La battaglia delle Termopili

Agosto 480 a.C. Come oggi

Agosto 480 a.C. Come oggi
19 Agosto 2014 ore 12:11

Digital StillCamera

 

Agosto 480 a.C. Come oggi. Un esercito immenso (quanto immenso? Immenso, una cosa mai vista) si stava dirigendo da nord verso Atene. Procedeva lungo la costa orientale della penisola greca. Al largo – il più possibile a vista – la flotta con altri armati. Lo precedeva una fama da apocalisse prossima ventura: aveva passato il mare a piedi asciutti, aveva permesso al mare di attraversare le montagne.

Detto in prosa: il loro re – Serse – era riuscito a costruire un ponte di barche nel punto in cui la costa anatolica (dove ora si trova Canakkale, probabilmente) e quella continentale sembrano baciarsi. Inoltre, per evitare il ripetersi di una sconfitta navale già subita dal padre al largo di Monte Atos, aveva fatto scavare un canale nella striscia di terra che lega detto monte alla penisola Calcidica, più o meno tra Nea Roda e l’Alexandros Palace Hotel.

E ora puntava su Atene. C’era – forse – un solo modo per fermarlo: sbarrargli la strada nell’unico punto in cui la costa – montagne a picco sul mare – permetteva il passaggio di un esercito di quelle proporzioni, a patto che procedesse non si dice in fila indiana, ma quasi. Quelli di Focea ci avevano anche costruito un muro, in passato, e quindi l’impresa non si presentava impossibile a priori. Ma chi se la sentiva di sostenere l’urto di quella marea di assatanati?

I peshmerga di Sparta. Votati alla morte come i loro equivalenti Curdi. I nemici, fra l’altro, provenivano dal nord Iran e avevano tra le loro file gente di Mossul, di Ninive, della Siria Orientale, dei soliti posti eternamente minacciosi. Al tempo li chiamavano Persiani.

4 foto Sfoglia la gallery

Dunque i peshmerga decidono di andare a presidiare il passaggio. Non c’era altro da fare. Erano pochi (trecento, dicono) ma forse, con un po’ di fortuna, avrebbero potuto farcela. Il loro capo si chiamava Leonida.

La fortuna, in quei tre giorni di agosto, non si fece vedere: morirono tutti e trecento. Meno uno, è vero. L’esercito persiano riuscì a passare. Arrivò ad Atene e la distrusse, trovandola vuota perché donne e bambini erano stati trasferiti a Trezene. Serse pensò di avercela fatta, a vendicarsi. E invece no: di lì a poco avrebbe avuto la flotta completamente distrutta, come i Turchi a Lepanto. E se ne sarebbe tornato a casa con gli incubi, secondo il poeta.

Forse le cose non andarono esattamente come le abbiamo raccontate. Gli antichi reporter scrivono che accanto ai Trecento di Leonida c’era un contingente proveniente da Platea con almeno il doppio di effettivi. Che altri si erano uniti all’ultimo momento. Da altre agenzie si apprende che i Persiani poterono passare perché un traditore li aveva guidati su un sentiero tra i monti che permise loro di presentarsi senza preavviso alle spalle dei Greci. Voci.

La sola cosa che conta è che per secoli gli scolari eredi di una tradizione che ha nell’antica Grecia uno dei suoi pilastri, si sono sentiti infiammare il cuore nell’apprendere queste vicende. Piacevano le frasi, i gesti minimali di contorno. Serse aveva mandato a chiedere a Leonida di consegnare le armi, che avrebbe avuto salva la vita: si sentì rispondere  “vieni a prenderle”. Il medesimo re aveva fatto sapere di disporre di tanti di quegli arcieri e di tante di quelle frecce da oscurare il sole quando fossero state lanciate: “Meglio così. Combatteremo all’ombra” gli fu ribattuto.

Al momento di partire la moglie aveva chiesto a Leonida cosa avrebbe dovuto fare nel caso fosse tornato sullo scudo (oggi avrebbe detto: dentro una cassa): «Prenditi un bravo marito e tira su dei bravi ragazzi».

Serse aveva mandato l’intelligence a vedere come gli avversari si preparassero allo scontro e quelli gli avevano riferito di averli visti intenti a pettinarsi con estrema cura. Quando manifestò il parere che fossero dei mollaccioni un re spartano esule alla sua corte gli fece presente che era usanza della sua città ungersi i capelli quando ci si preparava a morire.

E dunque, se anche è vero che alla battaglia parteciparono truppe composite, e se anche i Persiani non erano milioni ma solo migliaia, oggi non siamo qui a fare l’elenco dei partecipanti. La storia non si fa coi resoconti dell’amministrazione. È sempre il sacrificio a dettarne le scansioni. L’obbedienza, come recita l’epitaffio di quegli eroi:

«O straniero, annuncia
agli Spartani che qui
giaciamo, obbedienti
a quel che era stato detto di fare»

Dai una mano a
Da settimane, i giornalisti del tuo quotidiano online lavorano, senza sosta e con grande difficoltà, per garantirti un'informazione precisa e puntuale dal tuo territorio, sull’emergenza Coronavirus. Tutto questo avviene gratuitamente.
Adesso, abbiamo bisogno del tuo sostegno. Con un piccolo contributo volontario, puoi aiutare le redazioni impegnate a fornirti un'informazione di qualità. Grazie.

Scegli il tuo contributo:
Top news regionali
Video più visti
Foto più viste
Il mondo che vorrei
ANCI Lombardia