PER RESTITUIRE LA SPERANZA

Quei due frati che al cimitero danno l’ultima benedizione

Quei due frati che al cimitero danno l’ultima benedizione
Personaggi 24 Settembre 2014 ore 12:00

Si sa che ogni sacerdote è per sua natura un missionario. Tutti noi abbiamo ben presente l’immagine di persone che, in risposta ad una chiamata, girano il mondo per portare il messaggio del Vangelo nei suoi angoli più remoti. È meno immediato che il nostro pensiero vada invece a chi, fisso in un luogo, si dedica ad una missione di accoglienza con l’obiettivo di dare speranza e conforto ai tanti che, peraltro, in quel particolare luogo non vorrebbero mai doverci metter piede. Al Cimitero Monumentale di Bergamo esistono due uomini che hanno questo arduo compito, si chiamano Marco Bergamelli e Mario Cortinovis. Entrambi hanno sessant’anni, e appartengono all’ordine minore dei frati Cappuccini.

Il Comune di Bergamo ha affidato l’attività spirituale del cimitero ai frati Cappuccini fin dalla sua inaugurazione, nel 1904. Il comune stabilì che i frati adibiti a questo compito dovevano essere due. Ognuno di loro, per decisione dei superiori, dovrebbe teoricamente svolgere questo incarico per un periodo massimo di dieci anni. Si tratta di frati chierici, che hanno cioè raggiunto il sacerdozio al termine della facoltà  di teologia.  Nel loro ruolo di “animatori dell’attività religiosa del cimitero”, come si definiscono, hanno un duplice compito. Il primo è l’impegno fisso rappresentato dalla loro settimana lavorativa, che comprende funerali, confessioni, benedizioni dei defunti e la celebrazione di quattro messe del weekend, che portano in chiesa un migliaio di fedeli. Il secondo è il tentativo di rendere più sereno e accogliente il luogo, cercando di accendere la fede in chi vi si reca.

Chi sono.

Padre Marco lavora al cimitero di Bergamo da sei anni, dopo diciassette anni di servizio passati nella parrocchia di San Francesco, a Lecco. Un giorno gli è stato comunicato di fare le valigie e trasferirsi a Bergamo per diventare uno dei cappellani della chiesa del Monumentale. La decisione presa dai suoi superiori – confida padre Mario –  è stata accolta con sollievo, al pensiero di poter trascorrere qualche anno in mezzo alla quiete del camposanto, dopo quasi vent’anni di lavoro in parrocchia e in comunità. Marco arriva al cimitero ogni mattina e ogni sera fa ritorno al convento dei frati in via Cappuccini, dove alloggia.

Padre Mario è di Albino, e presta servizio da tre anni al cimitero, dopo averne trascorsi diciassette presso il convento di Oreno, a Vimercate. Prima di allora aveva svolto servizio per quattro anni nella cappella degli Ospedali Riuniti di Bergamo, e prima ancora ne aveva trascorsi sedici a Maranhão, nel nordest del Brasile. Non potendo spaziare né variare molto l’attività richiesta dal suo impegno, si concede ogni tre mesi dei brevi pellegrinaggi. Padre Mario vive all’interno del cimitero, in un piccolo appartamento nei pressi della chiesa. Quattro stanze in fila, ciascuna con vista sulla sezione di sepoltura delle suore. Non gli capita spesso di fare passeggiate notturne, ma con il tempo e l’abitudine ha superato il timore che il luogo può suscitare nei primi tempi. Davanti all’ingresso vanno qua e là due gatti rossi, Mirti e Tillo.

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Che cosa fanno.

Il loro  lavoro – anche se entrambi preferiscono parlare di missione – consiste principalmente nell’officiare i funerali; gli inumati mensili ammontano a circa trenta. L’obiettivo dei frati è quello di farsi raccontare dai parenti i lati migliori della persona defunta, così da poterne restituire un’immagine positiva. Entrambi concordano sul fatto che riuscire a raccontare qualcosa di buono non è sempre facile, specialmente quando si ha l’impressione di stare di fronte a un parentado che sembra “sollevato” dalla scomparsa del caro estinto. Capita anche che qualcuno decida anticipatamente di non volere né il funerale né la benedizione, perché magari non credente o professante di un’altra religione, e in questo caso viene rispettata a pieno la volontà del defunto.

Oltre alla celebrazione dei funerali, i due Cappuccini svolgono anche un altro compito tanto importante quanto forse impopolare: ascoltare e raccogliere le lacrime di tante persone in uno dei momenti più difficili della loro vita. «L’evento della morte» dice frate Marco «è l’unica cosa che rende ogni essere umano uguale all’altro, ed è soprattutto il momento in coloro che restano si sentono messi a nudo, indifesi». È qui che entra in gioco lo stile francescano: farsi fratello di chi è sofferente. Non è un compito facile: la loro missione di consolazione spirituale deve essere efficace e svolta in poco tempo. I due francescani non hanno una formula magica per far scomparire il dolore; sanno che la loro opera consolatoria ha dei limiti, in particolar modo quando si trovano di fronte chi non crede nell’aldilà. «Chi è immerso in una realtà materiale e rifiuta di provare a cercare e trovare il lato spirituale della vita», afferma padre Mario «entra più facilmente in crisi quando si trova a dover dare i conti con la perdita di una persona cara».

Custodi del silenzio.

La pacatezza della loro voce nel trattare agromenti così drammatici potrebbe far erroneamente pensare che i due abbiano instaurato davanti a sé una sorta di “distacco professionale” dal dolore. Niente di più lontano dalla realtà. Sembra che piuttosto i due frati respirino la quiete dei grandi viali alberati, e siano in grado di trasmetterla ai visitatori che incontrano. È la forza che nasce dalla loro fede il motivo principale della loro tranquillità, ed è ciò che li rende capaci di trasmettere parole di speranza a tutti coloro che sono disponibili ad aprire loro il proprio cuore.

Parlare con padre Marco e Mario fa sì che il cimitero cambi aspetto. Non più soltanto un luogo di perdita e dolore, ma anche di pace interiore, fede, attesa. Un luogo da cui paradossalmente si può davvero uscire risollevati nello spirito. Proprio nel cuore della nostra città, dove a custodire il silenzio sono due uomini dagli occhi lucidi, pieni di speranza.

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