Menu
Cerca
La moglie bergamasca

Che c’entra Manzoni con Casirate (tutto merito di una vera sposa)

Che c’entra Manzoni con Casirate (tutto merito di una vera sposa)
Personaggi 04 Marzo 2015 ore 09:00

Sulla strada che da Treviglio conduce ad Arzago d’Adda si incontra Casirate. D’Adda anche lei. Se vi capita di passare da quelle parti cercate la chiesa parrocchiale. Ci dev’essere, sulla parete, una lapide – messa lì nel 1955 – che ricorda il battesimo, avvenuto il 19 luglio del 1791, di Enrichetta Blondel.

Chi era costei. Era una degli otto figli di tale François-Louis Blondel, industrialotto svizzero imparentato con dei banchieri ginevrini (Ginevra è la Roma dei calvinisti, ma al signor Blondel tutto ciò interessava assai poco) che negli anni 70 del XIII secolo decise di scendere in Italia per impiantarvi una qualche fabbrica. Prese casa dapprima a Bergamo città, ma poi preferì stabilirsi a Casirate dove fondò un’industria tessile e prese a commerciare in seta.

Qualcosa ci ricorda la vicenda di Lorenzo Tramaglino. Ma dobbiamo subito avvertire che il Blondel fece la strada inversa a quella del personaggio manzoniano perché lui da Casirate andò a Milano, mentre l’altro arrivò a Bergamo. Inoltre il viaggio avvenne a una latitudine più bassa: lo svizzerotto fece la Rivoltana, mentre il promesso sposo passò il fiume al ponte di Canonica.

A Casirate appunto nacque la nostra Enrichetta, che fu battezzata cattolica perché a nessuno dei suoi importava molto a che parrocchia si dovesse appartenere. Bastava rispettare le regole della buona creanza.

Casirate, all’epoca, non era propriamente un centro d’affari internazionale. E così, nei primi turbolenti anni del nuovo secolo, la famiglia si trasferì a Milano dove (vedete, tante volte, il destino) il signor Blondel acquistò una casa messa in vendita dal conte Carlo Imbonati, amante di Giulia Beccaria e in qualche modo tutore del figlio di lei, Alessandro Manzoni. Il padre legale di Alessandro, il conte Pietro Manzoni, fortunatamente non non ebbe alcun ruolo nell’educazione del figlio.

 

18383701

 

Giunta a Milano in età di elementari, Enrichetta non frequentò alcuna scuola degna di questo nome e restò per sempre un po’ ignorantella, e tale doveva essere anche quando, sedicenne, nel 1807 incontrò l’Alessandro perché i rispettivi adulti di riferimento si conoscevano per via della famosa compravendita della casa. Lui, l’Alessandro, di sei anni più vecchio, era uno scavezzacollo di ventidue anni, ma nonostante questa sua inclinazione si lasciò a convincere a sposare la ragazzina con doppio rito, civile e calvinista. E fu la sua fortuna, perché mise la testa a partito. Un anno dopo infatti, avendo nuovamente incontrato il cattolicesimo della sua infanzia, Alessandro chiese di potersi sposare nuovamente con sua moglie, e questa volta secondo il rito di Santa Romana Chiesa.

Anche Enrichetta, che era stata coinvolta nel percorso religioso e intellettuale del marito, si disse d’accordo. Era il 15 febbraio 1810 e i due si trovavano a Parigi, dove lui aveva gli amici del cuore. Pochi mesi dopo la sposa abiurò alla fede in cui era cresciuta e si fece cattolica anche lei. I genitori svizzeri non la presero affatto bene. La mamma la disse “ingrata e spergiura” e le ordinò di non metter più piede in casa, fatto che circonfuse la scelta di Enrichetta di una aura di martirio. Per la cronaca, anni dopo i rapporti coi Blondel divennero meno tesi, ma questo non impedì a moglie e marito di tenersi sempre a rigorosa distanza da Casirate.

Enrichetta fu davvero una santa donna che dette al marito superdotato dieci figli nel giro di una ventina d’anni: la prima, Giulia Claudia come la dinastia (ma anche come la nonna e come Claude Fauriel, l’amicissimo del padre) nacque alla fine del 1808; l’ultima, Matilde nel maggio del 1830.

Sempre alle prese con qualche acciacco fisico, adoratissima dal marito e dalla suocera Giulia (che nonostante l’educazione ricevuta doveva essere una donna tutt’altro che da buttare), probabilmente tormentata dai figli che erano di tutt’altra pasta che la sua, divenuta quasi cieca, Enrichetta morì nella villa di Brusuglio – alle porte di Bresso – il giorno di Natale del 1833 lasciando il marito a piangere tutte le sue lacrime. Povero Alessandro.