La storia di Andrea Bordino

Beato l’alpino con il cuore grande

Beato l’alpino con il cuore grande
06 Maggio 2015 ore 12:37

Forse qualcuno ha notato che, durante l’Angelus di domenica 3 maggio, papa Francesco ha citato il nome del beato Fratel Luigi della Consolata, al secolo Andrea Bordino, appartenente alla Congregazione dei Fratelli Cottolenghini della Piccola Casa della Divina Provvidenza. La cerimonia di beatificazione si è svolta a Torino il giorno precedente, 2 maggio, e il Santo Padre ha avuto cura di ricordare ai fedeli la figura del religioso.

Andrea Bordino è nato a Castellinaldo, in provincia di Cuneo, il 12 agosto 1922. Dopo avere concluso le elementari, ha cominciato ad aiutare la sua famiglia con il lavoro nei campi, come era usuale per l’epoca. Chi lo ha conosciuto da bambino ricorda che era versatissimo negli sport e che riscuoteva anche un certo successo tra le coetanee; era un po’ il fascino del calciatore, per così dire. Giunto alla maggiore età, è stato richiamato alle armi ed è stato arruolato nell’esercito il 2 agosto 1942, nel celebre 4° Reggimento Artiglieria Alpina. Andrea Bordino era fra quei soldati che compirono la lunghissima marcia verso il Fronte Russo, benché rimase lontano dalla prima linea. Il reggimento, infatti, si era accampato a Sollonscki, un villaggio tra Valujki e Rossosch. Con lui c’era il fratello Risbaldo. La sofferenza della guerra e, in particolare, di quella guerra, di quelle terre, avrebbe prodotto alcuni dei frutti di umanità e di spirito (nella sua accezione più ampia, non solo religiosa) più preziosi.

 

guerra

 

Andrea Bordino fu catturato insieme al fratello il 26 gennaio 1943, a Valujki, e fu subito trasferito in un gulag siberiano. Una notte, lungo la strada che li avrebbe portati al campo di prigionia, i due fratelli fecero un voto: «Se ritorneremo a Castellinaldo faremo un pilone alla Madonna Consolata, vicino alla nostra casa». Intanto, attorno a loro, i compagni morivano per il freddo e la fatica. Ad Akbulak i due fratelli furono separati e Andrea continuò la marcia verso la Siberia. Nel soccorrere i compagni prometteva: «Da tutte le guerre qualcuno è sempre tornato a casa! Preghiamo un’Ave Maria. Se ritorno mi faccio frate e voglio dedicare il tempo restante della mia vita a servire i malati più poveri in stato di abbandono». I fratelli sarebbero tornati a casa e Andrea avrebbe mantenuto la sua promessa.

Dopo avere trascorso due anni nel lazzaretto di Spassch, Bordino fu poi spostato nel campo di Pactarol, in Uzbekistan. Le condizioni di vita erano durissime e i compagni di prigionia si stupivano nel vedere quell’uomo scheletrico e apparentemente così vicino alla morte andare a recare conforto agli ammalati, accudendoli da inginocchiato, nella «baracca della morte». Pietro Ghione, un suo compagno, ricorda: «Non aveva niente, moriva di fame e dava via quel poco che gli passavano. Io non ho conosciuto altri Alpini con il cuore grande come Andre Bordino». L’alpino Mario Corino racconta di essere stato accudito da Bordino: «Andrea veniva nella baracca, mi passava una mano sotto la schiena e una sotto le ginocchia e mi portava al gabinetto di peso, servendomi meglio che poteva». Esortava gli altri a recitare più volte al giorno il Rosario ed era pronto a sedare i litigi scoppiati per stanchezza, insofferenza e paura. Le condizioni durissime a cui dovettero fare fronte i prigionieri italiani in Russia ebbero delle conseguenze inaspettate: gli uomini, posti di fronte all’incombenza della fine, mostrarono la loro fibra vera.

 

fratelluigi

 

Andrea Bordino, sopravvissuto alle atrocità della guerra, ma indubbiamente segnato nel profondo da quanto era accaduto, venne rimpatriato con il fratello l’11 novembre 1945. Pochi mesi dopo, il 26 luglio 1946, entrò nella Piccola Casa al Cottolengo di Torino, insieme alla sorella Clelia. Andrea prese così il nome di Luigi e si apprestò ad operare come infermiere tra i malati e i bisognosi dell’istituto. Uno di questi ricorda con particolare vividezza Fratel Luigi: «Mi ha insegnato a non disperare mai, ad essere paziente sempre, ad essere più buono e caritatevole anche se non mi ha mai fatto una predica». Il religioso, oltre ad assistere i medici in sala operatoria, si recava anche nei cascinali vicini al Cottolengo, dove sapeva che si rifugiavano i barboni. Li aiutava, li lavava e donava loro nuovi abiti. Nel 1948 diede i primi voti, poi nel 1965 la professione perpetua.

Andrea Bordino venne nominato Vicario generale e poi diventò Superiore della comunità. I lunghi corridoi del Cottolengo hanno conosciuto i suoi passi, né lenti né affrettati, ritmati dalla certezza che sarebbe riuscito ad accudire tutti, qualsiasi fosse l’urgenza del giorno. Il volto sorrideva sempre, ma rideva raramente. Fratel Luigi trascorse la sua vita nella continua cura dell’altro. Il dolore dei compagni di prigionia era lo stesso dei malati e identica era la necessità di guarire, o almeno di alleviare le sofferenze. Nel giugno 1975 Fratel Luigi scoprì purtroppo di avere una leucemia acuta. Morì due anni dopo, nel 1977, lasciando in eredità le sue opere e il suo esempio.

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