60 anni da protagonista

Gli ultimi giorni da presidente La buona politica è arte da signori

Gli ultimi giorni da presidente La buona politica è arte da signori
26 Dicembre 2014 ore 10:35

Due anni fa, il 13 dicembre 2012, nel corso della presentazione a Roma di “Io lo chiamo cinematografo” – un libro di Francesco Rosi e Giuseppe Tornatore – il presidente Giorgio Napolitano volle raccontare come lui e il novantenne regista di “La mani sulla città” festeggiarono insieme – con una passeggiata vestiti in maniera elegante – lo sbarco alleato in Marocco e Algeria, nel novembre del 1942.

“Era quello – disse – un flebilissimo modo per esprimere soddisfazione. Con la città ancora in mano ai fascisti, come diceva Croce, l’unica salvezza per l’Italia era di perdere la guerra. Tutto sommato abbiamo preso strade diversissime, ci siamo voluti bene, ma siamo rimasti fedeli a quell’ispirazione di 70 anni fa”.

Rosi ha tra anni più del Presidente, come Raffaele La Capria, di cui è appena uscita l’opera completa nei Meridiani Mondadori. E come Antonio Ghirelli – pure classe 1922 – che sarebbe diventato capo dell’ufficio stampa di Pertini e di Craxi. Frequentavano lo stesso liceo, l’Umberto I di Napoli. Il Presidente era il più giovane della compagnia. É del venticinque, come noto.

In un’intervista radiofonica di tanti anni fa e persa chissà dove Francesco Rosi, ricordando gli anni del liceo, volle soffermarsi sul fatto che lui e i suoi compagni erano amici a tal punto e con tanta naturalezza che anche i genitori lo divennero, ma come se lo fossero sempre stati. Frequentavano la casa l’uno dell’altro come se fosse la propria, ossia con tutto il rispetto dovuto a se stessi e alla vita.

Giorgio Napolitano ha annunciato le proprie dimissioni. Dall’incarico, pensiamo, perché a quella compagnia, a quel modo di essere compagnia – lo ha detto lui stesso – si può soltanto rimanere fedeli più che i carabinieri all’arma, verrebbe da pensare.

E c’è un particolare, nell’intervento romano, che lascia intendere che dev’essere successo così: il fatto che a distanza di 70 anni ricordasse ancora che l’elegantissima guapparìa (“quella cert’aria di festa e nello stesso tempo di braveria”, l’avrebbe detta il Manzoni), quel modo segreto e baldanzoso di aggirarsi per Napoli fu “un flebilissimo modo per esprimere soddisfazione”.

E’ la chiave posta all’inizio di una carriera. Movimento: allegro, pianissimo.

Eletto alla Camera dei Deputati per la prima volta nel 1953 nelle liste del Partito Comunista ne fece parte fino al 1966, saltando una legislatura. Come a dire: c’è tanto altro da fare, oltre a sedere a Montecitorio. Con questo evidenziando in anticipo – con leggerezza, senza apocalissi – cosa pensi dei dibattiti sul numero massimo di legislature cui un cittadino può aspirare. La controprova: qualcuno saprebbe dire quale ha saltato Napolitano? No, perché se anche non c’era, c’era lo stesso.

Il suo tema preferito era, ai tempi, lo sviluppo del Mezzogiorno, un problema che poteva essere affrontato soltanto tenendo d’occhio l’intera nazione italiana. Certo: era di Napoli, è sempre stato eletto ai piedi del Vesuvio. Ma qualcuno ricorda che abbia cercato di mettere le mani sulla città?

Dagli anni ’80 in poi la sua attenzione si spostò sui problemi di politica internazionale e, in particolare, sui rapporti atlantici e su quelli posti da Bruxelles e dall’asse Berlino-Parigi. Così, quando nel 1989 entrò a far parte del Parlamento europeo, conosceva l’argomento e non aveva bisogno di qualcuno che gli suggerisse. Fu poi Presidente della Commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo e tante altre cose. Non si ricorda che abbia fatto un gesto che sia uno per rubare qualche titolo sui giornali.

É come le sue cravatte: che ci sono, sono quelle giuste, ma appena appena, senza farsi notare. Senza mai dire: guardami quanto so’ bbella. Come dovrebb’essere in politica: che le cose a un certo punto accadono, ma senza che chi ha operato perché accadessero se ne vada in giro a strombazzare. A pazzià, come dicono dalle sue parti.

Nel suo settennato e mezzo ha mantenuto questa tonalità affermativamente soft. Berlusconi – qualcuno può dire di no? – se non c’era Napolitano avrebbe proseguito per anni a raccontare le sue storielle salaci nelle riunioni dei sindaci convocati con tanto di fascia. Ma la decisione – responsabile – di dimettersi non risulta gli sia stata imposta. Napolitano non poteva prenderla, perché non rientrava nelle sue prerogative costituzionali. É stata presa.

