«Siamo fatti per l’eternità» Intervista filosofica a Battiato

24 Febbraio 2015 ore 11:20

Abbattere l’ancestrale tabù della morte, entrare nel cuore della problematica chiamando le cose col proprio nome, invitare alla meditazione costante sulla necessaria caducità delle cose terrene, al quale ciclo incessante ogni uomo appartiene. È questo il messaggio di fondo delll’ultimo lavoro cinematografico di Franco Battiato pubblicato in formato dvd da Bompiani e corredato da un libro dal titolo Attraversando il Bardo.

Un film documentario che si vale delle testimonianze autorevoli di eminenti personalità del mondo laico e religioso in un iter sapienziale che abbraccia Oriente e Occidente gettando un ponte ideale tra i monti del Nepal e la catena siciliana dei Nebrodi. Gli intervistati sono i lama Geshe Jampa Gelek, Khangser Rimpoche, Ciampa Monlam, il sacerdote Guidalberto Bormolini, lo psichiatra Stanislav Grof, il ricercatore Fabio Marchesi, il viaggiatore astrale Ensitiv e il fisico Jack Sarfatti, il filosofo Manlio Sgalambro, mentre la parte finale è stata affidata al monaco benedettino Willigis Jager, al quale Ratzinger aveva vietato di svolgere attività pubblica: «Alla fine della nostra vita non conteranno le nostre prestazioni e le opere compiute. Non ci verrà chiesto se eravamo cattolici o protestanti o cos’altro. Le testimonianze di esperienze di pre-morte ci dicono che prima di tutto, e soprattutto, dovremo chiederci quanto abbiamo amato».

Già con il  brano Testamento, inserito nell’ultimo album Apriti Sesamo, Franco Battiato sfiora con l’ironia affettuosa dell’amico che parla all’amico il tema della fine, già in passato affrontato nel pezzo La porta dello spavento Supremo. Adesso il compositore siciliano, che recentemente è stato in tournée con il progetto Joe Patti’s alla ricerca delle proprie radici sperimentali, che a marzo toccherà numerose città europee, percorre per intero quel sentiero meditativo che si pone l’eterno interrogativo sui temi di vita e morte. Superare i limiti della propria materialità e sbirciare oltre i confini di quella soglia che fatalmente andrà superata. Sorretti dal pensiero forte del Libro Tibetano dei Morti si attraversano le Cave di Cusa, nel trapanese, fino all’altopiano dell’Arcimusco non lontano da Montalbano Elicona in un territorio sul quale sorgono possenti dolmen e  menhir .

Franco, cosa significa “attraversare il Bardo?”.

«Alludendo al Libro Tibetano dei Morti intendo riflettere sul fatto che niente finisce per sempre con la morte perché l’energia di cui siamo costituiti ha le caratteristiche spirituali dell’eternità. Perciò morire è solo trasformarsi in un passaggio da una dimensione a un’altra».

La lezione è dunque che “nulla è come sembra”.

«Esatto, siamo infiniti ed eterni quanto il cosmo. In realtà siamo prigionieri delle nostre abitudini, paure e potenti illusioni, dunque non riusciamo a considerare consapevolmente di essere parte del tutto universale».

Cosa ci limita in questa ricerca?

«Le sofferenze a causa dell’arroganza, dell’avidità suggerite dall’ego, responsabile di chiudere la strada del ritorno alla nostra natura divina. Noi esseri umani siamo troppo orgogliosi di un presunto libero arbitrio e guai a chi mette in discussione questa libertà».

Che valore assume la libertà nella visione che proponi?

«Posso dire che questa condizione non si raggiunge facilmente: occorre molta saggezza per conquistarla. Conosco la storia di una samurai che era il numero uno del Giappone: si è suicidato nello stesso istante in cui è venuto a sapere che un  altro, geloso del suo potere, lo voleva  raggiungere per sfidarlo. Questo è un esempio di libertà assoluta, esercitata per sé e concessa agli altri».

Quali sono i confini della Porta della Spavento Supremo, per dirla con un brano composto con Manlio Sgalambro?

«Parlare di confini quando si sfiora l’Immenso è assolutamente impossibile: è il momento dell’espansione massima, superati i velami dell’apparenza. Ci sono persone, esseri speciali, che hanno compreso già in questa vita e a patto di grandi sacrifici il significato del passaggio fatale. Per loro l’abbandono del corpo rappresenta l’atteso Premio, così l’attraversamento sarà per essi molto più importante della permanenza».

I rabbini studiosi della Kabbalah parlano spesso dell’importanza della consapevolezza in daath, la conoscenza.

«Sì, è un principio etico filosofico a cui anche la scienza attuale non può che attenersi. La Conoscenza di Dio aiuta a conoscere meglio se stessi e se noi ci sentiamo affini a quella fonte, la morte accolta con consapevolezza forse sarà davvero capace, un giorno, di guarirci definitivamente dalla malattia del rinascere».

Tu quindi credi nel ciclo della reincarnazione…

«Senza ombra di dubbio. E credo anche nell’assunto della dottrina buddista volto a sostenere come un uomo che abbia compiuto del male in questa dimensione arrivi a reincarnarsi in esseri inferiori: un bruco ad esempio. Questo ci deve anche condurre al rispetto di ogni forma animata, perché in essa c’è la traccia del divino e del suo decreto evolutivo insito in ogni essere».

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