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Alvaro Facoetti, quella Coppa Italia inseguita per ben dodici anni

Alvaro Facoetti, quella Coppa Italia inseguita per ben dodici anni
Personaggi 23 Agosto 2018 ore 06:00

«Fai quello che ami e non lavorerai un solo giorno della tua vita» disse Confucio. Forse non si tratta di una verità assoluta, ma quasi. Questo, almeno, è ciò che traspare dal racconto di vita di Alvaro Facoetti: ex calciatore professionista, ha fatto della sua passione un lavoro. Alvaro ci ha raccontato la sua vita, iniziando dalle date: «Sono nato a Zanica nel 1952. Vengo da una famiglia di calciatori, con mio fratello Mario che è stato un pilastro del Leffe. La stessa squadra nella quale ho mosso i primi passi tra le giovanili. La mia avventura in prima squadra, però, è iniziata a 16 anni. All’epoca il Leffe giocava in Promozione – ha continuato Facoetti –. Si trattava dell’ultima serie dilettantistica del calcio italiano: vincendo il campionato, infatti, si veniva promossi in Serie C. Ho giocato quel campionato per un paio di stagioni, quando la mia squadra e altre bergamasche erano il fiore a l l’occhiello d’Italia nella categoria. Quindi sono andato nel Derthona, approdando anche in Serie C. Dopo due o tre stagioni sono andato a Seregno e, dopo un altro biennio, sono approdato al Campobasso».

Si tratta del punto più alto della carriera di Facoetti: nelle cinque stagioni molisane, infatti, lui e la squadra hanno raggiunto la Serie C1. Tuttavia, la carriera di Alvaro ha visto anche alcune sconfitte, poi però riscattate: «Ricordo in particolare una finale di Coppa Italia Promozione con il Leffe. La partita è stata persa all’ultimo minuto dei tempi supplementari contro il Ponte San Pietro. Dopo 12 anni, sono tornato al dilettantismo con i seriani mi sono rifatto vincendo la Coppa Italia contro la Pro Palazzolo». Una vita dedicata al calcio terminata a Zanica a 39 anni, dopo essere stato a Darfo Boario Terme. Tante poi le esperienze in panchina in Bassa, fino all’attuale ruolo di responsabile del settore giovanile all’Uso Zanica.

 

 

Anni di passione che, secondo Facoetti, hanno un denominatore comune: «Credo sia stato mio fratello Marco a darmi la spinta maggiore: ha otto anni in più di me. Ha avuto la possibilità di approdare alla Reggiana, in Serie B. A quei tempi, essendo il primogenito, papà e mamma hanno deciso che avrebbe dovuto aiutare in casa e lavorare, rinunciando al calcio. Credo che sia proprio per questo che ha cercato di fare in modo che i miei genitori mi lasciassero percorrere la strada che a lui era stata sbarrata, dandomi un grosso aiuto in ogni scelta». Le motivazioni date dal fratello, quindi, ma non solo: «Oltre a un grande supporto alle spalle, credo di essere stato fortunato: non ho mai avuto infortuni gravi, quindi anche quando sono arrivato in squadre nuove ho sempre avuto l’opportunità di giocare. Di fatto, questo mi ha permesso di trasformare la mia passione nel mio lavoro, facendo quello che più amavo».

Tuttavia, la fortuna non può essere la sola arma di un vincente: «Un altro segreto credo sia la tenacia. Sia in campo che nella vita ho cercato di non mollare mai. Agli inizi della carriera mi sono diplomato come perito chimico e ho cercato anche di laurearmi; appese le scarpette al chiodo ho cercato di non mollare mai sul nuovo posto di lavoro come verniciatore industriale». Queste parole ci portano dritti dritti all’insegnamento che la storia di Alvaro Facoetti può dare a ciascuno: «Credo che si possa imparare il fatto che costanza e determinazione siano essenziali nello sport e nella vita. Ero un mediano, poi ho fatto il terzino. E me la sono giocata sempre fino alla fine, senza mai mollare. Un po’ quel – lo che bisogna fare ogni giorno». In chiusura, abbiamo chiesto a Facoetti quale fosse stata la più grande soddisfazione della sua carriera: «Il rapporto di stima e fiducia che ho avuto a Campobasso con il presidente Falcione. Per capirlo, racconterò un piccolo aneddoto: al l’epoca esistevano i premi partita, una cifra che veniva divisa tra i compagni in base al merito personale. Il presidente ha scelto di affidare a me, tramite la voce del mister, l’amministrazione del tutto».

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