Solidarietà senza confini

Da Zambla al Brasile, il racconto dello slancio generoso di Adriana Valle nella pandemia

Volontaria bergamasca, opera da 41 anni in terra carioca, alla periferia di San Paolo: «Il Covid è una lezione di vita, ci aiuta a credere nella Provvidenza»

Da Zambla al Brasile, il racconto dello slancio generoso di Adriana Valle nella pandemia
Val Brembana e Imagna, 07 Settembre 2020 ore 17:22

di Giambattista Gherardi

Una “goccia” di generosità al di là dell’Oceano, che unisce la Bergamasca e il Brasile nei mesi difficili dell’emergenza. Adriana Valle, 67 anni originaria di Zambla, vive da 41 anni in Sudamerica, a servizio delle popolazioni più povere. La sua storia è tornata alla ribalta grazie al racconto che la volontaria ha affidato alle pagine web del Movimento dei Focolari, un «nuovo popolo nato dal Vangelo» (come lo definì la fondatrice Chiara Lubich) nato nel 1943 a Trento. Adriana dal 1979 opera nella periferia di San Paolo: «Una donna autentico moto perpetuo – scrive Franca Capponi su flest.it – fonte d’idee e di energia, dalle straordinarie capacità e da una forte propensione imprenditoriale forgiata in famiglia, che lascia un avvenire sicuro e dalle prospettive decisamente floride per abbracciare un’avventura che dal 1979 la vede come una delle anime della Mariapoli Ginetta».

Adriana racconta dei primi anni della sua esperienza, quando lasciò la famiglia, titolare grazie a papà Gaspare e mamma Ines dell’Albergo Teresina a Zambla. Lei era l’unica figlia femmina con cinque fratelli maschi: Angelo, Giuseppe, Lorenzo (ortopedico), Felice (cardiologo) e Giorgio, morto ad appena vent’anni. La sua scelta di vita (era pure una promessa dello sci), prese forma in due anni di formazione fra i focolarini a Loppiano (Firenze). «All’inizio – raccontava in un’intervista di due anni fa – dopo un naturale spaesamento di fronte alla nuova realtà, mi misi in gioco nel fare pane e torte insegnando la cosa a tante ragazze. Per sei anni andammo in giro a venderli per le strade, nonostante i pericoli che questo comportava. Poi riuscimmo ad aprire un piccolo laboratorio che abbiamo chiamato “La spiga dorata”: oggi è una realtà che dà lavoro a più di 20 persone, e dà sicurezza alle loro famiglie. Le nostre opere sociali si svolgono in due punti di San Paolo: nel Jardì Margarida, dove accogliamo per laboratori e dopo scuola 120/160 bambini e nel Barrio do Carmo con 100/110 bimbi. Quest’ultimo è un quartiere con problemi di spaccio, abusi e prostituzione infantile, dove le famiglie lasciano i figli abbandonati a loro stessi. La miseria è soprattutto mancanza di valori morali, di famiglie disgregate e senza principi. Per questo puntiamo sull’educazione e la formazione delle future generazioni».

Il racconto di Adriana, rilanciato in questi giorni, si focalizza necessariamente sulla situazione estremamente grave del Paese sudamericano, che di fatto ancora vive la fase acuta del contagio e della pandemia. «È una cosa che ha dell’innaturale dover dire alle persone “state a casa” quando non hanno una casa, oppure “non uscite di casa” quando qui o si muore di Covid o si muore di fame. Anche noi – afferma Adriana – abbiamo dovuto cambiare la struttura del panificio, perché prima era tutto aperto. Eppure quante persone povere sono arrivate per chiedere aiuti e quante persone ricche venivano per donare, donare, per permetterci così di preparare ogni giorno più di mille panini da offrire ai poveri. Siamo così riusciti a non fare stare a casa i dipendenti, mamme e papà che senza il lavoro avrebbero tante difficoltà. Siamo qui, in questa lotta quotidiana. Io personalmente mi alzo alle 4 e mezzo del mattino e vado a casa alle otto di sera, stanca morta, ma felice di aver potuto collaborare almeno un poco con queste persone».

«Non vi dico – aggiunge – quante ceste e scatoloni con alimenti primari quali riso, fagioli, olio, zucchero, sale farina, pasta biscotti prepariamo ogni giorno. Ma quando i nostri clienti di classe A, i ricchi di San Paolo, hanno saputo che noi stavamo dando queste ceste ai poveri, ci hanno detto “ma io ne voglio comperare 10, io 20, altri 30…” per vivere con noi questa solidarietà. Così ogni giorno. Noi siamo sempre a rischio perché lavoriamo con dipendenti che prendono il pullman sempre affollatissimo, lavoriamo in un locale pubblico, ma questo è il minimo che io possa fare: dare la mia disponibilità, il mio tempo, le mie forze fisiche e anche spirituali per tante persone che stanno soffrendo, che hanno perso parenti, figli, che sono negli ospedali, che non hanno più il lavoro. Questa pandemia è senz’altro una lezione di vita che ci aiuta a vivere il momento presente, a guardarci intorno e non chiudere gli occhi di fronte ai bisogni, a credere sempre nella Provvidenza perché in questi cinque mesi, mai, mai, mai siamo andati in perdita: donavamo 1000 pani, ci arrivavano 5 sacchi di farina in bonifico, donavamo cinque cesti e ce ne arrivavano 10».

Un’infinita solidarietà, tante gocce che annullano le distanze, di qua e di là dell’Oceano.

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