I 750 anni del Sommo Poeta

Buon compleanno, padre Dante E grazie per esserti perso, come noi

Buon compleanno, padre Dante E grazie per esserti perso, come noi
Personaggi 03 Giugno 2015 ore 11:52

Ultima tappa del nostro viaggio alla scoperta di Dante, in occasione dei 750 anni dalla sua nascita. Il Sommo Poeta raccontato con colta leggerezza da uno dei maggiori esperti, Alberto Brasioli. Dopo il colpo di fulmine con Bice (Beatrice)il racconto del Dante "quotidiano" e la sofferenza per la morte dell'amata, eccoci arrivati alla fine del viaggio. La grandezza del Sommo Poeta.

 

E dunque cosa ha capito, Dante, da quel che gli era successo? Che la vita è così. Che i libri sono così: vanno violentati - l’una e gli altri - se si vuole costringerli a rivelare quel che unicamente può farci rinascere: la scoperta che essi ci sono dati per un tempo finito solo per poi sottrarsi a noi indefinitamente. La loro presenza avrà dunque per noi la forma di un progressivo ritrarsi. La stessa che avrà Beatrice nella vita di Dante. La sola che può permetterci di ritrovarli al di là del tempo, o in quel tempo che è la profondità di noi stessi. I libri, le donne e le noci / voglion le mani atroci parafrasò una volta Franco Fortini - critico acutissimo, professore all’Università di Siena - il magnifico proverbio toscano in cui, scomparsi per ragioni metriche i primi tre articoli, al posto dei libri compaiono gli asini.

Nel lungo viaggio verso la verità di sé e della propria opera Dante in quanto personaggio si imbatterà in molti casi di difficile soluzione. Forse il più controverso è quello in cui gli compariranno davanti, inseriti nello stesso cielo - di Giove -, re Davide, l’imperatore romano Traiano e un eroe minore - per non dire minimo - indicato nell’Eneide fra i compagni di Enea: tal Rifeo iustissimus unus / qui fuit in Teucris (il solo che fosse perfettamente giusto fra i Troiani). La reazione istintiva di Dante è: «Che cose son queste?»; cioè: come fanno gli ultimi due, noti pagani, a trovarsi qui, fra i beati.

Beatrice glielo spiega usando le parole con cui Cristo definisce i giorni seguiti alla predicazione di suo cugino Giovanni, al momento detenuto in prigione: «Dai giorni di Giovanni il battista fino a ora, il regno dei cieli (regnum caelorum) subisce violenza (vim patitur, è preso a forza) e i violenti se ne impadroniscono (violenti rapiunt illud)». Nell'esposizione di Beatrice: «Regnum celorum vïolenza pate / da caldo amore e da viva speranza, / che vince la divina volontate: / non a guisa che l’omo a l’om sobranza, / ma vince lei perché vuole esser vinta, / e, vinta, vince con sua beninanza».

Il cielo, il Regno dei Cieli (la realtà nella sua verità), è una vergine innamorata che lotta con tutte le sue forze contro un uomo di cui vuol capire se sia o no più forte di lei, perché solo a questa condizione riuscirà ad averla. La sua ritrosia non è dunque contro di lui, ma per la speranza che ha in lui, per il suo trionfo. [Ovviamente questo tipo di violenza non ha nulla a che fare con gli stupri di cui parlano i giornali; non va intesa nel senso in cui si dice che un uomo vuole sopraffare (sobranza) un altro uomo, o un’altra donna]. Si tratta di una lotta in cui devono - e vogliono - vincere entrambi senza però pareggiare. Si tratta infatti di vittorie complementari, l'una delle quali non esiste senza l'altra. Quella dell’uno è la vittoria del sacerdote obbediente munito del coltello di Abramo, quella dell’altra è la vittoria della vittima innocente del sacrificio, la vittoria di Cristo stesso che ha sconfitto la morte proprio rinunciando a vincere, sottoponendosi inerme alla sua violenza. Era in suo potere mobilitare legioni di angeli. Non lo ha fatto. Per poter vincere davvero, dunque, la donna e Dio devono sperare di perdere. Beninanza è il nome che Dante - in forma di Beatrice - dà a questo particolare combattimento in cui chi attacca è in realtà colui che pare difendersi. Beninanza è il nome perfetto dell’amore e della sua divina e sacra violenza.

 

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Quello che ho capito - pare dunque che Dante voglia dirci - è che la volontà di Dio e della donna sembra orientata a sottrarsi alla violenza dell’uomo. In verità accade l’esatto contrario: sia l’Uno che l’altra attendono soltanto di trovare qualcuno il cui desiderio (il caldo amore e la viva speranza, nel testo) sia tale da determinarlo alla lotta, alla guerra senza quartiere capace di smantellare ogni apparenza in contrario. Aveva detto Dante all’inizio del viaggio: stava scendendo la sera, uomini ed animali stavano andando a riposare, e io, sol, uno / m’apparecchiava a sostener la guerra / sì del cammino e sì de la pietate eccetera eccetera.

La guerra. Si leggeva un tempo nella Bibbia: militia est vita hominis super terram. Tocca combattere, amici miei. Il trionfo della realtà, il suo svelamento definitivo, non avrà il volto della pace se prima non si troverà qualcuno disposto a perdersi per lei, a rischiare tutto di sé nel tentativo di sottometterla, cioè di compierne il desiderio di vittoria.

Analogamente a quanto si attendono Iddio e la donna, il sogno di un’opera - e quella di Dante in particolare - consisterà nel tentare di ostacolare in tutti i modi gli assalti dei lettori esangui, nel chiudere ogni accesso del giardino, nel ritrarsi nel cuore insondabile della propria verità, nel biancore ultravioletto della luce che acceca, affinché solo qualcuno, il forte fattosi obbediente al testo fino al sacrificio di sé, si disponga a toccarne il fondo superando la paura di fracassarne il guscio. Vogliono le mani atroci, vogliono mani capaci di morte, vogliono che le mani siano capaci di dare la morte subitanea e atra, le noci. E così i libri, così la donna, così il Signore. Si aspettano che qualcuno, disposto a correre il rischio di diventare vittima della loro violenza - ossia della loro stessa presenza che si impone, come accadde a Giacobbe quella notte con l’angelo -, ne scopra infine la natura provocatoriamente benigna. Dio non è solo una madre, come disse Giovanni Paolo I accennando alle mani del padre nel “Ritorno del Figliol Prodigo” di Rembrandt. Dio è anche semplicemente femmina, come sembra riconoscere anche una parte della tradizione ebraica: è Colui che si ritira.

Nel sottrarsi della sua donna Dante pare aver capito che al centro dell’universo, al centro di ogni opera, al centro del destino di ogni uomo e di ogni donna si pone unicamente la figura del Giusto (iustissimus unus, Rifeo), la vittima disposta ad accollarsi il dolore di vincere accettando fino in fondo, nella forma del maschio o in quella della femmina - e con l'una strutturalmente necessaria al determinarsi dell'altra - l’apparenza della sconfitta. Leggimi dunque, lettore, oltre quello che ho scritto, oltre me stesso. Fracassa la mia Commedia, la sua apparenza: mangiane il cuore. Sarà la mia vittoria.

Buon compleanno, Dante.

 

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