Lavoro, sanità e ambiente

Violi, candidato M5S in Regione Identikit di un illustre sconosciuto

Violi, candidato M5S in Regione Identikit di un illustre sconosciuto
02 Dicembre 2017 ore 10:15

Dario Violi, nato a Lovere il 4 maggio 1985, è cresciuto a Costa Volpino ma oggi vive a Bergamo con la moglie Laura e i figli Gregorio e Anna, rispettivamente di tre anni e di appena quattro mesi. Il 25 novembre scorso è stato nominato candidato governatore della Regione Lombardia per il Movimento 5 Stelle dopo aver vinto le “Regionarie” online con 793 e arrivando davanti all’onorevole Massimo De Rosa di appena sette voti («Un’emozione incredibile»). Nel 2009 si è laureato in Scienze politiche, indirizzo Cooperazione internazionale, a Pavia. Sin dall’adolescenza ha fatto diverse esperienze di volontariato, andando in Bosnia, in Albania e in Argentina. Ha collaborato anche con la Comunità don Milani di Sorisole e con l’unità di strada a supporto delle prostitute di Darfo. Nel 2010 ha iniziato ad occuparsi di scrittura e gestione di progetti innovativi per start up. Eletto in Consiglio regionale nel 2013, è stato nominato portavoce del Movimento 5 Stelle e membro delle commissioni Sanità e politiche sociali, Attività produttive e lavoro e della commissione speciale per il Riordino delle autonomie locali. Grande tifoso dell’Atalanta, è anche appassionato di cucina.

 

Allora, come si sta da candidato governatore della Lombardia?
«Si è felici, molto felici».

Si sentiva il favorito?
«Favorito no, ma sapevo di potermela giocare».

Dove crede di aver raccolto più consensi?
«Nelle province, penso».

 

 

E a Bergamo, dove però il Movimento fatica a ritagliarsi uno spazio.
«Non è del tutto vero. Nelle ultime elezioni comunali, dove avevamo candidati interessanti e gruppi che hanno lavorato bene, come a Brembate, abbiamo preso anche il 16,5 per cento. Stiamo crescendo».

Qual è il suo obiettivo?
«Il fatto che sia una sfida dura lo sappiamo, è inutile raccontarci balle. Però è anche questo il bello. Partiamo da una base solida e in tre mesi poi può succedere di tutto».

Anche di vincere?
«Giochiamo per vincere, sì. È ovvio che partiamo indietro e sappiamo anche che a noi danno meno spazio e visibilità, però siamo gli unici che oggi hanno già un programma pronto. E questo, per me, da privato cittadino, fa la differenza».

Gli altri stanno ancora discutendo di alleanze.
«Ieri Maroni diceva che deve valutare se allearsi con Ap. Ecco, noi ci approcciamo in maniera completamente differente. Contano i fatti».

Tipo?
«Maroni ha inceppato una macchina che, con tutti i suoi limiti, funzionava. Doveva dare discontinuità e invece la sua Giunta è stata falcidiata da inchieste e arresti. Gori, invece, viene dal berlusconismo e se Maroni è l’eterno amico di Berlusconi, Gori ne è il figlioccio. Le due o tre cose che ha detto finora del suo programma sono molto vicine al modello formigoniano che Maroni ha portato avanti».

Il vero cambio di passo, quindi, sarebbe lei?
«Un lombardo deve chiedersi: mi è andato bene quello che è stato fatto fino adesso? Se sì, vota per la continuità. Se vuole cambiare, invece, vota noi».

Ma la Lombardia è una delle poche Regioni d’Italia che funziona. Perché dovremmo volere un netto cambio di direzione?
«A parte che quando le cose vanno bene, io sono abituato a guardare più in alto. Se il termine di paragone è la Calabria, allora ok, sto qua e aspetto. Ma se guardo ai quattro motori d’Europa, noi siamo quelli che arranchiamo. Io direi che le cose in Lombardia vanno bene nonostante la politica e non per merito della politica».

 

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Leggendo le 62 pagine del vostro programma, ci si rende conto che volete ridare centralità alla Regione. Parlate molto, ad esempio, di sanità pubblica. Non pensa che sia un po’ fuori dalla storia pensare di fare tutto senza i privati?
«L’apertura ai privati, in ambito sanitario, era stata spinta soprattutto per abbattere i tempi delle liste d’attesa. Invece i tempi sono in crescita. Qualcosa non va. Siamo partiti aprendo un pochino ai privati per farci dare una mano, ma il privato s’è preso gran parte delle risorse lasciando i problemi».

In realtà spesso basta pagare per aver tempi di attesa più brevi.
«Il privato fa i suoi interessi, fa il suo lavoro, e fa bene a farlo. Ma la cosa ha comportato una deriva commerciale. La politica dev’essere un ente regolatore in grado di leggere le situazioni. Laddove un privato dà supporto e porta eccellenza, ben venga; quando distorce il mercato no. E quando ho 27 cardiochirurgie in tutta la Lombardia, più che in tutta la Francia, allora qualcosa non va».

Una più forte presenza pubblica la vorrebbe solo per la sanità?
«Assolutamente no. Vale anche per le scuole o per i centri per l’impiego. Non sto dicendo che il privato è cattivo e il pubblico è buono, ma un’istituzione pubblica deve rivestire il ruolo di buon regolatore».

È per questi motivi che Berlusconi vi ha definiti più pericolosi dei comunisti?
«Mi viene veramente complicato parlare di Berlusconi».

Ma oggi è un vostro rivale. Di Maio ha detto che Renzi non rappresenta più nessuno, non vi resta che Berlusconi.
«Ma come si fa a prendere seriamente uno che candida persone a loro insaputa? Avevo nove anni quando parlava della rivoluzione liberale e dei comunisti cattivi. Poi ha governato quindici anni e non ha fatto niente. Anzi, oggi fa le stesse identiche proposte di allora. Dice che la colpa è degli alleati di allora, cioè Lega Nord e Alleanza Nazionale. Bene, oggi è alleato con Lega e Fratelli d’Italia».

Berlusconi dice anche che non avete esperienza. E in parte è vero. Perché un cittadino dovrebbe fidarsi di voi?
«Purtroppo a volte si prendono a modello casi singoli. Ogni tanto qualcuno fa un errore, ma abbiamo centocinquanta parlamentari, più di cento consiglieri regionali e una cinquantina di sindaci. E tra questi vi posso assicurare che ci sono tante persone preparate, che abbassano la testa e lavorano duro. Se fossimo davvero incompetenti, non avremmo mai intuito un bisogno del Paese trasformandolo in una proposta come il reddito di cittadinanza. Ci hanno deriso due anni, poi il ministro Poletti viene a Milano e si riempie la bocca di reddito di inclusione e politica attiva, ovvero cose per cui noi abbiamo presentato proposte concrete. Arrivano sempre dopo».

La posizione sulla “vecchia” politica è chiara, ma non ci ha detto perché dovremmo votare lei o Di Maio.
«Perché abbiamo…»

 

Per leggere l’articolo completo, rimandiamo a pagina 10 di Bergamopost cartaceo, in edicola fino a giovedì 7. In versione digitale, qui.

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