Dna e dintorni, quattro elementi sui quali fermarsi a riflettere

08 Luglio 2014 ore 08:03

Dando per noti i fatti fin qui succedutisi, quattro sono gli elementi su cui può essere utile una rinnovata riflessione.

Uno. In fatto di indagini scientifiche siamo tra i primi al mondo. Nessun altro Paese avrebbe potuto fare meglio, anche perché difficilmente si trova nel mondo una disponibilità come quella dimostrata dalla popolazione di Brembate e dintorni. In regioni (o Stati) anche a soltanto media densità criminale uno screening come quello cui abbiamo assistito sarebbe impensabile.
Dunque onore alla professionalità dei nostri laboratori e onore – se possibile ancora più grande – alla gente che, generosamente, non si è opposta ai prelievi. Con ciò – val la pena di sottolinearlo – riducendo drasticamente i costi dell’operazione.

Due. Come sempre in casi che appassionano l’opinione pubblica, a tutti è stata data la possibilità di capire che un’indagine è come una guerra: alle operazioni militari di questa seconda corrispondono, nell’indagine, i rilievi scientifici e le strategie investigative. Ma come si è detto che «la guerra è cosa troppo seria per lasciarla nelle mani dei generali», un’indagine non può consistere unicamente di reperti da esaminare in laboratorio.
Si vuol dire che i media hanno avuto un peso tale nella vicenda che è diventato impossibile non tenerne conto. Sarebbe come voler spiegare Auschwitz solo in termini di capacità termica dei forni.
A questo proposito l’avvocato Giulia Bongiorno – invitata alla trasmissione Radio anch’io del 23 giugno scorso – poneva l’accento su un fenomeno da non sottovalutare: quello da lei indicato con la formula «testimoni mediatici». Si tratta di persone che, esposte a un surplus di informazione soprattutto radio-televisiva – nel giro di due anni da un evento si presentano agli investigatori convinti di aver visto o sentito cose attinenti al caso, che in realtà non si sono mai verificate. In tono pacato e senza riferirsi al fatto di specie, l’avvocato ha rilevato che il fenomeno è crescente così come crescenti sono le difficoltà che si incontrano nel contrastarlo. È prevedibile che nel giro di una ventina di mesi questi «testimoni mediatici» si paleseranno anche in relazione alla vicenda che ci interessa.
Senza andare troppo in dettaglio, è però già possibile affermare che soggetti come quelli indicati non sono propriamente mentitori, millantatori o mitomani in cerca di gloria. Essi credono realmente di aver visto o sentito ciò che raccontano, al punto che con loro il Test del poligrafo (la macchina della verità) non funziona. Si tratta di un aspetto del tutto nuovo nei processi e molto preoccupante perché modifica il quadro dell’acquisizione delle prove. Potremmo avere a che fare sempre più spesso con persone che dicono il falso giurando in buona fede di dire il vero.

Tre. La sindrome della memoria romanzata (the fiction of memory), indipendentemente dal peso che vi abbiano i media, è invece un aspetto della memoria molto ben studiato, soprattutto in seguito agli studi della professoressa Elizabeth Loftus.
Si è scoperto – semplificando in maniera grossolana – che la memoria, ben lungi dal funzionare come un registratore, agisce in realtà da meccanismo creatore di trame di racconti. Esaminando un elevato numero di casi, gli studiosi sono arrivati a stabilire che – soprattutto in soggetti che abbiano subito una prolungata psicoterapia, ovvero un trattamento che si fonda sulla ricostruzione di un trauma dimenticato – la maggioranza delle persone tende a farsi un film della propria vita che ha scarsa attinenza con gli eventi così come si sono prodotti. Le persone cominciano col modificare le ragioni delle proprie azioni per poi arrivare a cambiare la sequenza dei fatti, eventualmente inserendone di nuovi o cancellandone altri al fine di costruirsi un’immagine di sé coerente coi propri desideri in un certo momento della propria vita.
Anche in questo caso non si tratta necessariamente di psicopatici. Ci sono persone che, dopo che è stato loro indicato e descritto, scambiano un segnale di stop con uno di “dare la precedenza”, altri che sbagliano completamente a riconoscere il viso di persone che le hanno interrogate per ore. È lo stress il principale fattore di queste modificazioni profonde del quadro mnemonico. La professoressa Loftus ha anche messo a punto un metodo per “inseminare” le memorie a scopo terapeutico. Per esempio, per cancellare un trauma di guerra, si inserisce nella memoria del paziente un evento gradevole.
Riportato al nostro caso, tutto ciò significa che potrebbero non essere i soli «testimoni mediatici» ad alterare i contorni del dibattito processuale. Bisognerà dunque fare molta attenzione a quel che verrà dichiarato in aula. Come la libertà, ha detto la professoressa Loftus, la memoria è un meccanismo molto fragile.

Quattro. L’aspetto successivo – ma trattandosi dell’omicidio di una bambina non può essere sottaciuto – è ancor più delicato e riguarda la pedofilia. Anche in questo caso il testo di riferimento è noto e riconosciuto: Predatori, di Anna Salter. Uscito in Italia nel 2009 – salutato anche da un intervento di Francesco Alberoni sul Corriere – il libro disegna un ritratto del pedofilo in netto contrasto con le nostre immagini mentali.
Il responsabile di abusi sessuali è, generalmente, una persona altrimenti insospettabile, che porta a spasso il cane, va a comperare il latte per la famiglia, accompagna i figli a calcio o in chiesa. Prima di essere individuato ha commesso, in genere, un numero di abusi che non riporto  perché non sarei creduto. È gentile, affabile e, soprattutto, capace di mentire in maniera così fascinosa da assicurarsi persino la simpatia dei parenti delle vittime e delle guardie carcerarie.
La Salter è molto convincente nelle sue argomentazioni. Un vero capolavoro è la ricostruzione di quello che lei ritiene il più grande predatore di ogni tempo: l’ateniese Alcibiade (V sec. a.C.).
Nel caso che stiamo trattando non gioca certo a favore dell’imputato il fatto di appartenere a una famiglia che sembra aver sviluppato una singolare capacità di resistere alle evidenze meno confutabili.
Messa in relazione coi punti precedenti, quella che per gli osservatori esterni potrebbe apparire come una menzogna, vista dall’interno potrebbe avere tutti i connotati della verità e costituire il momento genetico di una ricostruzione falso/vera.
Ad esempio, l’insistenza degli inquirenti sul fatto che un ragazzo sia morto – poniamo – per dissanguamento e non in seguito – sempre per ipotesi – al colpo infertogli con un pietrone da un tale che poi se n’è andato senza curarsene, può costituire l’appiglio che conduce l’omicida (perché di questo si tratta) a ritenere – in perfetto accordo con se stesso, soprattutto se divenuto esperto nell’arte di mentire a sé e agli altri – di non essere colpevole della morte del poveretto.

Conclusione. In considerazione di quanto esposto – e a meno di eventi al momento non ipotizzabili – è da ritenersi che l’omicidio della piccola Yara resterà sostanzialmente irrisolto anche quando trovasse una sua conclusione processuale sfavorevole all’attuale imputato. Ciò non significa che si debbano sospendere le indagini. Significa solo che, in luogo di dedicarsi all’accertamento di fatti via via emergenti, l’attenzione degli inquirenti dovrebbe essere diretta ad affinare la propria attitudine a reagire positivamente all’imprevisto, all’illogico.

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