«Fatale fu Caniggia»

Clark, che tifa la Dea da Dover «È come la mamma. Mi è capitata»

Clark, che tifa la Dea da Dover «È come la mamma. Mi è capitata»
01 Ottobre 2015 ore 10:19

Mondiali di calcio, 1990. Si gioca in Italia, tante le squadre e i campioni impegnati ma a Dover, città dell’Inghilterra sud-orientale famosa per le bianche scogliere, c’è un bambino che sta diventando atalantino. Lui si chiama Clark, ha i tratti tricologici identici a quelli di Stefano Colantuono e ama l’Atalanta alla follia, ha un sacco di tatuaggi eloquenti e sogna, un giorno, di poter seguire allo stadio le gesta nerazzurre. Ogni settimana insieme ai suoi fratelli bergamaschi.

 

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Clark, sei un inglese atalantino. Ci racconti la tua storia?

Era il 1990, quando avevo 5 anni ho guardato la mia prima Coppa del Mondo e l’Argentina aveva un attaccante veloce con i capelli lunghi che subito è diventato il mio eroe. Si chiama Claudio Paul Caniggia. Mentre era impegnato ai Mondiali giocava per l’Atalanta e così sono diventato un simpatizzante della squadra orobica. L’amore è scoppiato qualche anno dopo, sono venuto a Bergamo per vedere dal vivo la squadra per la prima volta e la gente è stata così ospitale e accogliente che mi sono innamorato della città e del club: ora posso dire che ho una grande famiglia a Bergamo. Mi piace pensare che non sono stato io a scegliere Atalanta ma che l’Atalanta, e la sua gente, hanno scelto me. È un po’ come funziona in una famiglia, pensateci bene: non si sceglie la madre e il padre, capitano. In questa bella storia è come se Caniggia fosse mio padre e la Dea è mia madre. Fantastico.

Dove vivi precisamente e che differenze vedi tra il calcio inglese, modello tanto esaltato dalle nostre parti, e quello italiano?

Io vivo a Dover, città del sud dell’Inghilterra vicinissima alla Francia. Non mi piace il calcio inglese, penso che ha perso la sua anima e la passione tutto per il denaro e l’avidità di chi lo controlla. Il calcio italiano è più tattico, si pratica un gioco più intelligente. Anche i tifosi in Italia sono più passionali e sono autorizzati a mostrare la loro passione allo stadio molto più che nel Regno Unito. Allo stadio, in Inghilterra, è come stare in una prigione o dentro una scuola. Non si può stare in piedi, non si possono fare cori gridando e non ci sono mai coreografie colorate da torce come in Italia: praticamente, nessuna passione.

 

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L’Atalanta vive un grande momento, cosa ne pensi? Sogni anche tu qualcosa di grande per il futuro?

È vero, l’Atalanta sta attraversando un bel periodo. Abbiamo una buona squadra e alcuni giocatori sono veramente interessanti, forti e giovani. Sono contento. Il club è ben gestito da Percassi, e come sempre io sogno di poter vivere emozioni europee. Pensate che bello sarebbe seguire l’Atalanta in Coppa proprio qui in Inghilterra. Sogni a parte, quello che conta di più sono la nostra storia e il nostro futuro, sempre nella massima serie con tanti campionati da Atalanta.

Lo scorso 2 agosto la Dea ha giocato a Londra contro il Queens Park Rangersa: c’eri?

Ovviamente sì, ero a Loftus Road. Per me è stata una giornata speciale, prima di tutto perché ho visto la mia squadra del cuore giocare nel io Paese, ma soprattutto perché ho visto la mia famiglia di Bergamo, i miei fratelli di tifo vivere il loro grande sogno. Un mio grande amico si chiama Marco Pirovano, quello del Polentone, ero con lui in curva a vedere la partita e l’ho visto veramente contento. Vedere l’Atalanta giocare a Londra è stato, per lui, sogno, e sono felice per lui. Prima di ogni partita, quando sono a Bergamo, vado da Polentone per scaramanzia a mangiare la polenta con il mio amico: porta fortuna.

 

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Quante partite hai visto dal vivo a Bergamo?

Di solito mi organizzo per venire a Bergamo almeno 4 o 5 volte l’anno, ho iniziato a seguire l’Atalanta in modo abbastanza continuo nel 2008 e sinceramente ho perso il conto di quante gare sono riuscito a vedere tra i tifosi atalantini. Si vinca o si perda, mi trovo sempre bene e non mi basta mai. Il prossimo viaggio verso il Comunale è programmato per il prossimo 23 novembre, sarò sugli spalti per Atalanta-Torino.

Ma fuori dal campo, pensando all’Atalanta, ce l’hai un sogno?

Il mio sogno è quello di poter venire a Bergamo talmente spesso da poter seguire l’Atalanta ogni settimana. Ho tre figli e una compagna che a sua volta ama tantissimo la città: ci siamo stati anche in estate per le vacanze. Mio figlio più grande ama il basket e non il calcio, quello di mezzo è invece pazzo per il pallone e gli piace il Chelsea, ma lentamente sta imparando che l’Atalanta è nel suo cuore. Magari un giorno, spero presto, lo porterò anche a Bergamo. Il più piccolo è ancora molto giovane, io spero che possa diventare un atalantino. Come il suo papà.

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Per chiudere, una curiosità: ma non c’è proprio nessuna squadra della Premier che ti appassiona?

Non mi piacciono altre squadre oltre alla Dea. A volte guardo il Tottenham ma l’Atalanta è il mio unico vero amore. Siamo in tanti atalantini che vivono fuori da Bergamo, su Facebook c’è un club virtuale “Dover Atalanta supporters group” che ha fondato il mio amico Matteo Scarpellini. La maggior parte delle persone del gruppo sono amici di Teo, e sono tifosi dell’Arsenal che simpatizzano anche per l’Atalanta. Alcuni sono ragazzi di Dover. Ho contatti e ottimi rapporti con tifosi che vivono in giro per il mondo, Adrian dall’Australia e altri ragazzi provenienti da Austria, Norvegia, Germania e America: siamo tutti veramente buoni amici e parliamo regolarmente on-line dell’Atalanta e della nostra passione comune.

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