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Il divin codino che ha unito l’Italia

Il divin codino che ha unito l’Italia
Personaggi 13 Novembre 2014 ore 10:18

È nella piena luce del giorno che risplendono suoni ed emozioni, e quel pomeriggio luminoso di tanti anni fa, a Pasadena, Los Angeles, la malinconia si è fatta assordante. Roberto Baggio ha preso il pallone sistemandolo con cura sul bianco del dischetto, un centro di gravità immanente, il punto preciso di quell’universo rettangolare e verde. Fin lì, in una carriera già lunga e sfavillante, mai una volta ha sbagliato un rigore. Ma questa è diversa, e lo sapevamo tutti. Dopo aver calciato lo abbiamo visto rimanere immobile, quando ha capito di aver sbagliato lo abbiamo visto piangere, e soltanto dopo, si deve essere chiesto il perché, perché qui e perché ora, contro il Brasile, che naturalmente intanto aveva iniziato i festeggiamenti. L’Italia in finale ce l’aveva portata lui, con i suoi gol e le sue serpentine, e non poteva essere che lui a decidere le sorti di quel destino azzurro ghiaccio.

Nel ’94 Baggio è già un uomo. Lo è stato sempre stato per colpa degli infortuni e di una spiritualità profonda. Ma all’inizio no. All’inizio, quando giocava nel Vicenza, aveva ancora l’aria da bellissimo illuso, una luce priva dell’annebbiamento che causa la malinconia. Poi si ruppe il crociato e il menisco, e lì ogni cosa è cambiata. Era l’ ’85, e Baggio stava per passare alla Fiorentina. Lo presero lo stesso per quasi tre milioni di lire e ne attesero il ritorno che fu lungo un anno. Il giorno che arrivò alla Juventus, nel ’90, gli misero una sciarpa bianconera al collo. Baggio se la sentì bruciare sulla pelle e se la strappò subito via. Comunque Baggio ci giocò abbastanza per vincere un campionato e una Coppa Uefa, una Coppa Italia. Quando alla Juve capirono di avere un altro fuoriclasse, Alex Del Piero, Agnelli non gli rinnovò il contratto. Passò al Milan (con cui vinse un altro scudetto), Ancelotti non lo volle al Parma (pentendosene), poi al Bologna, all’Inter, al Brescia. Nel 2002 un altro infortunio rischiò di stroncargli la felicità. Lo rimisero in piedi in settantasette giorni e Baggio, al rientro, segnò una doppietta.

Ma Baggio è stato più di una bandiera da club. E’ stato un simbolo della Nazionale, dell’Italia come l’abbiamo sempre intesa e immaginata: creatrice, eccentrica, determinata. Baggio è stato l’unico a mettere tutti d’accordo. A Italia ’90 come a Francia ’98, passando per quel rigore sciagurato negli States a metà tra i due estremi. Come Orfeo, anche Baggio incantava le folle. E riesce a farlo anche oggi, che ha smesso da molti anni. Dopo Usa ’94 l’arte del calcio di rigore non ci è sembrata più la stessa. Ai mondiali francesi, contro il Cile, un difensore sudamericano toccò il pallone con il braccio in piena area. La fenomenologia di quel rigore è passata inosservata, perché a certe cose non ci si fa caso e scivolano nella memoria. Ma vedere Baggio tornare sul dischetto a un campionato del mondo ci fece capire una cosa: che c’è sempre un’altra possibilità. Diversa, forse, ma lì ad attenderci.

 

Il rigore di Baggio con il Cile.

 

 

 

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