Dissertazione sopra il dio VAR

06 Gennaio 2018 ore 04:45

Ci sono provvedimenti che nascono per dividere. È una caratteristica insita nel loro codice genetico e forse proprio il fatto di essere fonte naturale di polemiche possiede quel suo aspetto perfino affascinante. È il caso del sistema di monitoraggio delle partite chiamato VAR, concepito per dare certezze e azzerare dubbi, ma che sta invece aprendo una serie infinita di diatribe.

Il VAR o la VAR? A cominciare dall’articolo da apporre al termine sorgono improvvise le divergenze: si dice la VAR o il VAR? Effettivamente per quello che si crede uno scaccia problemi non è il migliore degli esordi, dato che la natura dicotomica dello strumento sembra già impressa nei titoli di testa. Se consideriamo VAR come acronimo di Video Assistent Referee, non possono esserci incertezze sull’articolo al maschile, ma se pensiamo che la paroletta alluda alla moviola in campo le cose cambiano e si italianizzano femminilizzandosi. La sostanza ovviamente non cambia, ma tutte le volte che qualcuno viene chiamato a esporsi sull’uso dell’innovativo sistema, il discorso soffre un inceppamento d’esordio: il o la? L’oratore più sgamato previene il dilemma con un efficiente «che dir si voglia».

Diatribe da bar. Ebbene, superato il piccolo scoglio dialettico, si pone quello ben più difficile e imponente dell’effettivo apporto positivo della nuova tecnologia. E qui si apre un dibattito infinito tra chi è pro e chi invece è contro, tra chi vede nella VAR la soluzione di quasi tutti mali e quanti invece reputano che ne riesca a generare tantissimi altri. In effetti noi italiani siamo particolarmente inclini ai discorsi da bar e più la questione è spinosa più appassiona. Immagino liti e qualche scazzottata sotto l’impulso di divergenze di opinione, di punti di vista che si ritengono sacrosanti. Il mondo delle piazze è questo, e quello del calcio ne è la più acuta e forse estrema delle sintesi.

La natura sciamanica della tecnologia. Eppure due sono le questioni principali su cui mi piace riflettere: può essere la VAR pensata alla stregua di un deus ex machina in grado di fungere da cassazione sui possibili svarioni arbitrali? E, in seconda battuta, come si fa a credere che questo strumento di alta tecnologia, per quanto elevato alla funzione di algido e incorrotto giudice, non debba soggiacere in fin dei conti all’interpretazione tutta umana di persone in carne ed ossa?

Ecco, la cosa che mi preoccupa di questi mezzi digitali non è il loro uso, molto spesso dotati di buona efficacia pratica, ma dell’investitura quasi sciamanica che se ne fa. Mi è capitato di assistere a delle scene al limite del surreale in banca, dove il malcapitato di turno veniva informato che nel suo conto corrente non c’era un centesimo . Stravolto il poveretto, molto scrupoloso di natura, pretendeva di dimostrare l’assurdità della cosa. Proteste cadute nel vuoto, alle quali era stato opposto un bel «lo dice il computer!».

In una società allo sbando, orfana di valori e di padri, in balia di incertezze, resa ignorante da un sistema malizioso e quindi divenuta più debole, c’è ansia di sicurezza e si guarda con avidità alla scienza ritenuta capace di dare risposte inconfutabili una volta per tutte. Uno scientismo in grado addirittura di fabbricare idoli cibernetici, su cui non discutere, perché fondati su forze acefale, deità fatte della materia dei processori e legate alle leggi scritte sui rotoli dei protocolli d’intesa. E allora il dio VAR, si trasforma e declina in AVA(TA)R che è il suo doppio e contraltare. Eppure quale espressione avatarica è necessario che la divinità si proietti sul pianeta frequenti la mente umana: solo così può essere meglio compresa e interpretata.

L’atto dell’interpretare. E qui , viene il bello. Un mio docente di filosofia del diritto, l’illustre Luigi Lombardi Vallauri, ha insegnato nei suoi corsi che esistono centoquarantaquattro modi diversi di interpretare una norma. Quindi, facendo una semplice traslazione del concetto, non è difficile capire che posti davanti a una qualsiasi questione, a uno scritto o una immagine è insito nell’uomo l’atto dell’interpretare, ancor prima del comprendere. Inoltre, più saranno le persone incaricate a esprimere un giudizio e più l’affare si complica: tot capita, tot sententiae.

Concludendo, non lo so se il (la) VAR possegga o meno il potere di snebbiare in modo assoluto il campo dagli errori, sospetto invece che l’atteggiamento dell’uomo di oggi sia esattamente quello di sempre nei confronti di una forza ritenuta superiore e che in qualche misura lo sovrasta: da un lato si sottomette, dall’altro vuole penetrarla e farla sua. Limiti tutti umani. Su di lui incombe la maestà algoritmica del (la) VAR, femmina e maschio come deità vuole e numero di tre lettere come la trinità, come la stessa parola Dio: perfetta da incasellare in alternativa nelle parole incrociate.

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