«È la chiesa che ancora aggrega»

Don Claudio e la sua Sforzatica «Le parrocchie salvano il paese»

Don Claudio e la sua Sforzatica «Le parrocchie salvano il paese»
22 Dicembre 2017 ore 06:30

Don Claudio Forlani è un omone grande, con modi affabili e un certo carisma. Da quattro anni è il parroco di Sforzatica, sia di Santa Maria che di Sant’Andrea, ma ad aiutarlo nella gestione delle due parrocchie ci sono anche don Antonio Rovati, don Giuseppe Minelli e il curato don Nicola Bravi. L’arrivo di don Claudio ha rappresentato una novità storica per il quartiere. Prima infatti c’erano due parroci, uno a Santa Maria e uno a Sant’Andrea e le due realtà vivevano vite separate, ognuna si occupava delle sue faccende, la collaborazione era poca o nulla. Dato che i preti scarseggiano, quattro anni fa la curia ha deciso di inviare don Forlani a gestire entrambe le comunità, una sfida non facile data l’antica rivalità tra i due campanili. Lui la chiama diversamente: «Non è una sfida ma una nuova opportunità».

Don Claudio, ci parli un po’ di lei.
«Ho 50 anni e sono originario di Mornico al Serio. Come parroco ho trascorso nove anni a Curno, dodici a Predore e da quattro mi trovo qui».

Realtà completamente diverse.
«Be’, sì. Soprattutto Predore, un paese di duemila abitanti dove la parrocchia gestiva anche la casa di riposo e la scuola materna. A livello paesaggistico era molto bello, data la vicinanza del lago. Ma anche qui mi trovo bene. Santa Maria ha una delle piazze più belle di Dalmine».

 

 

Lei vive nella casa che per qualche mese, nel 1907, ospitò don Angelo Roncalli in qualità di economo spirituale.
«Sì, ho il privilegio di vivere qui, accanto alla chiesa di Santa Maria, dove visse anche Papa Giovanni. Ma a Sforzatica ci sono due case parrocchiali: questa, che condivido con don Antonio, e quella di Sant’Andrea, dove vivono don Nicola e don Giuseppe. Io trascorro molto tempo anche in quella di Sant’Andrea. Solitamente io e don Antonio ci svegliamo presto e andiamo lì, dove condividiamo un momento di preghiera con gli altri sacerdoti e poi facciamo colazione tutti insieme. Anche il pranzo lo consumiamo insieme. Le due parrocchie comunque non sono mai scoperte, qualcuno di noi c’è sempre e io sono facilmente reperibile se qualcuno ha bisogno di me».

Cosa manca a Sforzatica?
«Dalmine è un grande paese con tanti quartieri ma tutti i servizi sono in centro. Guardi qui fuori, cosa vede? C’è una bellissima piazza ma non c’è un bar, non c’è un negozio di alimentari, non ci sono luoghi di aggregazione. Se non ci fossero le parrocchie a dare identità, se non ci fossero chiese e oratori ad aggregare, questi quartieri diventerebbero solamente dei grandi dormitori».

Quando gli sforzatichesi hanno saputo che sarebbe arrivato un solo parroco a gestire le due parrocchie, come l’hanno presa?
«Per loro è stata una grande novità al quale, se devo dire la verità, non erano preparati. Ma la cosa meravigliosa è che hanno collaborato, hanno accettato, si sono lasciati coinvolgere. Sinceramente pensavo di raggiungere i risultati attuali in una decina di anni ed invece in soli quattro anni abbiamo fatto moltissima strada».

 

 

Come avviene in modo pratico la gestione delle due parrocchie?
«Le confessioni, le cresime, le comunioni, i matrimoni, i funerali li facciamo nelle parrocchie di riferimento. In ognuna delle due c’è il gruppo dei catechisti e degli educatori per gli adolescenti. Il percorso con i genitori, le due Caritas, i due gruppi liturgici invece sono insieme. Le corali collaborano e insieme stanno preparando un bellissimo concerto di Natale. Il primo anno ad esempio, gli incontri per i genitori li facevamo ancora separati ma ad ogni gruppo spiegavamo che ci sarebbe piaciuto farli insieme, quelli di Santa Maria con quelli di Sant’Andrea e chiedevamo ai partecipanti cosa ne pensassero. Spiegavamo che per noi sarebbe stato molto meno impegnativo e avremmo avuto del tempo per fare altre cose, altri progetti per la comunità, per coloro che hanno bisogno. La cosa bella è che la gente ha capito e ci ha seguito».

Quindi non c’è tutto quella rivalità che si vuol far credere tra i due campanili.
«Diciamo che quando le due parrocchie erano separate non c’era nessun tipo di collaborazione tra Sant’Andrea e Santa Maria. Questa cosa purtroppo non appartiene alla Chiesa, che invece fa della collaborazione proprio uno dei suoi pilastri. Superata la novità, la gente si è adeguata, anche se c’è ancora qualcuno che fa fatica».

Unire è praticamente la sua missione.
«Io sono molto felice ed orgoglioso di essere qui. La gente si è fidata di noi, ci vuole un gran bene, mi vuole un gran bene, sento tanto affetto intorno e la cosa mi riempie di gioia. Noi preti non abbiamo figli biologici, ma ne abbiamo moltissimi spirituali. E come i genitori che hanno due figli, non è che si vuole più bene a uno piuttosto che all’altro. Si amano entrambi con la stessa intensità. Così succede anche a noi qui a Sforzatica».

Quali sono i punti fermi della vostra chiesa?
«Innanzitutto abbiamo la porta aperta per accogliere. L’accoglienza è sicuramente uno dei capisaldi della nostra fede. Poi c’è la famiglia, che è il cuore della comunità. Se i genitori ci credono lo trasmettono anche ai figli, se i genitori mandano i figli in chiesa o all’oratorio, allora la comunità si crea, si fortifica, si allarga».

 

 

L’oratorio funziona? È frequentato?
«Dalmine è grande e capita che i bambini vivano a Sforzatica, vadano a scuola ad esempio a Mariano, giochino nella squadra di calcio di Sabbio e vadano a catechismo lì o frequentino quell’oratorio. Non è semplice attirare i giovani in oratorio ma il nostro obiettivo per il 2018 è proprio quello di rilanciarlo. Sta nascendo a questo scopo un’equipe educativa per mettere le fondamenta di un progetto educativo per il futuro».

Un altro punto a cui tiene particolarmente è la carità, tanto che lo scorso anno ha avviato una cooperativa sociale.
«Sì, si chiama “Sogno” ed è una realtà che mi dà molte soddisfazioni. Sono partito con un ragazzo solo, ora sono in 35. Accogliamo diverse tipologie di persone, alcune con problemi a livello psicologico o di socializzazione, alcune senza lavoro, altri sono lavoratori socialmente utili e ci sono anche alcuni stagisti. Solo in 15 hanno un rimborso spese, tre persone sono assunte e gli altri sono tutti volontari. La cooperativa è un’espressione della carità dei cittadini e della parrocchia».

Un augurio per la sua comunità.
«Mi auguro con tutto il cuore che chi si è allontanato dalla chiesa ritrovi qui la sua casa, la sua famiglia».

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