«Il sogno? Aprire in futuro un museo»

Cimeli, maglie e figurine introvabili La collezione atalantina di Matteo

Cimeli, maglie e figurine introvabili La collezione atalantina di Matteo
26 Dicembre 2015 ore 19:00

Questa è una storia bellissima. Racconta la passione di Matteo, avvocato bergamasco da anni trapiantato a Milano che oltre a tifare Atalanta ha deciso di iniziare una raccolta semplicemente incredibile. Migliaia di pezzi, maglie storiche ma non solo, tutte rigorosamente targati Dea: Matteo metterebbe in cassaforte qualsiasi oggetto dalle tinte nerazzurre (rigorosamente orobiche…), possibilmente vecchio o molto vecchio, che raffiguri, rappresenti e sia in qualche modo legato all’Atalanta. Il suo sogno è quello di condividere questo album di ricordi sui generis con tutti i tifosi atalantini, un’idea ancora embrionale. Che però scalda il cuore di Matteo, che vive l’Atalanta da quando il cugino Marzio raccontava le sue storie da stadio a casa della nonna Rina. Oggi segue le partite in tribuna, ma il suo cuore si è forgiato in Curva Nord. Guardate bene la sua collezione, ci sono delle chicche assolute.

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Matteo, iniziamo a raccontare la tua passione: collezioni maglie e cimeli antecedenti al 1980. Perché?

L’Atalanta è una grande passione, non vivo più a Bergamo da anni ma sono ancora legatissimo alle mie origini, Da piccolo sentivo i racconti entusiasti di mio cugino Marzio, la domenica a casa di nonna Rina ascoltavo con grande curiosità quello che aveva visto «andando all’Atalanta». Dopo un po’ gli chiesi di portarmi con lui. In Curva Nord, ovviamente. Ho vissuto tanti anni vicino a lui e ai suoi amici: bellissimo. Pioggia, neve o sole non ci fermavano. Tante soddisfazioni e alcune cocenti delusioni, ma il bilancio è super.

Una grande passione, insomma…

Già. Dal vivere questa passione alla collezione di cose attinenti all’Atalanta il passo è stato breve. Amo la storia e cercando cimeli dell’Atalanta ho fatto bingo. Ho avuto la percezione che vi sia un mondo di oggetti e ricordi che rischia di perdersi, cosa che sarebbe un vero peccato e un grande torto alla storia centenaria della nostra squadra. Vorrei anche mettere tutto a disposizione di chi condivide con me questa passione: tempi e modalità sono ancora tutte da definire, ma ammetto che ci sto pensando.

Quanti cimeli hai in casa? E di quali anni parliamo?

Tantissimi, nell’ordine delle migliaia. Ne vorrei molti di più, ma il problema sono il tempo e la difficoltà per trovare pezzi veramente interessanti. Quando ho lo spunto giusto, inizio a sondare le mie fonti, e se trovo qualcosa da aggiungere alla collezione faccio di tutto per portarlo a casa. Le maglie che ho sono in tutto una quarantina: Pacione, Messina, Mereghetti, Mion, Festa e tante altre. Poi ci sono un sacco di riviste risalenti al periodo 1940/1960, rigorosamente con la Dea in prima pagina, figurine (anche in metallo) e album che spaziano dagli anni Venti agli anni Ottanta. E ancora: biglietti, quotidiani, libri, qualche abbonamento, cartoline, vecchie fotografie e tanto altro. Gli oggetti più interessanti in genere sono quelli più vecchi. Certo, ci sono alcune eccezioni, ma la regola è: più si va indietro nel tempo, più il pezzo è interessante e pregiato. Curiosamente, negli anni Cinquanta e Sessanta, la stampa nazionale dava spesso grande risalto alle gesta della nostra squadra riservandole l’esclusiva in copertina, soprattutto in occasione delle frequenti vittorie che raccoglieva in quegli anni anche con squadre blasonate. È il caso, ad esempio, della vittoria casalinga del 1948 ai danni del grande Torino.

