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«Ma però almeno l’itagliano, sallo!» In difesa della nostra povera lingua

Personaggi 21 Aprile 2015 ore 11:18

Luciano Satta non c’è più da diciassette anni, ma le sue «parole poverette» mi risuonano ancora vive nella mente con tutta l’autorevolezza dolce e puntuale dei suoi insegnamenti. Satta era un valente scrittore e giornalista, ma soprattutto un appassionato linguista: proprio Parole Poverette era il titolo di una sua seguitissima rubrica sulle pagine della cultura de La Nazione di quei tempi, a far da eco alle sue numerose pubblicazioni editoriali sullo stesso argomento. Non so, se fosse ancora in vita, cosa ne sarebbe stato di quel suo appuntamento settimanale con i lettori: credo che da tempo sarebbe stato cassato a favore di un altro modo di concepire la comunicazione e certamente avrebbe dovuto fare i conti non più con una lingua da difendere ma con lo scempio ormai conclamato di cui è oggetto.

Il professore insegnava con amore modi di dire e regole di linguaggio a chi quell’amore condivideva, non per un’aristocratica appartenenza di classe ma per il semplice fatto di sapere quanto l’italiano fosse una bella lingua, fatta di regole da osservare e non da liquidare con sufficienza tracotante o addirittura da ignorare. Satta non sapeva e non poteva sapere che piano piano si sarebbe venuto a radicare, dopo aver strisciato a lungo, il sentimento generalizzato dell’iper relativismo, scuola di pensiero secondo la quale tutto insomma può andare bene, può essere ammesso e perché no fare ottimo brodo. Che importa scrivere quando occorre l’a senza acca, cosa significa seminare di apposto ( che è voce del verbo apporre) invece di a posto (per dire che va tutto bene) o non centra senza apostrofo anche quando non occorre centrare alcun obiettivo, per quale motivo scandalizzarsi della congiuntivite imperante, visto che l’uso dell’indicativo al suo posto è stato perfino sdoganato dall’Accademia della Crusca, forse ormai solo l’ombra di quel che era e avrebbe dovuto essere?

Ed ecco un esercito di ignoranti fatti e finiti, in virtù di una evanescente “dinamica della lingua”, trovare posto e dignità nel mondo easy, che tutto ammette e permette. Quello che è successo con i messaggini inviati attraverso il cellulare è sotto gli occhi di tutti ed è stato oggetto di una miriade di analisi: ma anche in questo caso l’assoluzione è piena perché assieme alle faccine (emoticon) hanno fatto pensare a qualche esegeta della nostra epoca a qualcosa che ricorda nell’uso di ideogrammi e acronimi modelli di scrittura arcaici vicini ai geroglifici egiziani.

Ma se il professor Satta fosse ancora tra noi dovrebbe vedersela anche, e specialmente, con tutto quello che si riesce a produrre sui social di internet. Qualora se ne abbiano ancora gli strumenti, ormai ridotti generalmente all’osso, è esilarante accorgersi del florilegio di stupidaggini in termini di ortografia, grammatica e sintassi di cui è costellato Facebook. Il protagonismo dilagante fa credere a chiunque di poter scrivere qualsiasi cosa e in qualunque modo possibile. Il dilagare della spudoratezza senza la vergogna di una vereconda consapevolezza dei propri limiti mette nelle condizioni quella platea non solo di esprimere brevi e modesti concetti, bensì li sprona verso agoni poetici mai richiesti a opinionismi da bar orpellosi e infarciti delle più gustose bestialità linguistiche. Non c’è ritegno in nome della dinamica linguistica e non è raro trovare nelle informazioni dei vari siti che il tal individuo conosce «la russa, la spagnola e la cinese». Beato lui, osserverà l’invidioso disattento: in realtà si sta parlando della lingua. Un tempo non lontano si diceva «conosco il russo, lo spagnolo e il cinese», ma stando così le cose, va bene così.

Ho personalmente avuto a che fare recentemente  con una tal insegnante di inglese, di madre italiana, che quando usava il dolce idioma lo faceva imitando benissimo e senza sforzo i carrettieri, absit iniuria verbis… Che farci, è andata così professore, l’italiano è diventato un guazzabuglio di fonemi, molte parole non corrispondono più ai concetti (il piano bar, ad esempio, è in luoghi dove nessuno sa com’è fatto un pianoforte) e gli americanismi infarciscono di miserie lo squallore della nostra scarnificata lingua, ormai svenduta sul banco dei saldi alla stessa identica stregua di quel poco che in Italia ci resta.