I minions e papa Francesco

25 Settembre 2015 ore 10:20

Scusate, ma non lo so dire in un altro modo. L’altro giorno i miei nipoti mi hanno portato a vedere I minions, capolavoro assoluto che attendevamo da tempo seguendo sulla rete tutte le possibili modalità di accesso, i trailer, i commenti, le confessioni dei doppiatori e quant’altro.

Educatissima, mia moglie continuava a darmi colpetti sul braccio per significarmi che però non riusciva a capire bene quel che stessero dicendo quei giallini in maschera subacquea per cui noi ci sbellicavamo dalle risa. Avevo un bel dirle – sottovoce – che non importava, che faceva niente, che doveva essere così. Lei – giustamente, dal suo punto di vista – avrebbe ugualmente voluto capire bene.

Poi le abbiamo spiegato che il linguaggio dei minions è per tre quarti incomprensibile fin dalle origini: è programmato per non essere compreso, perché quel che si deve capire lo si capisce ugualmente dalle espressioni, dal movimento della scena, da tutto il resto. L’ormai celebre «Hello papaghéna tu l’è bèla con la papaya» con Stuart appoggiato all’idrante giallo con le tette laterali è una scena irresistibile anche se la frase, di per sé, non appartiene ad alcuna lingua riconosciuta ufficialmente. Altre scene – quella dell’impiccagione trasformata in gioco da tappeto elastico, per dirne solo una – riducono in maniera ancora più drastica l’apporto del parlato: ma basta cogliere anche solo un frammento laterale, un’orecchia della pagina del discorso per essere mossi al riso. Certe volte basta fissarsi sul modo con cui girano gli occhi di Bob per sentirsi proiettati nel suo mondo interiore.

Chi ha pensato questa forma comunicativa e l’ha realizzata in questo modo strepitoso è semplicemente un genio di prima grandezza che – non sappiamo se coscientemente o no – risolve operativamente molti dei problemi lasciati aperti da Robert L. Stevenson (L’Isola del Tesoro, …) per quel che riguarda la narrativa e Roman Jakobson – nonché Michail Bachtin – per quel che riguarda la linguistica. Ma non è questo quel che importa. Non è assolutamente questo. Quel che importa è che i minions non comunicano eminentemente con le parole ma che noi, se ci lasciamo andare al loro inarrestabile flusso vitale, entriamo ugualmente nel loro mondo, partecipiamo perfettamente della loro vita. E siamo contenti che questo accada.

Che quest’opera sia mille miglia avanti rispetto al modo di comunicare – ad esempio – dei media più accreditati (stampa, televisione, blog) lo si percepisce in questi giorni ascoltando o leggendo i resoconti della visita del papa a Cuba e negli Stati Uniti: i tg e le cronache su carta o schermo continuano a ripetere che il papa ha detto questo e quest’altro (ha parlato contro il commercio mondiale delle armi, contro la pena di morte, ha difeso la vita, ha fatto l’elogio della terra dei forti e del paese dei coraggiosi, ha paragonato gli homeless a san Giuseppe, …). E così facendo riportano esattamente il testo del papa. E si perdono tutto il resto.

Perché il linguaggio del papa funziona come quello dei minions: quel che Francesco dice con le parole è meno di un decimo di quel che comunica con tutto il resto: con quella cosa bianca (l’altra sera un sarto specializzato in abiti per religiosi ha detto che costerà sì e no 70 euro) trasparente al punto che sotto si intuiscono i pantaloni neri, con le facce, col modo che ha di respirare e di voltarsi, col sorriso. E poi c’è il tono della voce, la mano che si muove, l’organizzazione stessa, la sequenza degli incontri, il modo di reagire agli imprevisti, …

Certo, che la pena di morte vada abolita volete che un papa non lo pensi? Che il commercio delle armi dipenda dalla brama di denaro, quante volte lo avrà già detto? E chi non lo sa, del resto. Ma non è questo il punto: il punto è che se si continua a cercare solo nelle sue parole il senso di quel che dice si rischia di perdersi il piacere stesso della profondità di chi le pronuncia che, come quella del piccolo Bob che dorme placidamente mentre Scarlet racconta agli altri due storie atroci e paurose, è esposta alla superficie stessa delle cose (Chi ha già detto una cosa simile? Oscar Wilde, può essere?). Dormendo abbracciato al suo orsacchiotto Bob dice che si sente sicuro in compagnia degli altri due, che non teme il mondo. Che è certo che nessun flagello verrà alla sua tenda.

Tutti sanno che papa Francesco tiene sul suo tavolino la statuina di un amico al quale si rivolge – lo ha ricordato anche ieri agli homeless – nei momenti più imbrogliati: è san Giuseppe che dorme. Che dorme sicuro nelle braccia di Dio. Che comunica la sua fede col suo stesso abbandonarsi al sonno. Nel presepio napoletano è il personaggio di Benino, il pastore dormiente. Credo che i media, noi tutti che scriviamo, avremmo da imparare molto da questa innovazione stilistica antiriduttiva, chiamiamola così: che non si riduce alle sole parole.

Il cristianesimo ha già compiuto, anni fa, una simile innovazione: quando ha trasformato il modo stesso di chiamare la parola. Prima di diceva “verbum” o “sermo”, poi la si è detta “parola” da “parabola”, per indicare il modo di parlare tipico di Gesù di Nazareth. Per parabole, appunto. Ossia mediante tutto ciò – padroni e servi, figli scapestrati, fiori di campo, grano e gramigna, … – che sta attorno alle parole. Mediante la scena in cui accadono, più che per quello che significano prese una per una. È il modo con cui capiscono le cose i bambini che dobbiamo tornare ad essere, ha detto lui.

W i minions. W papa Francesco. W i miei nipoti. Qualcun altro?

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