“Amici miei” dove siete finiti?

03 Agosto 2015 ore 08:15

Quaranta e non li dimostrano affatto. Sono i film della serie Amici Miei che proprio in questi giorni festeggiano un simile, magnifico traguardo con proiezioni in molte città italiane e specialmente a Firenze. Una Firenze che il tempo ha inesorabilmente cambiato, com’è successo ovunque, e dove difficilmente si riesce a respirare quell’atmosfera irrimediabilmente perduta.

La trilogia ebbe un successo incredibile allora, con un’eco che ancora stenta a spegnersi del tutto e questo a dispetto dei cambiamenti epocali che si sono succeduti e che hanno coinvolto luoghi “mitici” del film come il famoso Bar Necchi oggi totalmente trasformato in un caffè alla moda dove si servono aperitivi trendy. Al banco il solito personale impersonale tipico della nostra epoca, che annoiatissimo e senza averne minimamente memoria, certo per incolpevoli ragioni di età, recita due stitiche paroline sul fatto che «sì era il bar che si vede nella pellicola e che, no, la sala biliardi non c’è più, perché serviva aprire un cortiletto all’aperto…». Tutto qui. In effetti sarebbe come tornare in via Veneto a Roma e chiedere notizie di Fellini al Café de Paris: comprensibile.

Il segreto del trionfo dei tre lavori cinematografici sta innanzi tutto nella qualità di attori della statura di Gastone Moschin, Philippe Noiret, Ugo Tognazzi, Renzo Montagnani e Adolfo Celi. Messinese come me, Celi tornava spesso nella sua città di origine e mi capitava così di incontrarlo di frequente a bordo dei traghetti che fanno la spola tra le due sponde: cordiale, oltremodo simpatico, altissimo e imponente. Nel film era il professor Sassaroli, valente chirurgo, sempre disponibile a organizzare con gli amiconi esilaranti zingarate, a qualsiasi costo. Il Mascetti, Tognazzi, telefonava e Sassaroli piantava tutto pur nel bel mezzo di un intervento per correre a far cagnara. Poi c’era il giornalista, Philippe Noiret, con un figlio ingegnere assai “più vecchio” di lui. Gastone Moschin, l’architetto Melandri, spesso alla prese con amori impossibili motivo del corale dileggio e poi Montagnani, il Necchi del bar, refugium peccatorum a ogni ora dell’intera brigata. Gli ingredienti delle trame erano semplici ma il regista Mario Monicelli, da vero signore del cinema, ne aveva fatto una macchina perfetta per far sorridere, ridere francamente, riflettere e come in ogni vicenda di vita versare qualche fuggevole lacrima.

Le “zingarate” erano così il modo più estemporaneo di immaginarsi la vita, ritraevano una esistenza parallela eppure vera. Si prendeva una macchina, di solito quella bella e grande del Sassaroli, e tutti dentro ben pigiati si andava senza una meta precisa: finché l’idea si faceva genio e produceva i suoi effetti. Gli schiaffi alla stazione dei treni, le funi per raddrizzare la Torre di Pisa, le improbabili messe nere per far firmare patti satanici di eterna gioventù a poveri gonzi, non sono che alcuni degli scherzi inventati dal gruppetto in una girandola di invenzioni divertenti e irresistibili eppure mai volgari o offensivi.

Certo oggi sarebbe impossibile rifare Amici Miei: guai a dire una frase come ‘paraplegico trombante’ o fare le strepitose ‘supercazzole’ di cui Mascetti era maestro e che oggi sarebbe giudicate politicamente scorrette.

Per dire la verità non sono solo i luoghi a non esistere più, è stata specialmente cancellata la capacità di descrivere la realtà come lo si faceva una volta, con ironia e senza prendersi né prendere gli altri troppo sul serio. Un pessimo esempio socio politico da una ventina d’anni circa ci ha tolto certi piccoli piaceri della vita che fiorivano spontanei in ciascuno, grazie a quella capacità comune del saper vedere il lato comico delle cose e ridere per star bene. Ma per far questo occorrono ben altri presupposti di quelli di  adesso: i lacci e laccioli carissimi a certe correnti di pensiero politico, barriere e limiti invalicabili, hanno ormai determinato paludamenti moralistici che nell’attuale stato laico sovrabbondano perfino le reprimenda di quello religioso. Questo dimostra casomai  la radice dogmatica di entrambi.

Ebbene in un simile contesto le zingarate non possono più entrarci: me lo confessava tempo fa Christian De Sica che “obtorto, collo”, ha girato cinque anni fa il remake. «È un film che non avrei mai voluto fare. Sono stato tirato dentro, ma sapevo che non avrebbe funzionato».  Non ha funzionato, caro Christian, perché non siamo più gli stessi, perché ormai se fai una battuta devi mettere i sottotitoli, e perché, permettimelo, quelli erano attori così bravi da aver poco a che fare col copione per il semplice motivo che sapevano recitare se stessi. Lo stesso Moschin ha recentemente rivelato che Monicelli era felice di unirsi all’intero cast la sera quando si improvvisavano cene in qualche ristorante toscano: lì il film proseguiva per conto suo e diventava vita per trasformarsi magari il giorno dopo in battute di scena.

All’epoca l’Italia rise a più non posso da Bolzano a Capo Lilibeo e la toscanità, quella toscanità di rara e fine intelligenza, si mescolò  all’esistenza di ciascuno e forse diede a ognuno un motivo in più per credere nella vita. Le zingarate oggi? No, signori, non parliamone neppure. Nella società imbalsamata da regole e regolette, da norme e pandette, da codici e codicilli, in barba agli sbandierati proclami di sburocratizzazione, non c’è posto per gli scherzi, una volta che la popolazione, non a caso, è stata appiattita come un asse da stiro.

Lo scherzo presuppone grande perspicacia, rapidità di pensiero e interpretazione del mondo non proprio letterale, così come si auspica e talora si pretende. Giorni fa alcuni ragazzotti hanno  fatto casino sulla spiaggia gridando con un megafono che c’era uno squalo in acqua. Scherzo imbecille, perché nella ressa ci può anche scappare il morto. Reazione eccessiva, perché uno scherzo per quanto imbecille resta tale. Ma se ormai non abbiamo più criteri di giudizio e valore succede che lo scherzo diventi estremo così come la reazione esagerata. E nel celebrare costantemente gli eccessi della bipolarità replichiamo sul piano etico la lezione di oltreoceano con speculare fedeltà: siamo ormai la scimmia fatta e finita della cosiddetta democrazia americana. Dobbiamo ridere, ma moderatamente, dobbiamo prendere le cose alla lettera, per cui dell’ironia si è perso il vero concetto, non si beve e non si fuma. Però ci si può liberamente strafare di qualsiasi cosa…

Nei film di Monicelli si beveva vino e si fumava allegramente, e nessuno ci faceva caso così come nessuno sollevava interpellanze per “paraplegico trombante” e cose simili, anche perché per fortuna non esistevano gruppi tal dei tali e certe presunte onlus pronte a speculare sull’aria che tira. È bene che Amici Miei rimanga allora nella memoria di chi ha vissuto quei tempi come una delle tante cartoline mezze macchiate che si trovano per caso nei recessi di un cassetto mai aperto. Oggi è diverso, siamo tutti emendati, viviamo in un mondo perfetto, un mondo che la sa molto ma molto più lunga di qualsiasi altro.

Mi scuso, ho fatto ironia! Uar.

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