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Il ricordo

Claudio Salvetti e Fiorenza, una tenerezza infinita (ora che lui, purtroppo, non c'è più)

È morto a 68 anni il professore che abitava a Valbrembo, in una casa che ha accolto molti figli, naturali e non. Pubblichiamo la lettera in forma di dialogo scritta nel decimo anniversario del loro matrimonio

Claudio Salvetti e Fiorenza, una tenerezza infinita (ora che lui, purtroppo, non c'è più)
Personaggi Paladina e Valbrembo, 23 Gennaio 2021 ore 14:50

di Bruno Silini

Nell’umiltà stava la sua statura di uomo. Nonostante possedesse una solida preparazione teologica e una chiara visione della Chiesa, Claudio Salvetti non si è mai atteggiato alla grandeur del sapiente. Dispensava le sue riflessioni con cordiale pacatezza, senza debolezze istrioniche e, appunto, in perfetta umiltà. Originario di Carona, Claudio Salvetti è morto mercoledì nella sua casa di Valbrembo.

A 68 anni, un tumore al pancreas se l’è portato via. Figura di laico impegnato, nel 1998 è stato uno degli animatori del gruppo Lac (Liturgia, arte del celebrare) con il compianto don Sergio Colombo. I funerali sono stati ieri, venerdì 22, nella chiesa parrocchiale di Paladina. Pubblichiamo una delle sue lettere, in forma dialogica con la moglie Fiorenza, scritta nel loro decimo anniversario di matrimonio. Le lettere facevano da cornice agli incontri di preparazione al matrimonio. Riguarda la tenerezza dentro la coppia. Ricorda l’amico don Enrico D’Ambrosio, parroco di Campagnola: «Claudio era la dolcezza della grazia e Fiorenza la forza della natura. Insieme hanno messo a servizio l’amore».

Siamo in una camera d’ospedale. Una scena ci commuove profondamente. Un uomo anziano, privo della parola e in carrozzella piange e accarezza con dolcezza la moglie, immobile e ormai quasi al termine della vita. Un’infinita tenerezza viene dai quei gesti pudichi e semplici. Un silenzio pieno di sacralità si crea di colpo tutt’intorno. Che nome ha questo legame capace di durare fino all’ultimo? Come è possibile che tra i nostri poveri e fragili corpi passi questa traccia di eternità?

Lei. «Dopo tanti anni, mi commuovo sempre parlando di tenerezza. A volte mi vengono le lacrime agli occhi e mi sembra di essere tornata bambina. Quando ti ho conosciuto mai avrei pensato di scoprire in un legame, una tenerezza così profonda. Allora, mi bastava averti incontrato, averti sentito al telefono e una dolcezza mi invadeva... E tu?».

Lui. «Sinceramente, non ricordo che fossi particolarmente colpito dall’intensità dei tuoi gesti e dei tuoi desideri; non percepivo che la tua voglia di starmi vicino e il tuo sguardo fossero abitati da tale dolcezza. Sai, noi siamo più superficiali, proprio nel senso che stiamo sulla superficie delle cose. E poi ero preso dal mio lavoro, continuavo a leggere, a scrivere, a riflettere; anche di teologia e così magari mi occupavo della tenerezza di Dio...».

Lei. «E non capivi che la tenerezza di Dio passa attraverso uno sguardo, una mano che accarezza, un bacio sincero, due mani che si stringono, una gioia condivisa, un dolore partecipato. La tenerezza, infatti, non è una cosa da capire. Ho iniziato ad amare teneramente mia madre, quando ancora ero piccola piccola, perché lei, quasi sempre ammalata, aveva bisogno di aiuto. Allora non l’avrei chiamata tenerezza. Poi, la mia professione di infermiera mi ha messo accanto a tanti ammalati e a gente che soffriva ed era sola. Ho imparato, se così si può dire, la tenerezza proprio là dove è più necessaria, là dove noi siamo più poveri e fragili...».

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