Atalanta, la ricreazione è finita Segui Stendardo e ti salverai

13 Marzo 2015 ore 07:48

C’è l’Udinese e basta parlare di ultima spiaggia: l’aggettivo è stentoreo, ma banale, persino noioso. Perché a forza di parlare di ultima spiaggia, l’Atalanta rischia il naufragio. Dopo quattro sconfitte consecutive e l’invereconda esibizione di Parma, qui si tratta di sterzare. Di vincere, ma, prima ancora, di tornare a fare l’Atalanta.

Al Tardini è andata in campo la sua controfigura: una squadra molle, raccogliticcia, paurosa di perdere e incapace di battere un’avversaria ricca di orgoglio e di dignità, non a caso allenata da un signore a nome Roberto Donadoni. È impensabile ritenere che si rimanga in serie A per grazia ricevuta dal Cagliari o da qualunque altra squadra coinvolta nella lotta per la salvezza.

Che questa si una stagione durissima, lo sappiamo. Che ne siano capitate di tutti i colori, pure. Che per completare il quadro ci mancavano soltanto il divieto di trasferte per tre mesi, la criminalizzazione di un’intera tifoseria e persino l’incredibile, domenicale chiusura chirurgica del Baretto dello stadio decisa ricorrendo a una norma emanata durante il fascismo, anche. Ma questo è il momento di non sbagliare più. Ha detto bene Stendardo, stamane, nell’intervista rilasciata a L’Eco di Bergamo: «Serve il risultato, bisogna svoltare». Stendardo che, ancora una volta, si dimostra un uomo vero, in campo e fuori. «Io ringrazio Colantuono per quello che ha fatto, piaccia o non piaccia lui è già nella storia dell’Atalanta e quando succedono queste cose le responsabilità vanno distribuite equamente fra tutte le componenti». Detto da uno che, nella prima parte del campionato, Colantuono aveva inopinatamente fatto fuori, suona come un atto degno di un galantuomo.

Stendardo è convinto che dai 36 ai 38 punti basteranno per rimanere in A. L’Atalanta ne conta 24: a disposizione ci sono 12 partite e 36 punti. L’Atalanta è padrona del proprio destino e quando Stendardo assicura di contare sul gruppo perché vede una gran voglia di fare risultato, bisogna credergli. Questo giocatore si colloca accanto a Bellini e a Raimondi, leader che per farsi ascoltare non hanno bisogno di alzare la voce. Ciò che non vogliamo più vedere sono la rassegnazione e  la svogliatezza di Parma. La ricreazione  è finita.

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