su, oltre il Campo 2, 6600 metri. Il pilota (bravissimo) ci chiede come facciamo a conoscerla così bene questa montagna. Noi, sappiamo, eravamo lì sulla parete quattro giorni fa. Vediamo le braccia di Silvio agitarsi. Scendiamo, carichiamo i tre feriti: Abele Blanc, Marco Barmasse e Stefan Paul Andres e il povero Christian, con loro l’amico Marco Camandona. Silvio e gli altri scendono a piedi. Sul volo di ritorno, mentre prestiamo i primi soccorsi, Marco ci racconta: –  Una scarica di ghiaccio li ha tirati a sinistra rispetto alla valanga – . Arrivati in città bisogna farli visitare, curare e tutto quello che in Italia fanno gli altri, pompe funebri comprese. Lì è un organizzare, trattare, discutere ma alla fine tutto è ok. Alle undici della sera entro in camera, distrutto e ancora vestito da montagna, con la sola voglia di dormire.

 

 

2006 – Lhotse

L’ultimo episodio è di quest’anno 2006, al Lhotse, quando Walter Berardi scivola sull’Ice Fall e noi lo raggiungiamo pochissimo dopo. È messo male, con l’aiuto di tanti amici lo caliamo con le corde per la cascata di ghiaccio più famosa del mondo, del resto è la via per porta sull’Everest, il tetto del pianeta. Dopo poche ore è al CB (Campo Base, ndr) vivo e vegeto, con solo alcune piccole fratture, trauma cranico e un forte choc.

Cosa ci spinge ad avere ancora voglia di salire le montagne, se non solo una GRANDE PASSIONE.

Ciao Paolo, e grazie di tutto,

Mario

Lizzola, 30 ottobre 2006.

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