È morto a 90 anni

Caprotti, il papà di Esselunga

Caprotti, il papà di Esselunga
01 Ottobre 2016 ore 12:16

Tutto ha inizio un giorno di gennaio 1957 in un grande albergo di Saint Moritz. Guido, fratello maggiore di Bernardo Caprotti, e Marco Brunelli, a colloquio con due manager della Rinascente, vengono a sapere che gli americani stanno per sbarcare in Italia per portare il modello della grande distribuzione. I due, tornati a Milano, si mettono subito all’opera e affidano a Bernardo il compito di cercare il contatto con gli americani.

La nascita di Esselunga. Bernardo ci riesce grazie alla mediazione di un’amica di famiglia, la contessa Pecci Blunt. Invita in Italia il magnate Usa, che altri non è che un esponente della famiglia Rockefeller. L’accordo è immediato: il 27 aprile veniva costituita la società Supermarkets Italia con socio Nelson Rockefeller. Il 13 novembre, in quella che era un’ex-officina di viale Regina Margherita a Milano, apre il primo Supermarket. Bernardo Caprotti per progettare il logo chiama un grande designer, Max Huber. Il quale traccia una “esse” allungatissima a coprire tutta la scritta.

 

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L’attenzione all’estetica. Nasceva così Esselunga, il supermercato che avrebbe rivoluzionato il modello della distribuzione in Italia. Al timone della società, dalla quale i Rockefeller erano nel frattempo usciti con ottimo guadagno, c’era sempre più saldamente Bernardo Caprotti, classe 1923, che si era staccato dall’impresa tessile di famiglia per dedicarsi totalmente alla nuova avventura. La scelta del grande designer era indicativa dello stile Caprotti: lui concepiva il punto vendita come qualcosa di bello e invitante, per quanto fosse un supermarket di merce del tutto quotidiana. Di qui la sua idea geniale di affidare la progettazione ai migliori architetti italiani, a cominciare da Ignazio Gardella e Gio Ponti. Supermercati che, a dispetto della genesi americana, affermavano un modello tutto italiano, fatto di eleganza e di integrazione con il tessuto urbano. Edifici spesso costruiti in mattoni, come grandi case.

 

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La cura dei dettagli. L’attenzione all’estetica è solo una delle ossessioni che hanno fatto il mito imprenditoriale di Caprotti. Le altre ossessioni le sperimentavano i dipendenti di Esselunga sui punti vendita quando lo vedevano apparire, in particolare il sabato mattina, a fare i controlli tra gli scaffali. Assaggiava i prodotti freschi (un’altra delle novità che Caprotti aveva introdotto, anticipando tutta la concorrenza), o vedendo se la disposizione dei prodotti rispettava le regole chiave: la prima fila degli scaffali deve essere sempre rigorosamente piena. Una precisione molto apprezzata dai clienti, peraltro, che hanno sancito il successo del modello Esselunga, che oggi conta su ben 150 supermercati e una quota di mercato che sfiora il 10 percento.

 

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La battaglia con Coop. Chi non ha digerito il successo è invece la concorrenza, in particolare il sistema Coop. La battaglia tra Caprotti e la distribuzione legata alle cooperative è stata senza risparmio di colpi. In un libro distribuito a tutti i clienti, Falce e carrello, Caprotti aveva raccontato come il sistema Coop avesse fatto di tutto per sbarrargli la strada all’espansione, in particolare in Emilia. La battaglia finì nelle aule di tribunali, e Caprotti ne uscì nettamente vincitore.

Il destino di Esselunga. Altra battaglia Caprotti la ingaggiò e vinse contro i suoi figli: aveva verificato la loro inadeguatezza a reggere l’azienda e per il bene dell’azienda stessa lo aveva estromessi. Anche in questo caso la controversia era finita in tribunale. Ora che il patriarca non c’è più e l’asse ereditario è stato spazzato via, la prospettiva più probabile è che il gioiello Esselunga torni in mani straniere, magari proprio americane. A meno che quel vecchio amico e socio Mario Brunelli, classe 1927, ancora sulla cresta dell’onda con i suoi Iper (ha aperto il mega centro di Arese pochi mesi fa) non ci faccia un pensiero.

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