«Adoro il calcio, ma devo pur fare qualcosa»

Che fine ha fatto Robert Prytz Sposta mobili e sogna una panchina

Che fine ha fatto Robert Prytz Sposta mobili e sogna una panchina
08 Agosto 2015 ore 12:55

Immaginatevi questa scena fra quindici anni: state traslocando, suona il campanello e arriva il ragazzo della compagnia di traslochi. Ed è Zlatan Ibrahimovic. È quello che può succedere oggi se state cercando casa a Malmö, solo che al posto del re di Rosengård c’è un biondino coi capelli ricci, un bravo ragazzo con alle spalle 55 primavere e qualche centinaio di partite da professionista in Italia, Scozia e Germania. «È un modo come un altro per tenermi in forma, lo vivo come un allenamento, è un lavoro molto duro spostare mobili da una casa all’altra», spiega Robert Prytz, che fra il 1988 e il 1989 fu uno dei tre stranieri che l’Atalanta schierava in una delle migliori stagioni di sempre, culminata con la qualificazione in Coppa Uefa.

 

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Tra un dribbling e un biberon. «Fu una stagione straordinaria, giocavamo un bel calcio e battemmo delle grandi squadre come Juventus e Milan, però il ricordo più bello rimane il gol segnato al Pescara», racconta il centrocampista svedese. Furono due le marcature in quel campionato: quella a Pescara fu uno splendido dribbling con cui fece fuori metà difesa abruzzese, compreso il portiere, mentre il primo arrivò nella partita interna contro il Bologna dove si fece perdonare un rigore sbagliato nel primo tempo.

 

 

«Abitavo a Bergamo Alta, la città era stupenda e ho sempre amato gli italiani. Ovviamente per gli svedesi il clima e il cibo sono attraenti quando si ha la possibilità di giocare da voi». E cosa faceva a Bergamo nel tempo libero? «Ne avevo davvero poco, perché dopo gli allenamenti badavo a mia figlia che era appena nata. Due anni dopo, a Verona, sarebbe arrivata la seconda».

 

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[A sinistra la rosa della grande Atalanta 1988/1989, a destra Prytz (sin.) con Evair e Stroemberg]

 

Cessione a tradimento. Ecco, Robert Prytz va a Verona nel 1989 e manca la possibilità di giocare la Coppa Uefa conquistata sul campo. Come mai? Che è successo? «Dovevo arrivare a Bergamo già nel 1987, ma la squadra era appena retrocessa in B e ho trascorso un anno in Germania. Poi nel 1989 torno in città dopo le vacanze e scopro che sono stato ceduto al Verona in cambio di Caniggia». Disappunto. «Certo, volevo rimanere, l’Atalanta era un’ottima squadra, mi trovavo bene, però poi sono rimasto quattro anni a Verona e non posso lamentarmi». Effetti del periodo pre-sentenza Bosman, in cui i giocatori non erano in grado di poter gestire autonomamente i propri movimenti fra i club.

La delusione… mondiale. Un’altra grande delusione, proprio in quegli anni, è stata la mancata convocazione ai Mmondiali italiani del 1990, terminati in maniera disastrosa per la sua Svezia con tre sconfitte: «Già nel 1986 non ci eravamo qualificati per un soffio, perdemmo proprio all’ultima partita. E allora avevamo una grande squadra. Avevo giocato tutte le partite di qualificazione per Italia ’90 e all’ultimo minuto il CT Nordin mi ha tenuto fuori senza una spiegazione».

Dopo Bergamo e Verona, Prytz fa tappa in Scozia dove aveva già giocato con la maglia dei Rangers e vi rimarrà a lungo assieme alla famiglia. Ha smesso di giocare nel 2001 e quando parla inglese ha quell’inconfondibile accento che contraddistingue chiunque parli la lingua di Shakespeare a nord del Vallo di Adriano.

 

 

Miracoli svedesi. Torna a casa nel 2008 e il calcio non gli passa dalla testa: «Guardo ancora tutte le partite del Malmö allo stadio e tengo d’occhio Atalanta e Verona, spero sempre che facciano bene in Serie A». A Malmö, che si specchia di fronte alla capitale danese con la quale è collegata da uno dei ponti più lunghi del pianeta, fu protagonista di una delle più grandi imprese sfiorate dal calcio scandinavo, quando, a soli 19 anni, fu titolare nella finale di Coppa dei Campioni persa contro il Nottingham Forest. Lo stesso capitò nel 1985, quando giocò la prima parte del massimo torneo continentale con l’IFK Göteborg, che poi perse in una discussa semifinale ai calci di rigore contro il Barcelona: «Altri tempi – ricorda Prytz -. Non eravamo neppure professionisti a tempo pieno, avevamo tutti un secondo lavoro. Oggi una cosa del genere, con le cifre che girano fra i grandi club, non potrebbe più succedere».

 

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Tra i mobili sognando una panchina. Ma la domanda che ci resta in testa sin dall’inizio è una: come mai dal calcio ai traslochi? «Adoro il calcio, è la mia vita e tutt’ora gioco con una squadra di vecchie glorie e star televisive, però non ho mai avuto un ingaggio stabile presso un club come dirigente e qualcosa dovevo pur fare». Never give up, direbbero in Scozia. «Mi piace allenare, lo scorso anno ho guidato una squadra di Serie A femminile, però la società era in crisi economica e non abbiamo continuato l’esperienza assieme. Prima ancora ho allenato in terza divisione al Bunkeflo. In futuro però vorrei continuare. Magari in Italia, perché no?».

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