Scelto il nuovo presidente della Nigeria

Buhari, l’apostolo anti-corruzione scelto per combattere Boko Haram

Buhari, l’apostolo anti-corruzione scelto per combattere Boko Haram
01 Aprile 2015 ore 10:41

Giungono all’epilogo le elezioni presidenziali in Nigeria, volte ad scegliere il nuovo Capo di Stato della nazione africana assieme ai 109 senatori e i 360 membri della Camera dei rappresentanti. E la vittoria è ormai saldamente nelle mani di Muhammadu Buhari, leader della coalizione musulmana che si accinge a sostituire al Governo i popolari cristiani di Goodluck Jonathan, Presidente uscente: quest’ultimo, ieri pomeriggio, ha chiamato il rivale riconoscendo la sconfitta. Si parla di un divario di circa 2 milioni di voti, confermato anche dai dati battuti da Reuters. Ma nel Paese, e in tutta la comunità internazionale, l’apprensione, non solo politica, è ancora molto elevata.

La geopolitica nigeriana. Occorre infatti considerare, per cogliere appieno tutti gli aspetti di questa tornata elettorale, la geopolitica della Nigeria. Il Paese infatti, da un punto di vista religioso e quindi politico, è diviso in due macroregioni: una settentrionale, a maggioranza musulmana, e una meridionale, cristiana. Al di là dei risultati (ormai certi), e al di là dell’ammissione di sconfitta dello stesso Jonathan, non è detto che il PDP accetti in maniera totalmente pacifica la sconfitta: il partito, infatti, è un coacervo di forze troppo diverse, e le prossime ore saranno cruciali per vedere se il passaggio a Buhari sarà pacifico.

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Il ruolo di Boko Haram. E nonostante alcuni brogli denunciati, per Jonathan le elezioni hanno segnato un clamoroso ko, dove nemmeno i cristiani del Sud hanno appoggiato indiscriminatamente il presidente. Il motivo risiede nel profondo malcontento da parte delle comunità cristiane nei confronti del Governo finora in carica: l’accusa è quella di non essere stato in grado di contrastare adeguatamente il fenomeno terroristico, di matrice musulmana, di Boko Haram. Cosa che, nel Nord, ha già dispiegato effetti paradossali: in regioni come quelle di Kano o Kaduna, ovvero le aree in cui ebbe inizio, e si riversò con maggior crudeltà, la follia di Boko Haram, sono stati molti i cristiani ad aver scelto come difesa per il futuro un Presidente musulmano piuttosto che cristiano. Fatto che inquadra molto bene la generale sfiducia del Paese nei confronti di Jonathan, persino da quegli stessi cristiani minacciati dal terrorismo islamico-fondamentalista. In più, Buhari è un generale, inflessibile in quanto a disciplina e corruzione, aspetti che lo rendono ancor più appetibile a una nazione che troppo ha sofferto in questi anni.

La legge elettorale. La legge elettorale nigeriana, inoltre, è molto particolare: data questa estrema divisione geopolitica e religiosa, al fine di giungere alla vittoria, oltre ad un maggior numero di voti in assoluto, il candidato deve ottenere almeno il 25 percento di suffragi in minimo 16 delle 36 regioni del Paese, così da garantire una tendenziale uniformità di consenso. E Buhari pare avercela fatta, prendendosi la maggioranza in zone della Nigeria tradizionalmente cristiane.

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L’elevato rischio di scontri. La situazione, quindi, è al momento tutt’altro che tranquilla, e si teme che questi giorni di voto trascorsi in un generale clima di serenità (eccezion fatta per un massacro compiuto da Boko Haram nelle prime ore in alcuni villaggi, che ha visto trucidate una trentina di civili) si possano tramutare in un dramma analogo a quello avvenuto subito dopo l’ultima tornata elettorale, che vide ripetuti e violenti scontri portare alla morte 800 persone. La minaccia, ora, sta negli jihadisti a nord, e l’impressione è che i nigeriani abbiano visto in Buhari l’uomo giusto per sconfiggere Boko Haram. Per questo gli hanno perdonato il suo passato. Buhari, infatti, già negli anni Ottanta guidò il Paese, in seguito ad un colpo di Stato: divenne noto come “apostolo dell’anti-corruzione”, per i modi diretti con cui combatté tale piaga (circa 500 politici finirono in carcere), ma si tirò addosso diverse antipatie per la lotta indiscriminata all’indisciplina che portò avanti in tutto il Paese. Fu deposto da un altro colpo di Stato, finì in carcere per 40 mesi, fu poi accusato di una frode fiscale. Negli anni Novanta cambiò molto le sue visioni sulla democrazia, e corse per le elezioni altre tre volte (2003, 2007, 2011), uscendo sempre sconfitto. Fino al successo del 2015.

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