Un’esegesi del femminicidio

14 Aprile 2017 ore 11:05

Affronterò un tema scottante. Un argomento delicatissimo come quello che ormai passa sotto il nome di femminicidio, un termine di ultimo conio per sottolineare la gravità e l’infamia di un delitto nei riguardi di una donna, che a parole si sostiene di amare. Dirò subito che il neologismo in sé riesce a provocarmi un effetto abbastanza urticante e, nel volere sottintendere la violenza estrema di genere, rischia di ridurre la tragedia a proclama politico, a uno slogan vuoto che, fatte le dovute differenze, richiama alla mente l’altro di “quote rosa”. Magari si riuscisse a cambiare la sostanza delle cose solo affibbiando loro una definizione tutta nuova, sarebbe proprio una specie di magia, purtroppo impossibile a compiersi! Il politicamente corretto e i luoghi comuni contemporanei, nell’aver soppiantato i vecchi in quanto retaggio di arcaici pregiudizi, ne stanno costruendo altri nuovi di zecca.

Un omicidio, però, è e resta tale nella sua orribile dimensione: significa togliere la vita a una persona che pochi istanti prima respirava, parlava, vedeva il mondo di cui era parte, amava, lavorava e sperava. Insomma era un essere vivente con un cervello, un cuore e – per chi ci crede – un’anima. Un’esistenza viene brutalmente spezzata, e i motivi sono i soliti: i più infami e abietti. Si uccide per gelosia, per questioni di denaro, per invidia. Gelosia di ciò che si possiede, invidia nei confronti di chi si crede abbia troppo.

Il senso del possesso è probabilmente la prima delle cause che porta all’assassinio, specialmente nei confronti di una donna. Un sentimento che ragioni socio antropologiche hanno legittimato e fatto crescere in un arco di tempo lunghissimo e che è talmente radicato da rivelarsi faccenda durissima cancellare. Ci vorranno anni, forse decenni, prima che si arrivi a lambire una nuova concezione del mondo e della relazione tra persone. Ma dubito che questo possa nascere dalle bandiere sventolate, dai cortei, dalle postume fiaccolate, dalle parole infiocchettate di suggestioni sociali. Sarà un processo di maturazione interiore, delle idee, del modo stesso di concepire la vita e darle valore a far nascere una visione mutata rispetto a ciò che è bene perché conviene alla sopravvivenza di una società e non piuttosto un vantaggio morale di chi individualmente ne fa parte.

Con la globalizzazione e l’arrivo di una miriade di informazioni provenienti dall’universo del digitale, tante, troppe cose si sono trasformate nel nostro modo di vivere quotidiano. Ma com’è noto l’affermarsi e l’evolvere esponenziale di tecnologie sempre più pervasive della sfera quotidiana è sintomo di una crescita inversamente proporzionale all’intelligere umano. Usiamo strumenti che ci sovrastano, che spesso non padroneggiamo mai completamente, ma dai quali traiamo in cambio l’illusione di una onnipotenza demiurgica nel gestire tutta una serie di attività prima precluse. Molti di noi per limiti generazionali sono impreparati al mondo che sta venendo, e afflitti dai paragoni tra il prima e il poi assistiamo allibiti al disinvolto comportamento dei nativi digitali che del prima nulla sanno, né troppo gli interessa.

Cinquant’anni abbondanti dal boom economico, che aveva fatto assaporare i primi gustosi frutti del consumismo a un’Italia pressoché rurale e uscita malconcia dalla guerra, sono passati senza provocare grossi cambiamenti nella gente, che invece si dà arie usando protesi digitali di ogni tipo, senza sapere bene di cosa si tratti. È un’Italia rimasta sostanzialmente burina, a cui è stato offerto un luna park pieno di luci e attrazioni magiche che, se possibile, stanno incrementando l’endemica ignoranza a discapito di una evoluzione solida.  L’ era di internet ha impresso un’accelerazione senza precedenti: un vortice che sta smarrendo, che sta creando un’aporia rispetto a ogni teoria evolutiva sul piano antropologico. Ed ecco la nostra antiquata società sbattuta “da un giorno all’altro” nel virtuale di cui finge di capirci qualcosa, senza che questo accada realmente.

Confezionate su questo modello anche le regole della convivenza attuale. E, allora, siamo sicuri che l’homo italicus sia riuscito a metabolizzare tutta una serie di comportamenti, così come contemporaneità impone? E per imparzialità in questa riflessione includo anche le donne: siamo sicuri abbiano appreso che una società a loro favore non significa che debba essere permissiva ad oltranza? Ed è certo che i genitori abbiano capito che un bambino, per quanto protetto, non può avere la licenza di fare quello che vuole in casa, lasciato libero di distruggerla?

«Est modus in rebus»: lo diceva il poeta Orazio. E significa: «C’è una misura in tutte le cose». Perciò sarebbe ora che la società cominciasse a far capire che non solo la diplomazia e il dialogo sistemano le faccende planetarie, ma anche quelle delle persone qualunque. Se due persone intendono convivere o sposarsi devono sapere che da quel momento ci saranno inevitabili doveri e compromessi cui sottostare. Questo accade anche solo tra due amici: se non ci sono regole di convivenza da rispettare vicendevolmente il rapporto si spezza e il litigio è alle porte, con conseguenze anche imprevedibili. Quindi il problema del “femminicidio” corre sul doppio binario della non ancora avvenuta evoluzione di tipo individuale, che tradisce una buona dose di arretratezza culturale, cui si aggiunge la pletora di informazioni confuse che possono provocare disastri su chi fraintende l’uso corretto di ogni libertà. Est modus in rebus, diceva Orazio: ma non sembra essere lo slogan adatto a questa immatura società.

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