Da Vall’Alta di Albino a Oakland

Chef Michele («mee-ke-le») Belotti ovvero Bergamo in California

Chef Michele («mee-ke-le») Belotti ovvero Bergamo in California
06 Marzo 2017 ore 07:00

«Ma che vai a fare in America? L’America è già qua» gli dicevano gli amici. Be’, non proprio. Non per tutti almeno. Non per Michele Belotti, quasi trentenne di Vall’Alta di Albino, tremila anime nel cuore della bellissima Valle del Lujo. Per lui l’America era l’America, punto. E così, nonostante gli amici gli chiedessero di restare (così ha affermato al Corriere della Sera Bergamo), ha preso armi, bagagli e padelle ed è partito. A differenza degli amici di una vita, i genitori hanno sorriso e lo hanno salutato. «Lavoravo già da due anni in Piemonte, per loro era normale che fossi sempre in giro» ha raccontato il ragazzo nella stessa intervista.

 

 

Oggi Michele è “mee-ke-le”, come scrive lui stesso sul sito del suo ristorante che ha aperto da circa un anno a Rockridge, Oakland, California. Si chiama Belotti Ristorante e Bottega e lo ha aperto insieme alla moglie Joyce. È qua l’America, che ci volete fare. Anche se Michele, dopo gli studi all’alberghiero di Nembro, non se la passava male nemmeno qui. Le ossa se le fa alle spalle di un maestro (stellato) della cucina nostrana, lo chef Paolo Frosio del noto Da Frosio. Poi passa in un’altra eccellenza tricolore, questa volta però in Piemonte: il Da Guido di Ugo Alciati e Luca Zecchin. È a quel punto che gli arriva l’invito di un vecchio cliente di chef Frosio: «Che ne dici di venire negli States?». Michele aveva 24 anni e pensò che era arrivato il momento.

 

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A distanza di sei anni da allora, chef Belotti ha un ristorante tutto suo, una copertina di Gambero Rosso a lui dedicata e i premi come “Best of the East Bay” e “Diners’ choice award” 2016 e 2017 in bacheca. Insomma, alla fine l’America l’ha trovata per davvero. Eppure, come spesso accade a noi italiani (più precisamente a noi bergamaschi), quando facciamo armi e bagagli e partiamo ci portiamo dietro anche un pezzo di casa. Michele lo ha fatto con la cucina, facendo scoprire ai non raffinatissimi palati a stelle e strisce prodotti e piatti dell’eccellenza culinaria orobica: stracchino di Vedeseta, taleggio, gorgonzola, mais spinato di Gandino, la polenta (of course), ma pure trepa (trippa), öf e spares (uova e asparagi), taragna e strinù. E casoncelli, tanti casoncelli, migliaia e migliaia di casoncelli, tutti rigorosamente fatti a mano come tradizione comanda. Anzi, come mamma comanda. Perché è stata lei la sua prima, vera, grande maestra. Lo raccontava lo stesso Belotti in una bella intervista rilasciata due anni fa ad Affari di Gola: «Mio papà Maurizio era fruttivendolo e da piccolo mi portava spesso con sé per selezionare il meglio della frutta e della verdura sul mercato. Mia mamma Angela, invece, era una casalinga vecchio stile. Allevava una grande varietà di animali da cortile e, nonostante papà fosse fruttivendolo, si riforniva di frutta e verdura rigorosamente dal suo orto».

 

 

Nel nuovo ristorante «gli affari vanno bene», ma la sua Bergamo gli manca. E ha annunciato che ad agosto tornerà qui per “risposare” con una cerimonia all’italiana la moglie Joyce. Intanto si gode la soddisfazione di avercela fatta, nonostante le difficoltà. «Sono partito con soltanto tanta segatura in testa – raccontava ad Affari di Gola -, pensando sarei stato qui poco. E invece… È stata dura. A San Francisco (dove ha lavorato fino al 2016, ndr) il sessanta per cento dei miei cuochi erano lavapiatti, per lo più analfabeti e senza la minima idea di come fosse una julienne o una mirepoix. Di passione dietro ce n’è gran poca. Fortunatamente c’è Paolo Marinoni, classe 1986 come me, originario di Leffe. È un grande amico e compagno di classe sin dalle superiori. È stato il mio sous chef e mi ha dato un grande aiuto, soprattutto quando ammazzavamo la nostalgia di casa facendo dialoghi interi in puro bergamasco». Già, Bergamo. Casa. «Via Valbosana, dove vivevo; polenta e coniglio; le passeggiate sulle Mura; öl salam. E l’Atalanta». L’America sarà pure l’America, ma alla fine casa è pur sempre casa. Anche quando sei «uno delle stelle nascenti fra i ristoratori italiani» negli USA, Gambero Rosso dixit.

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