«I mercanti dettano le mode»

Ceribelli: «La pittura non è morta e alla mia vicina GAMeC dico….»

Ceribelli: «La pittura non è morta e alla mia vicina GAMeC dico….»
21 Agosto 2018 ore 12:23
In copertina, Arialdo Ceribelli, a sinistra, con il fotografo Mario Dondero in piazza Carrara. (Foto Rossetti Phocus)

 

Arialdo Ceribelli resiste, la sua è una delle gallerie ancora di riferimento per la città. In questi giorni ospita una mostra di Giuseppe Biagi. Sono immagini legate al mare, alle spiagge; bagnanti nella solitudine del sole, un subacqueo che si inoltra solitario nell’abisso azzurro, uomini che camminano sulla sabbia. Dipinti che sussurrano di solitudine e di bellezza, in questa mostra curata da uno studioso come Arturo Quintavalle. Ceribelli ama discutere, argomentare. Il tema della crisi di un certo livello dell’arte e, di conseguenza, delle gallerie d’arte, lo conosce bene, lo vive direttamente. Da quando aprì la galleria, nel 1991, le cose sono cambiate radicalmente.

 

Ceribelli, foto de Il Made in Bergamo

 

Un gallerista. Dice il gallerista: «Sono cambiate le mode, è cambiato il pubblico. Oggi succede spesso che uno arriva in galleria e mi chiede di un dipinto: questo è un buon investimento? E allora mi arrabbio, allora il feeling con il cliente si spezza subito. Io credo che acquistare un quadro sia una cosa seria, anche dal punto di vista finanziario, certo. Se spendo dieci, venti, trentamila euro non spendo degli spiccioli: è giusto essere attenti. Ma il primo passo è il piacere dell’arte. Non sono dell’idea che si debba comperare per investire. Se andiamo indietro negli anni, è vero quello che avete scritto: fino agli Anni Sessanta, Settanta, anche Ottanta c’era una sensibilità diversa da parte del pubblico, anche di una città di provincia come Bergamo, nei confronti dell’arte. C’erano tanti appassionati. E c’erano diversi pittori bergamaschi che vivevano della loro arte, senza che la loro fama andasse troppo oltre la cerchia lombarda. Ma vivevano con dignità. Oggi si contano, ad andare bene, sulle dita di una mano. Ma vede, io non sono mai pessimista. È un momento così, sono delle mode così, poi passano. Su un’incisione dell’Ottocento che raffigurava una nave e che avevo qua in negozio c’era scritto: “La pittura è morta”. Ma evidentemente non è andata così…».

 

Gianfranco Ferroni con Arialdo Ceribelli nel 1989 in una fotografia di Carlo Leidi

 

Ferroni e gli altri. Nella galleria di Ceribelli si segue il percorso di Giuseppe Biagi con la sua mostra. Ma poi in questo labirinto di locali di via San Tomaso si trovano diverse altre opere di autori importanti come Dondero, Ferroni. Ferroni, nato a Viareggio e morto a Bergamo nel 2001, è il grande amore di Ceribelli, che lo segue da ben prima della sua morte e ancora contribuisce a tenerne viva l’arte. Anche in questi giorni, con la mostra antologica nel Palazzo Mediceo di Seravezza, in provincia di Lucca. «Ferroni – spiega – è un autore molto apprezzato, anche se ormai è morto da oltre quindici anni. I suoi dipinti hanno valutazioni notevoli che possono arrivare a quaranta, cinquantamila euro. Ma anche gli autori riconosciuti e consacrati subiscono l’andamento delle mode, così Ferroni oggi vale relativamente meno di quanto costasse negli Anni Settanta». Anche questi dipinti di Biagi, con quel senso di essenzialità e solitudine, richiamano in qualche modo Ferroni.

Le mode. È una cifra di stile che a Ceribelli piace. Continua il gallerista bergamasco: «Oggi le mode, i mercanti incidono moltissimo, è un periodo così. Le televisioni, i social fanno sentire molto la loro influenza. Pensi che i due più grandi mercanti d’arte del mondo sono due pubblicitari… non per caso. Io ho visto nascere questo fenomeno. Loro decidono che il pittore Mario Rossi è un genio e stabiliscono un prezzo: centomila euro per ogni suo quadro. E il mercato, i clienti, abboccano. Certo, per fare questo devi avere una grande organizzazione, una rete di rapporti ramificata e intensa con critici, giornalisti, curatori di musei… L’arte concettuale e la cosiddetta “arte povera” si prestano bene a queste strategie perché gli appassionati sono disorientati, non sanno come interpretarle, non ci sono codici estetici di riferimento… e allora è il mercante che decide. Per ora, il mercato va loro dietro. Fino a quando dura».

 

 

Le bolle. Ma ci sono delle bolle, dei tonfi clamorosi. Come accadde con Damien Hirst, famoso per i suoi animali in formalina. Hirst si stufò di dare le sue opere a questi mercanti e decise di venderle a l l’asta da Christie. Lavori che valevano due o tre milioni di sterline vennero venduti fra le 150 e le 300 mila sterline. Tutti i lavori, di conseguenza, si svalutarono…». Ceribelli non appare entusiasta di questa arte fatta di animali in formalina, di lamiere, palloncini, plastiche varie, tessuti… non ama l’arte che vuole soltanto sorprendere, fare spettacolo. E dice: «Io continuo a occuparmi di figurativo e sono convinto che la pittura non sia per niente morta. È questione di tempo». Lo diceva e ripeteva sempre anche il grande maestro Trento Longaretti, scomparso da poco più di un anno dopo una vita dedicata alla pittura. Avrebbe partecipato volentieri a questa inchiesta.

Sulla GAMeC. E che cosa dice Ceribelli dei suoi vicini di casa, della galleria d’arte moderna e contemporanea GAMeC? Quando venne inaugurata, a fine Anni Novanta, aveva suscitato la speranza che fosse un nuovo motore culturale per la città, che contribuisse a creare nuova consapevolezza, almeno per quel che riguarda il mondo dell’arte, a Bergamo. Ma è stato così? Risponde Cerebelli: «Prima di tutto, io la GAMeC l’avrei fatta al Palazzo della Libertà, il contenitore sarebbe già stato esso stesso un museo. Per il resto… non mi sento di giudicare. Però una maggiore attenzione e una maggiore passione verso il territorio, verso gli artisti di casa nostra poteva certamente starci. Anche nei riguardi degli allievi della Carrara. Perché non rafforzare il legame con il territorio? E poi tutti questi titoli delle mostre in inglese… A me non piace questa moda, segnala una debolezza culturale, una fragilità di pensiero. E non è certo solo un problema della GAMeC». Ma, a proposito di bergamaschi, Cerebelli sta preparando proprio una mostra sui contemporanei, da Verdi, a Bonfanti, Parolini, Mastrovito, Ferrario Frères… attendiamo con ansia.

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