A 40 anni dal primo film

A Fantozzi, con amara gratitudine perché ci fa dire: «Io non sono così»

A Fantozzi, con amara gratitudine perché ci fa dire: «Io non sono così»
23 Ottobre 2015 ore 09:00

Sarebbe interessante – oggi che sono quarant’anni dall’uscita del primo Fantozzi sullo schermo – guardare la festa dalla parte, o con gli occhi, del ragioniere. Tutti i giornali che scrivono su Fantozzi genio dell’iperbole, i blog che ricamano su Fantozzi maschera del perdente, i siti online che propongono sempre le stesse cinque migliori scene dei suoi film, sembrano non accorgersi di ripetere tutti ossessivamente le stesse frasi, rimandare agli stessi episodi, ricalcare i medesimi meccanismi professionali: di essere cioè, presi nel loro insieme (compresi noi stessi) assolutamente fantozziani. Come gli invitati alle feste dove c’è Belen o i partecipanti alle celebrazioni di una ricorrenza in cui nessuno, col suo bicchiere e con la sua tartina, sa tuttavia cosa effettivamente ricorra.

Dire su Fantozzi – film, personaggio o libro – qualcosa che non sia già stato detto è impossibile. Quando si pensa di aver avuto un’illuminazione e si va a controllare si scopre che ci avevano già pensato almeno in due. Anche al ragioniere sarebbe successa la stessa cosa: lui l’avrebbe chiamata una disfatta. Non una Caporetto o una Waterloo perché questo avrebbe implicato un rimando culturale, un riferimento a tempi passati. Avrebbe chiamato in causa una catastrofe in corso, un qualche goal ottenuto in fuorigioco al 120esimo minuto e confermato dall’arbitro che espelle per proteste il quarto uomo scambiandolo per il portiere e l’unico giocatore estraneo alla rissa, ovviamente megagalattica. O un episodio di vita aziendale in cui una qualsiasi Contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare infierisce, beneficandolo senza ritegno, su qualche ignaro malcapitato.

Non risulta da nessuna parte – e quindi possiamo provare a scriverla – un’intervista di quelle che si fanno in qualche anniversario, nella quale il giornalista ricordava agli spettatori – e quindi anche all’intervistato – che Villaggio aveva lavorato addirittura col grande Federico Fellini. Ma l’attore (scrittore, regista e molto altro) scuotendo il suo testone cinico e ostile ricordava che l’unica vera cosa che sarebbe rimasta di lui era Fantozzi. Non aveva bisogno di essere nobilitato da altri. Il suo genio – qualunque esso fosse – stava lì, in quel prodotto della sua immaginazione avversa al mondo che aveva preso corpo in quel suo corpaccione insostituibile. Sulla fortunata “cantautore” si potrebbe coniare “recitautore”: chi recita dando il suo corpo alla propria invenzione. Che poi non è nemmeno un’invenzione perché in Fantozzi non c’è nulla di inventato: tutto è rigorosamente visto e ricordato, solo deformato quel tanto che basta per renderlo visibile anche agli altri.

Nessun giovane uomo bruttino, quando comincia a supporre di poter avere una storia con una collega non esattamente una Charlize Theron, si accorge che la prescelta è in realtà un ciospo orrendo e che lui stesso, se si vedesse, non uscirebbe più di casa per la vergogna. Ma l’illuminazione non avviene, e quindi la vita, per i due, va avanti tranquillamente fino a quando, un giorno, o lui ammazza lei o lei scappa e lui la perseguita e poi fa una strage, o finisce come a Ca’ Raffaello o a Costigliole d’Asti. Nessuno dei vicini si spiega il tragico gesto, ma la cosa è semplice, in fondo: lui o lei hanno visto, finalmente, il loro reciproco orrore e preso coscienza del fatto che sia immedicabile. Meglio la morte che una moglie come la Pina (o un marito come Ugo, ovviamente).

Noi tutti, in fondo, ci comportiamo come pellicole poco sensibili che, per poter fissare una scena in penombra, necessitano di un’illuminazione suppletiva, che varia artificialmente – a luce calda o fredda – le condizioni dell’ambiente per poterne restituire – sulla carta o al cinema – l’aspetto “naturale”. Fantozzi è un faretto IANIRO a luce tragica, per fare riferimento al suo secondo film. Fa vedere quello che – presi da mille distrazioni – di solito non ci fermiamo a guardare. Il suo campo d’indagine non è la bellezza ma l’orrore quotidiano nel quale perfino la tragedia perde la propria grandezza per convertirsi – già detto in un famoso aforisma – in farsa. Tutta la tragifarsa del mondo, scovata esplorando millimetro per millimetro la crime scene della quotidianità, viene concentrata in un uomo solo che funge da reagente e la offre al mondo perché, ridendone, se ne liberi.

Fantozzi è da una parte il Luminol che rileva il sangue anche dove non si vede, dall’altra il capro sacrificale che, assumendo in sé l’intollerabile della vita d’ufficio, delle vacanze con animazione, degli affetti domestici dell’Italia media e mediobassa, rende a ciascuno il grande servizio di poter dire: «Io però non sono così». Nel senso di: «Mi è capitato qualche volta, ma non sempre». E comunque mai con quel grado di violenza, cioè di comicità. Il segmento di realtà che permette di riconoscersi nel ragionier Ugo è da una parte la ragione del successo planetario di questa Corazzata Potëmkin del postmiracolo economico, dall’altra non fa precipitare nella depressione perché permette ad ognuno di rallegrarsi pensando ai guai che non gli sono toccati.

È la voracità dell’accumulo – a Fantozzi non capita niente che non sia una catastrofe e non esiste catastrofe che non accada a Fantozzi -, l’ostinazione della malasorte su un solo uomo a svolgere per noi la funzione di liberarci dall’incubo. Dal più tragico degli incubi: quello di esserci. Perché all’origine del personaggio solo questo si trova: lo sconforto di essere stati catapultati in un mondo che accusiamo di congiurare contro di noi perché in realtà siamo noi a disperare di lui e di noi in lui. Un nome solo per tutto ciò? Genova.

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