Una mostra a Parigi

Ritratto del marchese De Sade che volle «scagliarsi contro il sole»

Ritratto del marchese De Sade  che volle «scagliarsi contro il sole»
Personaggi 21 Ottobre 2014 ore 08:54

È probabile che Sade. Attaquer le Soleil – aperta da qualche giorno al parigino Musée d’Orsay -finisca per essere la mostra più interessante di questo autunno-inverno.

Sade non è un personaggio semplice da abbordare. Prima di tutto, quando è nato e quando è morto: 2 giugno 1740; 2 dicembre 1814 (sei mesi prima di Waterloo). Cosa ha fatto nel frattempo, di tutto e di più: il nobile, il militare, il libertino, il frequentatore di prostitute, lo scrittore, il detenuto, l’evaso, l’amante, il folle. E «sempre esaggerato», come dicevano a Napoli di José Altafini.
La sua biografia, a leggerla in francese, sembra l’estensione negli anni e nella storia di quel momento sublime della Cenerentola disneyana in cui entrano al castello gli invitati, annunciati con sequenze di nomi e titoli che sembrano marche di Champagne o etichette di vini d’annata. La sua famiglia era una delle più antiche e nobili dell’Ancien Régime, e non c’è castello o dimora principesca in cui il nostro Alphonse Donatien François (avrebbe dovuto chiamarsi Donatien Aldonse Louis, e solo un errore di trascrizione gli risparmiò l’“Aldonzo”) marchese (o conte) de Sade, Signore di Saumane e di Lacoste, co-signore di Mazan non sia passato o dal vero o nelle sue fantasie.
Ma non è rimasto nella storia per questo. E non ci è rimasto nemmeno per le imprese a dir poco sconsiderate e gli scandali che costrinsero i giudici ad imprigionarlo. Ci è rimasto per quello che ha scritto quando era prigioniero prima nella torre di Vincennes (dal 1777 al 1784) e poi alla Bastille, dove rimase fino al 1790, l’anno dopo lo scoppio della Rivoluzione.

Cosa ha scritto. Anche qui, di tutto e di più. Ma data la maggiore estensione che la letteratura può vantare rispetto alla storia, il tutto della scrittura del marchese De Sade – il divino marchese, come anche viene chiamato – è molto “più tutto” della sua vicenda biografica.
La forza della sua testimonianza sta esattamente in questo: aver abolito la nozione stessa di limite, scoperto la potenza irrefrenabile del desiderio, l’abisso dell’inconfessabile.
L’evento parigino si propone appunto di far vedere come questo furibondo – e sottaciuto – agitatore del pensiero e dell’arte degli ultimi due secoli «dicendo quello che non si vuole vedere, abbia incitato a mostrare ciò che non può essere detto». È una questione di libertà, la sua: si è liberi solo se e quando la nostra parola può spingersi a dire quanto si trova al di là non solo del mai detto, ma del non dicibile stesso [dal catalogo della mostra a cura di Annie Le Brun].

Se così fosse – e gli appassionati del personaggio sanno che è così – allora da noi il più importante erede di De Sade è certamente Pier Paolo Pasolini, e non solo per il fatto che il titolo del suo ultimo e terribile film – Le 120 giornate di Sodoma – è preso a prestito da un romanzo dello scrittore prigioniero. Anche Pasolini aveva l’ossessione di un linguaggio – scritto o filmico – in cui si potesse dire davvero tutto e in primo luogo ciò esattamente che non può essere (o che non aveva potuto essere, prima che lui lo dicesse) detto. A mettere in luce il rapporto che Sade – che viene prima della fotografia – intrattiene con l’immagine fotografica è stato il genio di Roland Barthes.

Che cosa non può esser detto (o mostrato). A guardare le cose in superficie, ciò che non può essere detto è tutto ciò che si situa al confine della perversione (soprattutto sessuale) e della pornografia. E di materiale che possa esser piegato a fini di questo tipo le pagine di Sade non sono soltanto piene: rigurgitano. Ma – con buona pace del codice penale e di coloro che ne hanno utilizzato il materiale a fini sordidi e commerciali – Sade non è un pornografo. È uno che vuol affermare che è ormai venuto il tempo di non arrestarsi più a quella soglia di timore e tremore che ha generato tanta arte durante i secoli proprio per il fatto di essersi arrestata un attimo prima del baratro, della rivelazione orrorosa.

Al termine di Canzone Mononota, Elio e le Storie dicono, a proposito di «Samba de una nota sola»:
«C’è poi il samba di una nota sola
Ma, se ascolti attentamente, dopo un po’ cambia:
Jobim non ha avuto le palle di perseguire un obiettivo
Non ci ha creduto fino in fondo
Invece Noi
Sì»

Anche Sade ci ha creduto fino in fondo, e non si è fermato quando ha visto che c’era del torbido non solo in Danimarca, ma in ogni potere – compreso il suo – che si nasconda sotto l’apparenza del luminoso. Bisogna dunque Attaquer le soleil (portare un attacco al sole) – recita il titolo della mostra – per costringerlo ad illuminare anche ciò che non ha mai voluto illuminare, che ha avuto terrore di illuminare: il fondo oscuro del desiderio, l’abisso della passione, l’origine del linguaggio.
Ha scritto D.A.F. Sade (come si firmava talvolta): «Si inveisce contro le passioni senza tener conto del fatto che è alla loro fiaccola che la filosofia accende la sua». In un video allegato alla pagina della mostra la curatrice, Annie Le Brun, ci fa capire che entrare lucidamente in questo discorso radicalmente ateo, irriguardoso, oltraggioso potrebbe rivelarsi interessante.
È difficile, infatti, pensare un modo più corrosivo di questo per mettere in crisi l’età dei Lumi, tuffarsi con occhi nuovi nel furore del Romanticismo, togliere le incrostazioni al Surrealismo, affrontare senza paracadute la questione della violenza dei nostri giorni.

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