Il bergamasco non l’ho imparato

28 Agosto 2014 ore 10:44

Storia di un giovanissimo calabrese appena laureato in medicina che sbarca a Bergamo. La sua storia viene dalla Calabria, sua regione di origine dove ancora bambino viene affidato all’educazione di un collegio dei Salesiani. Poi il distacco giovanile dalla sua terra e l’università a Roma. «Erano gli anni terribili di piombo» – racconta Blefari – «anni che mi hanno visto zigzagare tra cortei di protesta  e scontri con la polizia…». Ma nel 1980 consegue la laurea in medicina con specializzazione di chirurgia generale con un maestro del settore come Gianfranco Fegiz. È l’autunno dell’82 quando Franco Blefari parte dal paesello calabrese per la sua avventura professionale e amorosa insieme: perché sono duplici infatti le molle a spingerlo verso una terra per lui straniera. Prima gavetta a Bergamo dove trascorre qualche anno facendo servizio di guardia medica, mentre soltanto dopo arriva  l’incarico di assistente urologo a Treviglio che si protrarrà per quattordici lunghi anni. Nel frattempo matura la specializzazione in urologia presso le università di Pavia e Padova. Nel ’92 Franco Blefari unisce alla gioia di essere nominato aiuto anche quella della nascita del primo figlio Domenico. Scelte personali lo portano a chiedere e ottenere un trasferimento professionale in Toscana nel ’97, interrotto solo da sei anni di esperienza come primario all’ospedale di Orvieto. Dal 2008 consegue la nomina di direttore di urologia a Prato: altro momento di enormi soddisfazioni rese perfette dalla unione con Solena e dalla  gioia di una nuova paternità con la nascita di Francesco. Tuttavia è a partire dal periodo di formazione a Treviglio che il destino di Blefari si in incrocia felicemente  con  Ivano Vavassori, pioniere della tecnica di enucleazione dell’adenoma prostatico servendosi del laser ad holmio, adesso primario di urologia alla Clinica Gavazzeni di Bergamo.

 

blefari 2

 

Un bel rapporto con la città di Bergamo, dottor Blefari…

«E’ vero, un legame che non si è spezzato mai per diversi motivi. Intanto ci abita mio figlio con la mia ex moglie, poi ho diversi amici tra i quali uno in particolare, il collega Oreste Risi con cui ho condiviso molte delle mie esperienze giovanili».

Cosa le ha lasciato l’incontro con Vavassori?

«Posso considerarlo in qualche modo un mio maestro. Adesso che dirigo a Prato il reparto di urologia mi valgo di quel prezioso periodo di apprendimento, perché usare il laser ad holmio è tutt’altro che facile. E annualmente opero con questa tecnica non meno di duecentocinquanta casi di enucleazione prostatica, la patologia più diffusa nei maschi di una certa età».

Torniamo alla sua esperienza lombarda: un ricordo che le è rimasto impresso?

«Intanto non potrò mai dimenticare la nebbia di quei giorni: era fitta almeno quanto il mio disorientamento, che era totale. Spesse volte dovevo rivolgermi a qualcuno che mi accompagnasse a destinazione, con la sorpresa di sentirmi rispondere nel per me incomprensibile bergamasco».

Ha stretto legami di amicizia?

«C’è voluto un po’… i bergamaschi osservano a lungo prima di concederti la loro fiducia, è nella loro indole. Poi tutto ha cominciato a funzionare a meraviglia».

Un aneddoto professionale “gustoso”?

«Un giorno una vecchietta si lamenta in dialetto dei suoi dolori: io credevo si trattasse dello stomaco e ho cominciato a visitarla. Ma lei strabuzzando gli occhi indispettita e poi a gesti mi ha fatto capire che aveva male al seno. Il bergamasco non sono mai riuscito a impararlo».

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