Che tipologie di oggetti preferisci collezionare?

Da questo punto di vista mi definisco “bulimico”: cerco qualsiasi cosa abbia a che vedere con l’Atalanta, anche se le maglie sono sempre l’oggetto di maggiore appeal. Soprattutto quando capita di trovarne di molto vecchie o di particolari perché indossate con certezza da un giocatore carismatico o in una partita importante. Ma le divise hanno un valore collezionistico solo se hanno più di 30 anni.

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Come mai?

A quei tempi una maglia veniva usata più stagioni, a volte anche in allenamento come certificano certe foto degli anni Cinquanta o Sessanta. Finito di usarla, la divisa finiva nel cesto del magazziniere, lavata, stirata e di nuovo pronta all’uso per la successiva occasione. Parliamo di capi che alla fine della loro vita sportiva erano letteralmente consunti dai lavaggi e dall’uso. Ecco perché, spesso, gli stessi giocatori e la società non li conservavano. In quel periodo, non vi era un vero e proprio collezionismo di questo oggetti. Capitava che qualche giocatore scambiasse la sua maglia in campo con un avversario, o ottenesse di portarne a casa qualcuna. Ma, anche in questi casi, la maglia spesso non andava ad arricchire una collezione: piuttosto, capitava che finisse nelle mani di un nipote o di amico. Spesso si finiva per usurarla su qualche campetto di periferia, sfoggiata con vanto dal fortunato di turno. Ci sono ovviamente delle eccezioni che rendono la collezione di questi oggetti abbastanza preziosa.

La difficoltà più grande è nel reperimento del materiale o nella verifica?

Entrambe le operazioni non sono facili, ma direi che è più complicato intercettare il pezzo giusto. Diversamente dal collezionismo di maglie “moderne”, con le casacche molto datate il rischio di una truffa è in genere basso o molto basso. Ci sono diversi parametri da tenere in considerazione: il tessuto, la forma della maglia, l’etichetta e il produttore. Ma anche l’usura e  l’infeltrimento sono buoni indicatori di originalità, assai difficilmente replicabili dai malintenzionati.

Un lavoro da certosino, insomma…

Sino alla metà degli anni Ottanta il tessuto usato era la cosiddetta “lanetta”, materiale che a forza di lavaggi modificava inevitabilmente la propria consistenza e perdeva colore. Con un po’ d’occhio e di esperienza, queste caratteristiche consentono di contestualizzare una maglia nel giusto periodo e di escludere di essere in presenza di un falso. È necessario poi essere certi che la divisa dia dell’Atalanta,e non, per esempio, dell’Inter o del Pisa. Per fare questo, si guarda ad esempio l’etichetta del produttore: la maglieria milanese “Vittore Gianni” è nota agli addetti per aver fornito ufficialmente l’Inter per numerose stagioni, dunque non può essere materiale atalantino. Un abile collezionista riesce a smascherare questi tentativi truffaldini abbastanza agevolmente.

Come hai fatto a raccogliere tutto il materiale?

Un po’ da solo, un po’ tramite miei contatti o amici. In particolare, per le maglie, il mio “ricercatore ufficiale” è un mio carissimo amico di nome Cesare che da anni condivide con me questa passione. Per il materiale cartaceo una buona fonte sono collezionisti o le fiere specializzate. C’è poi il passaparola, quello funziona sempre. Se si sparge la voce che sei appassionato di queste cose e le mostri, la gente ti porta quello che si ricorda di avere in casa, magari abbandonato in qualche ripostiglio, o in soffitta.

Quali sono i pezzi pregiati?

