Moriva trent'anni fa

Eduardo, il teatro era la vita (E la vita era «sacrificio e gelo»)

Eduardo, il teatro era la vita (E la vita era «sacrificio e gelo»)
Personaggi 01 Novembre 2014 ore 08:45

Il volto scavato e spigoloso, la voce velata e un poco afona. L’aspetto asciutto, specchio del rigore e della severità che lo caratterizzavano in teatro e nella vita privata. Che per lui erano in fondo la stessa cosa. Trant’anni fa moriva a Roma Eduardo De Filippo, l’attore e autore che aveva percorso un tratto della storia del teatro del Novecento. Un maestro. Lasciava al mondo 55 commedie, alcune delle quali già classici, e il figlio Luca, anche lui attore.

L’infanzia, la gavetta e le prime commedie. «Sono nato a Napoli il 24 maggio 1900, dall’unione del più grande attore autore, regista, e capocomico napoletano di quell’epoca Eduardo Scarpetta con Luisa De Filippo, nubile», queste le parole con le quali definì l’inizio della sua vita. Figlio illegittimo di una delle figure più popolari del teatro napoletano e italiano di quell’epoca, fece la sua prima apparizione sul palcoscenico all’età di quattro anni, travestito da giapponesino per una famosa commedia del padre, La Geisha. Seguirono gli anni di gavetta tra le compagnie di teatro napoletane, dove – avrebbe raccontato poi – guadagnò la sua voce afona, conseguenza degli umidi camerini che aveva frequentato da ragazzo.

 

idefilippo

 

Nel 1920 la prima commedia, Farmacia di turno, e nel 1928 il debutto insieme ai fratelli Peppino e Tinina, con Filosoficamente. Qualche anno più tardi, nel 1931, i tre fondarono la compagnia del teatro Umoristico I De Filippo, destinato a sciogliersi qualche anno dopo a causa di una furiosa lite mai risolta tra Eduardo e Peppino. Alla sua morte Eduardo lo saluterà con parole dure e tenere al tempo stesso: «Adesso mi manca. Come compagno, come amico, ma non come fratello».

Sempre del 1931 è la commedia della notorietà, il primo vero capolavoro: Natale in casa Cupiello, presentato al teatro Kursaal di Napoli, proprio la notte di Natale. Una commedia, che in realtà è un dramma, costruita su caratteri tragicomici che fanno sorridere, tranne la madre pilastro della scena, segnata dalla fatica di tenere insieme le fila della storia. Il palinsesto prevedeva solo 9 giorni di recite ma il successo fu tale che le rappresentazioni andarono in scena fino al 21 maggio del 1932.

 

 

L’amicizia con Pirandello e la Cantata dei giorni dispari. In questi anni incontra il Maestro Pirandello che, dopo aver assistito alla rappresentazione di Chi è cchiu’ felice ‘e me!, lo raggiunge in camerino per complimentarsi con lui. Nasce una collaborazione che porterà in scena il Berretto a sonagli, Liolà e L’abito nuovo. È in questo periodo che inizia a maturare la seconda fase del teatro di Eduardo.

Fase che troverà compimento nelle commedie scritte nel Dopoguerra, quelle raccolte nella Cantata dei giorni dispari. Napoli milionaria! e Questi fantasmi, sono i primi esempi di un teatro che non è più solo napoletano:  i personaggi, le ambientazioni, la lingua lo sono ancora, ma i temi sono universali. È una scena – e una scrittura drammaturgica – pirandelliana, specchio della famiglia disfatta, dell’uomo perduto, della società disillusa: commedie-drammi.

Filumena Marturano e Regina Bianchi. Nel 1946 scrive Filumena Marturano, una delle opere più apprezzate dal pubblico e dalla critica e che portò alla ribalta Regina Bianchi, attrice che interpretò proprio il ruolo di Filumena, personaggio portato in scena fino a quel momento solo da Titina De Filippo. Eduardo incalzò l’attrice alla prima rappresentazione: «Regì guarda che poi questo Titina se lo guarda». Si racconta addirittura che la Bianchi, dopo una performance eccezionale, svenne dall’emozione.

 

 

Il successo. Intanto, il lavoro di Eduardo era conosciuto e apprezzato non solo in Italia ma anche nel mondo. Alcune opere andarono in scena a Londra e New York, registrando il tutto esaurito. Arrivarono i primi riconoscimenti: il premio Feltrinelli nel 1963 per Il sindaco del rione sanità e il prestigioso premio Pirandello nel 1974 per Gli esami non finiscono mai (sua ultima commedia), poi le lauree ad honorem, la prima a Birmingham nel 1977, la seconda a Roma nell’80, e infine la nomina di senatore a vita l’anno successivo.

Una vita per il teatro. Calcò le scene fino all’ultimo fino all’ultimo, perché così aveva deciso, perché era sempre stata la sua vita. Così saluto per l’ultima volta il suo pubblico pochi mesi prima della fine: «È stata tutta una vita di sacrifici e di gelo. Così si fa il teatro. Così ho fatto. Ma il cuore ha tremato sempre, tutte le sere. E l’ho pagato. Anche stasera mi batte il cuore e continuerà a battere anche quando si sarà fermato».

Quando morì, la camera ardente fu allestita in Senato e la cerimonia solenne trasmessa in televisione. Fu sepolto al cimitero del Verano tra il commosso saluto di migliaia di persone. Se ne andava il maestro – e l’uomo – che avevano insegnato a generazioni di attori come si doveva fare il teatro. Da attore e da uomo, appunto.

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