Sulla vendita dei feti abortiti (e il denaro che domina tutto)

07 Agosto 2015 ore 07:10

Negli Stati Uniti, oltre alle nuove All Star, si vendono feti abortiti: interi, mezzi come i conigli o anche già sfilettati. A curarne la commercializzazione è Planned Parenthood, organizzazione abortista che opera nel settore della salute riproduttiva (?) e dell’educazione sessuale e contrasta l’obiezione di coscienza di medici e paramedici. Nello scorso mese di luglio quattro video realizzati dal Center for Medical Progress (CMP) – che si oppone alle pratiche di Planned Parenthood – hanno fornito tutta la documentazione in proposito. Sono stati utilizzati nel corso di varie manifestazioni fino a che un giudice federale di San Francisco ne ha vietato la diffusione. In Spagna, nel marzo scorso, sui banchetti di un happening antiabortista, avevano fatto la loro comparsa, tra i vari gadget, anche dei fetini mignon in plastica.

Una volta scoperta, la Planned Parenthood Federation of America Inc. si è vista chiudere il suo account su Twitter, mentre 41 aziende sponsor tra cui Coca Cola, American Express, Ford Motor e Xerox le hanno tolto la pubblicità sul sito. Una botta da restarci sotto. Dieci Stati e il Congresso hanno avviato indagini sul suo conto, mentre alcuni governatori hanno chiesto di sospendere i fondi alle cliniche collegate col piccolo colosso commerciale che controlla 59 Uffici affiliati negli Usa e vanta partnership in 13 Paesi dell’America Latina e dell’Africa. Il contributo dello stato federale all’organizzazione (circa 327 mila interruzioni di gravidanza all’attivo) ammonta a 500 milioni di dollari circa all’anno. Lo ha fatto notare la deputata repubblicana Diane Black.

Tutti contro Planet Parenthood? Nemmeno per idea:

La Casa Bianca, invece  – mediante il portavoce Eastern – ha difeso Planned Parenthood, per avere “raggiunto i più elevati standard etici” e attaccato il Center for Medical Progress per avere realizzato in modo fraudolento i video, dove non vi sarebbe “evidenza” di illeciti. Lo stesso Obama ha annunciato che proibirà con il veto presidenziale il taglio dei fondi pubblici a Planned Parenthood, che – è bene ricordare – ha finanziato la sua ultima campagna elettorale. [Avvenire]

E questo spiega come mai il Vaticano dell’allora papa Benedetto non abbia mai manifestato particolari simpatie per il presidente degli Stati Uniti.

Era comunque inevitabile che – a scandalo avviato – il cardinale Sean Patrick O’Malley, il battagliero cappuccino arcivescovo di Boston e presidente del Comitato pro vita della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, levasse alta la voce contro coloro che «negano il rispetto dovuto all’umanità e alla dignità della vita umana» e che «sono il prodotto di una mentalità del profitto, di una cultura dell’usa e getta che hanno schiavizzato i cuori e le menti di tante persone».[RadioVaticana] Dura la condanna di O’Malley anche per quanto attiene alla pratica “ormai standard” che consente di ottenere tessuti e organi fetali tramite l’aborto (vuol dire che nessuno in America si scandalizza più del fatto che si programmi una gravidanza soltanto in vista della sua interruzione. Fino a che non si riusciranno a produrre tessuti fetali in altro modo, questo sarà il solo che permette di procurarseli).

Detto che quel che fa Planned Parenthood ci sembra orribile, c’è una cosa che non capiamo ogni volta che personaggi come il cardinale di Boston si scagliano contro pratiche simili indicandole come «il prodotto di una mentalità del profitto, di una cultura dell’usa e getta», che «hanno schiavizzato i cuori e le menti di tante persone». Non lo capiamo non perché non concordiamo col contenuto di quelle affermazioni, ma perché ci stupisce che non le si considerino ormai un dato per lo meno ovvio. Quando diciamo che l’unico criterio in vigore nella nostra società è il profitto dovrebbe risultare chiaro che, essendo l’unico, vale in ogni situazione, e dunque anche in riferimento alla paternità, alla maternità e alla gravidanza. Non c’è cosa che oggi non sottostia all’imperialismo del denaro. Perfino la scelta di essere poveri ne è – ne può essere – un risvolto.

È un po’ come la storia dei numeri primi. Una volta che si sia detto che i numeri primi sono quelli che non sono divisibili altro che per se stessi e per 1, e che sono infiniti, che senso ha stupirsi che lo sia anche, poniamo, 982.451.653? Perché uno dice: Ma dài, com’è possibile che di un numero così alto (e non è nemmeno dei più grandi, ndr) non esista altro divisore che 1? Nossignori: non c’è.

Così, dopo aver affermato che nella nostra società tutto è sottoposto alla legge della domanda e dell’offerta, della vendita e dell’acquisto, quando ci si trova di fronte alla vendita online dei filetti di feto (i tessuti altro non sono che filetti, carpaccio di feto. C’è poco da scandalizzarsi) si grida: Ma si mettono a vendere anche questo, adesso? Sissignori, certo che si vende anche questo. Quando viene venduta una società, i suoi dipendenti non dicono forse: «Ci hanno venduti alla (un nome a caso) Heidelberg?». Se vendono anche gli adulti, perché mai non si dovrebbero vendere anche i non-nati? Diceva una volta un film: Non si uccidono così anche i cavalli?

È che forse quando diciamo o sentiamo dire certe cose grosse – per esempio, che il denaro domina tutto – ci teniamo sempre qualche zona di riserva per non inorridire, per non rimanere stecchiti di paura. E allora ci vuole qualcuno che ogni tanto levi alta la voce, come abbiamo detto. Invece dovremmo solo mostrare più coraggio nel rimanere vivi attraversando l’orrore.

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