ALÀ, CÓR!

Carlo Saffioti: psichiatra, politico e podista (ha corso i 100 km del Passatore)

Un quasi settantenne felice, una persona che - quando parla di corsa - emana energia serena, piacere di vivere e di scoprire

Carlo Saffioti: psichiatra, politico e podista (ha corso i 100 km del Passatore)
Bergamo, 26 Ottobre 2020 ore 08:30

di Marco Oldrati

Carlo Saffioti è un quasi settantenne felice, una persona che – quando parla di corsa anche al telefono – emana energia serena, piacere di vivere e di scoprire. Politico impegnato, psichiatra, ma per noi che ci abbiamo parlato per una mezz’ora soprattutto un uomo che ha trovato nella corsa qualcosa che fa parte in maniera indissolubile dello stile di vita: non solo per il fatto di occupare parte del proprio tempo in allenamenti e gare, ma soprattutto perché considera e vive la corsa come uno strumento di conoscenza di sé, degli altri, del proprio territorio d’origine, del mondo.

Anche perché ha cominciato a correre quasi per caso: da medico accompagnatore aveva partecipato a numerosi trekking organizzati dalla Fondazione Bosis come formula terapeutica in luoghi straordinari come il Kilimangiaro o il Monte Rosa, ma l’esperienza più straordinaria era stata – sempre in questo ruolo di “supporto tecnico” alla spedizione – quella di raggiungere il campo base del K2 in occasione delle celebrazioni del cinquantesimo della spedizione italiana che aveva raggiunto la vetta himalaiana. Bene, al ritorno dal Karakorum amici podisti colgono la palla al balzo e lo invitano ad andare a correre con loro la maratona a New York, ma impegni elettorali gli impediscono di sfruttare la forma fisica e il carico di globuli rossi acquisito in altura.

Ma l’anno dopo non se lo lasciano sfuggire e lui, in compenso, pur lontano dalla forma post K2, non perde un colpo della carriera del neomaratoneta, compresa una pubalgia a un mese dalla maratona: tutti a casa, direbbero soggetti normali, ma sarà testardaggine, sarà la lidocaina, fatto sta che Saffioti in cinque ore e due minuti getta il cuore oltre il traguardo di Central Park. Una sofferenza, vera, ma anche la scoperta di una sensazione unica. Perché New York non è la maratona più bella corsa dal nostro “eroe”, ma è quella in cui si realizza la simbiosi fra una città e chi corre, in cui tutti coloro che corrono, che accompagnano, che assistono sono protagonisti alla pari di un colossale avvenimento collettivo.

Ma… cinque ore e due minuti: Carlo Saffioti è bergamasco e le radici della testardaggine e della determinazione sono solide. Per cui nei quattro anni successivi, con regolarità, si ripresenta sul Ponte di Verrazzano e abbassa il proprio personale portandolo nell’ultima edizione corsa nel 2011 al di sotto delle quattro ore, tre e cinquantatré, per l’esattezza e non finisce lì, perché New York non è l’unica maratona al mondo, per cui comincia un turismo podistico che lo porta a Roma, a Berlino, a Valencia, dove fa il personale, tre ore e quaranta sei, Istanbul…

Articolo completo a pag. 28 di PrimaBergamo in edicola fino a giovedì 29 ottobre, o qui in edizione digitale

 

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