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Il bel libro che i suoi amici di Orobie hanno dedicato all’alpinista Merelli

Il bel libro che i suoi amici di Orobie hanno dedicato all’alpinista Merelli
Personaggi 26 Gennaio 2016 ore 17:10

Per gentile concessione dell’editrice Orobie, pubblichiamo la prefazione di Pino Capellini e Emanuele Falchetti al libro Mario un cuore grande, vita, imprese, sogni dalle Orobie all’Himalaya, dedicato alla vita, alle imprese e ai sogni dell’alpinista bergamasco Mario Merelli, morto nel gennaio di tre anni fa mentre scalava lo Scais, la montagna di casa. Il volume, in edicola da questa mattina in allegato a L’Eco di Bergamo e a La Provincia di Lecco, è un bellissimo omaggio a quest’uomo indimenticabile, non solo per le sue imprese sulle cime di tutto il mondo (23 spedizioni extraeuropee e i 10 Ottomila conquistati), ma anche per la sua umile grandezza. Chi ha conosciuto Merelli sa bene quanto l’alpinismo fosse importante per lui, ma sa anche come prima delle cime venissero le persone, il rapporto con i compagni di cordata e, più in generale, con quanti gli erano vicini, gli amici. Capitoli fondamentali della sua vita sono stati la famiglia, il Cai e i progetti di solidarietà. Il volume di 144 pagine, con tante splendide illustrazioni (costa 9,70 euro più il quotidiano), verrà presentato ufficialmente al Palamonti, a Bergamo, domenica 7 febbraio a partire dalle ore 18.

 

Ricordare è farlo vivere

di Pino Capellini ed Emanuele Falchetti

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Mario avrebbe scritto un libro sulla «sua» montagna. Ne accennava ogni tanto agli amici. Un’idea, più che altro. Forse era stato stimolato da chi, avvicinandolo dopo una delle conferenze in cui spiccavano le sue doti di comunicatore: «Mario, perché non scrivi un libro?». Ma a un progetto vero e proprio ancora non pensava. Sicuramente gli piaceva la carta stampata. Ce ne rendevamo conto noi, che di carta stampata viviamo. Non frequentava le redazioni dei giornali, ma quella di Orobie sì. Forse per l’ambiente più raccolto, forse perché lì si parla e si scrive di montagne; forse perché anche noi, pur con le debite proporzioni, amiamo i grandi spazi e li sogniamo un po’.

Questo non è sicuramente il libro che lui aveva in mente. Questo è un libro fatto di frammenti: di ricordi commossi, di testimonianze, di brevi memorie, di frasi colte al volo, di fotografie che abbiamo riunito per delineare il ritratto di questo amico, di questo grande alpinista che quando parlava di montagne intendeva parlare di sogni. Alcuni realizzati, altri collocati all’orizzonte, altri in lontananza, non ben definiti, come il profilo dei monti di casa osservati al tramonto, tra le ultime luci del giorno e le ombre sempre più vicine della sera. Ma a differenza di tanti – e tra chi va in montagna non mancano certo i sognatori – Mario ai propri sogni ci credeva. E riusciva a realizzarli. Perché li sentiva dentro. «Non inseguo record – diceva – ma vado lassù perché sono posti incredibili».

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È commovente stare a sentire Dino, il fratello maggiore, quando cerca di spiegare quanto fosse speciale il rapporto tra Mario e le montagne. Seduti vicini, davanti al panorama delle Orobie e Mario che lo incalza: «Va bene questi panorami, ma che cosa ti fa pensare essere qui a guardarle?». Non gli bastavano le risposte del fratello. Mario era alla ricerca di qualcosa di più. «Tu vedi – diceva Dino – oltre le solite cose».

La testa è piena di sogni, scriveva Mario in una breve nota per l’Annuario del Cai di Bergamo dopo la bellissima salita del Gasherbrum II e dopo aver fallito per pochi metri il Lhotse. Nella discesa con un tempo infernale si era detto che avrebbe potuto starsene tranquillo a casa sua, a Lizzola. Ma poi subentrava, insopprimibile, la voglia di mettersi di nuovo in gioco… «di continuare a sognare e di farvi sognare». Ancora una salita, ancora il desiderio di esser lassù: «Dove l’aria è sottile, dove è la nostra forza di volontà a farci mettere un piede davanti all’altro per ore e ore, per giorni, per arrivare infine in cima…ma in cima dove? In cima ai nostri sogni».

 

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Come ammise una volta al ritorno dallo Shisha Pangma, per qualcuno la vetta è un punto d’arrivo, per altri una tappa di un lungo cammino. Aveva nello zaino 18 spedizioni e ben dieci Ottomila, ma a chi gli chiedeva se il suo obiettivo erano tutte e 14 le cime più alte della Terra lui evitava di rispondere direttamente. Sì, diciamo che erano nei suoi programmi e che portare a termine tutte quelle salite gli era sicuramente possibile. Ma per lui in fin dei conti, la meta ultima di ogni spedizione erano la sua valle, la sua gente, il suo minuscolo paese nella cornice di cime dove aveva incominciato a sognare e dove i suoi sogni lo riportavano. La grande amicizia, l’affetto profondo che ci legava a lui ci conduce lassù, vicino a lui, anche in queste pagine. Alle montagne dove si è conclusa la sua troppo breve esistenza.

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