Tutti hanno accolto con sollievo l’arrivo di Monti a Palazzo Chigi. Si pensava che, essendogli stata offerta la poltrona di senatore a vita, una volta fatto quel che doveva fare si togliesse di mezzo. Nessuno – nemmeno Napolitano – poteva immaginare che Mario Monti, il prof. Mario Monti della Bocconi, il Supermario trionfatore su Microsoft, giunto il momento di lasciare, avrebbe deciso di restare in politica (come si dice) e si sarebbe messo a giocare col cagnolino dalla Bignardi, a raccontare che i compagni d’asilo chiamavano Spred il nipotino o ad alludere maliziosamente alla statura di Brunetta. Ma tutti abbiamo potuto osservare con quanta discrezione il Presidente che lo aveva incoronato salvatore lo abbia lasciato svanire nelle nebbie della sua scelta non si sa quanto civica.

Quando poi è stato il suo, del Presidente, momento di abbandonare la ribalta, ha fatto su gli scatoloni come i dipendenti della Lehman Brothers e nessuno sa dove sarebbe andato (non erano affari nostri) se non lo avessero richiamato a sostenere Montecitorio e i palazzi Chigi, Madama, dei Marescialli, della Consulta e via di seguito quasi nuovo Francesco che sostiene la Chiesa nell’affresco di Assisi.

Con tutte le contumelie che gli erano state lanciate per aver scelto Monti e accettato il giuramento della Fornero, uno che non fosse stato Giorgio Napolitano dell’Umberto I di Napoli avrebbe ringraziato tutti e salutato con la manina gli accolti in piedi a lui dintorno accorsi (per parafrasare il Carducci di “Il Parlamento”).

E invece no. Invece di prendere l’elicottero come Papa Benedetto, ha preso la decisione di restare.  E il modo con cui ha gestito il triangolo Bersani – Letta jr. – Renzi, con l’amichevole partecipazione di Berlusconi Silvio alle prese con la legge Severino e i processi suoi, ha fatto capire ancora una volta che la politica è una cosa seria, le istituzioni anche, ma che bisogna che ci sia qualcuno che sappia come farle girare comme il faut, altrimenti succede come a un diesel quando ci metti dentro la benzina. L’immagine potrebbe essere di Bersani, ma non credo lo sia.

Perché cosa ha fatto Napolitano nell’occasione? Ha pensato: a Berlusconi si può togliere tutto, ma non l’illusione di essere protagonista, al contrario di chi protagonista rimane anche se gli altri hanno l’illusione di avergli portato via tutto. Bersani deve poter continuare a pensare di aver vinto, ma non si può incoronarlo vincitore perché altrimenti gli altri penserebbero di aver perso e questo non va bene. Capirà da sé che se continua a chiamar dentro Grillo si troverà d’un tratto la faccia troppo vicina a un muro. A questo punto – con Monti che ha fatto i conti con la calcolatrice sbagliata – si potrà pensare di dar l’incarico a un amico suo, il giovane Letta, che per un verso (lo zio) va bene al giaguaro, per un altro (il partito) a quello che lo voleva smacchiare, e – per un famoso bigliettino passato in aula e letto dal mondo intero e per altre frequentazioni – al neosenatore a vita. E così è stato. E quando è stato nessuno ci credeva ormai più che potesse succedere, perché sembravano tutti allo stesso tempo smarriti e contenti, anche se non lo potevano dire.

Mancava solo Renzi, il Leopoldo. Che però aveva invitato Letta a “star sereno”, che non gli avrebbe fatto lo sgambetto. Quando poi glielo ha fatto, Napolitano ha affrontato la situazione con la medesima signorilità di quando un ottuagenario in Panda gli travolse la moglie, la signora Clio, sulle strisce davanti al Quirinale. Avrebbe potuto gridare al complotto, il presidente. E non lo ha fatto. Ha preso atto del fallimento del suo progetto e, passin passetto, sta accompagnando il giovane di Rignano sull’Arno sulle vie della buona politica. Nessuno sa fino a quanto condivida il suo progetto. Ma Renzi ha almeno imparato a comportarsi come conviene. Non può arrivare fino al punto di comperarsi le cravatte da Marinella (troppi contrasti politici con l’antico avversario e oggi alleato nazareno lo sconsigliano) però almeno non è sguaiato, parla un italiano sintatticamente corretto e non privo di qualche formula elegante, sa dove stare e rispetta anche coloro che invece quell’arte non sembrano averla mai (o ancora) appresa.

Ma al presidente in odore di abdicazione dobbiamo soprattutto riconoscere la discrezione con cui ha saputo superare la vicenda della testimonianza al processo sui rapporti stato-mafia che in altri tempi e con altri personaggi avrebbe potuto far saltare in aria tutto, più che la gelatina a Capaci o a via D’Amelio. Napolitano si è presentato a deporre, ha detto quel che tutti sapevamo già, non ha detto quel che non doveva dire, ma che tutti pensavamo che avrebbe avuto una gran voglia di dire all’indirizzo di chi lo aveva trascinato in quella situazione penosissima, e ne è uscito vincitore. E fisicamente disfatto. Da dopo la deposizione famosa l’andatura si è fatta più incerta, la voce più esitante, interrotta qua e là dalla forza necessaria a presentarsi ancora dritto e capace di procedere fino alla fine del semestre europeo. Come aveva promesso.

Anche questo è un esito di una lunga educazione: della fedeltà, tutto sommato, al modo flebilissimo di manifestare le gioie, il dolore, la sofferenza, la dedizione al suo popolo.

 

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