Indubbiamente alcune maglie degli anni Cinquanta e Sessanta. Serve fortuna per recuperare i pezzi più belli, normalmente acquisto tutto (una maglia molto vecchia è arrivata a costare anche 2mila euro) ma ci sono situazioni in cui basta molto meno. Grazie ad un ex giocatore ho scovato una divisa di oltre 30 anni fa: ce l’aveva in uno scatolone in garage e quasi nemmeno se ne ricordava. Ho cercato per settimane di convincerlo, alla fine ce l’ho fatta grazie anche ad una buona cassa di vino.

La maglia più vecchia?

Si tratta di una divisa che dovrebbe risalire al periodo 1956/59, è di un giocatore che si chiamava Alfonso Dante Mion e aveva una storia incredibile. Era finito a giocare a metà anni Cinquanta nella serie B belga (Charleroi) e poi prelevato dall’Atalanta, che giocava in Serie A. È passato agli annali per avere segnato un gol contro la Triestina in trasferta che decretò la retrocessione dei biancorossi e permise all’Atalanta di salvarsi. Ho poi altre maglie degli anni Cinquanta e due casacche bellissime di Mario Mereghetti, uno degli eroi della finale di Coppa Italia del 1963.

A quale pezzo sei più affezionato?

Nessuno in particolare. Direi tutti, anche se non tutti hanno lo stesso valore collezionistico. Ogni maglia della collezione ha la sua storia, per quello che ha visto quando era indossata in campo e per come è finita nella mia collezione. Per ciascuna maglia, potrei raccontare esattamente come e quando l’ho presa. Ci sono maglie alle quali tengo particolarmente, ultima delle quali è quella che mi ha regalato Cristian Raimondi, al termine di una serata in cui ho avuto il piacere di conoscerlo e apprezzarne le doti di grandissima umanità e professionalità. Eravamo a cena da amici comuni e avevo portato un po’ delle mie maglie “storiche”. Ricordo l’entusiasmo e la passione con il quale le ha guardate, prima di chiedermi di poterne indossare qualcuna. Cristian ha la Dea nel dna. È uno di noi, «uno da Atalanta», come si dice. Sono contentissimo che sia finalmente riuscito a venire a Bergamo qualche anno fa e che stia facendo benissimo anche quest’anno.

C’è qualcosa che non sei ancora riuscito a trovare ma che vuoi a tutti i costi?

Devo trovare una delle maglie usate durante la finale di coppa Italia del 1963 e una maglia della stagione successiva, con la coccarda tricolore sul petto. Sono ottimista, a breve magari qualcosa salta fuori, ho buoni presentimenti.

Ci sono altri collezionisti di materiale Atalanta come te?

Si ne conosco un paio. Uno è Cesare, un mio carissimo amico che condivide la passione per le maglie. Lui cerca in realtà proprio solo quelle. Appena le trova, inizio a martellarlo sino a sfinirlo. A volte devo dire che dimostra una pazienza nei miei confronti veramente esemplare. Provo a convincerlo anche per mesi o anni, ma alla fine ci riesco spesso e me le cede. Per lui, privarsene non è facile e lo fa solo perché sa che con me sono in buone mani e restano a Bergamo. Un altro grandissimo collezionista si chiama Natalino: lui tratta invece praticamente solo materiale cartaceo. Ha una quantità impressionante di materiale, tutto attentamente conservato e rigorosamente archiviato. Un vero museo privato. Anche lui è un grandissimo tifoso atalantino e un profondo conoscitore della storia della nostra squadra. 

Qual è la prima cosa che ti dicono quando vedono la collezione?

La prima reazione è, in genere, una domanda: «Come hai fatto a trovarle?» Poi mi chiedono perché non organizzo una mostra. E sono convinto che sarebbe una bella cosa. L’idea di collezionare questi oggetti è nata per caso, come un gioco. Poi man mano che vedevo crescere la collezione mi sono convinto che tutto questo ha ancor più senso se un giorno ci sarà la possibilità di mettere a disposizione di tutti i tifosi quanto abbiamo raccolto.

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