Il papa e la buonanima di mia zia (se è gratis è gratis, e fatela finita)

17 Ottobre 2015 ore 12:00

Non fosse che mia zia è morta l’anno scorso, questa cosa che ha detto il papa in Santa Marta gliela leggerei centomila volte, per vedere se si convince.

Perché mia zia – diceva mia madre, cioè sua sorella – aveva questo come problema: che non le si potevano fare regali. Non che ci impedisse di farglieli o che non fosse contenta di riceverli: il dramma era che lei voleva sempre contraccambiare, e si dannava per questo a cercare le cose che più ci potessero far piacere. Mentre la sola cosa che noi avremmo voluto era che si prendesse il suo regalo contenta, e che la cosa fosse finita lì. Che si mettesse il suo golfino, il suo cappottino che le piaceva tanto, e che la cosa finisse lì. Quanti regali non le abbiamo fatto perché non volevamo che si scapicollasse in giro per trovar qualcosa per noi. Niente: era fatta così. Peggio per lei.

Giovedì 15 ottobre, il papa ha detto finalmente una parola definitiva sulla questione. Citiamo dal sito ufficiale: «Una delle cose più difficili da capire, per tutti noi cristiani, è la gratuità della salvezza in Gesù Cristo». Cioè facciamo come mia zia, che non capiva che la cosa che più ci avrebbe fatto piacere era il fatto che lei accettasse il regalo solo perché a noi era piaciuto farlo. Punto. «Noi – ha osservato il Pontefice – siamo abituati a sentire che Gesù è il Figlio di Dio, che è venuto per amore, per salvarci e che è morto per noi. Ma lo abbiamo sentito tante volte che ci siamo abituati». Ci siamo abituati: nel senso che pensiamo che siano solo cose che si dicono così, tanto per dire. E qui il colpo di frusta: «Quando entriamo nel mistero di Dio di “questo amore senza limiti”, ha soggiunto, rimaniamo “meravigliati” e, forse, “preferiamo non capirlo”».

Eccolo qui, il nostro grandissimo Francesco: «preferiamo non capirlo». Questo è il punto: la frase direbbe che ci ha salvati gratis. Che sarebbe anche una bella cosa. Una gran bella cosa. Se subito dopo non ci venisse da pensare: sì, ma allora, noi che ci stiamo a fare? Come se fosse niente metterci il cappottino tranquilli e andare a spasso contenti. Contenti di non poter restituire. Contenti e basta. A me, se mi regalasasero una Leica digitale, farebbero solo un gran piacere (lo dico così, caso mai a qualcuno venisse in mente). Soprattutto perché non avrei come corrispondere, tanto un simile oggetto eccede le mie disponibilità. Figuriamoci la salvezza eterna: canti e balli dalla mattina alla sera e qualche mission impossible che so? per salvare i cristiani in Siria (e anche i non cristiani, dato che siamo in zona). Cosa potrei dare in cambio di questo?

Quid retribuam Domino pro omnibus quae tribuit mihi (Cosa darò al Signore in cambio di tutto quel che mi ha dato?), dice il salmo. E continua: Calicem salutaris accipiam; et nomen Domini invocabo. (L’unica è scolarmi la salvezza fino all’ultima goccia come fosse una botte di Sassicaia e poi tornare a chiedergli se può darmene ancora un po’). È questo che non capiamo (che non vogliamo capire): che se ci piace il suo vino, l’unica è ubriacarsene. (Ubriacarsene santamente, ovvio. Ma poi nemmeno tanto, come direbbe Teresa d’Avila).

Ero così felice di questa omelia – perché quando lo dicevo io, che non c’era altro da fare che starsene lì buoni a prendere l’acqua a scrosci, non ci credeva nessuno – che ho passato la mattina ad ascoltare in tutte le possibili salse youtubiche il Dies Irae, cominciando da Mozart e poi via via tutti gli altri. Lo ricordate, il Dies Irae, la poesia che mette in scena il giorno del giudizio. Il Signore arriva, apre il libro, tutti intorno tremano in attesa del verdetto. E Tommaso da Celano – probabile autore del testo – si domanda: «e adesso, se mi chiede qualcosa, io che gli rispondo?» e mette giù, come su un foglietto di appunti, le parole che ritiene utili per l’occasione. Gli dirò:

 

Rex tremendae majestatis,                 Maestà, la cui presenza ci fa tremare

qui salvandos salvas gratis,                tu che salvi gratis quelli che aspettano di essere salvati

salva me, fons pietatis.                       salva anche me, dato che sei la fonte della pietà

 

E prosegue, stupendo:

 

Recordare, Jesu pie,                           Ricordati, Gesù che sei pietoso

quod sum causa tuae viae                  che io sono la ragione per cui tu sei venuto qua a trovarci

ne me perdas illa die.                          Non perdermi proprio all’ultimo tuffo.

 

Quaerens me, sedisti lassus,              Mentre mi cercavi hai dovuto riposare, tanto eri stanco,

redemisti Crucem passus:                  per riscattarmi hai affrontato il supplizio della croce

tantus labor non sit cassus.                adesso non mandare a pallino tutto questa fatica.

 

Non gli dirà, Tommaso: però ho voluto bene a questo e quello, ho fondato sette chiese e ripescato dal mare dieci barconi. Gli dirà: hai detto che hai fatto gratis quel che hai fatto. Manca solo l’ultimo timbro: non buttar via il lavoro fatto fin qui. Altrimenti, che re saresti? Bravo Tommaso! questa è la fede, non altro.

Tanto è vero che Francesco, alla fine, dice che convincerci che le cose stanno così, per noi, è una lotta: «è una lotta che noi portiamo dentro». Perché noi vogliamo essere bravi. Vogliamo meritarcela, la salvezza, per poter dire di essere stati bravi. E, soprattutto, vogliamo essere stati un po’ cattivi per poterci lamentare di noi. Che è il massimo. Mentre – sempre il papa – dice che «ci farà bene oggi domandarci: io credo che il Signore mi ha salvato gratuitamente?». Ancora, «io credo che io non merito la salvezza?»

Che non vuol dire quel che ci dicevano le sante suore, che dobbiamo essere umili e modesti perché noi non meritiamo la salvezza come un bambino che è stato cattivo durante la giornata ma i suoi lo vogliono lo stesso a cena. No. Vuol dire: riusciamo a convincerci che la salvezza non dipende da come siamo bravi, che non possiamo accedervi per meritocrazia celeste – in base ad un curriculum di opere pie ciascuna con un suo quoziente di difficoltà come nei tuffi dal trampolino o per una serie di crediti ottenuti alla scuola di dottrina – ma solo perché lui ci ha regalato la Leica e l’unica cosa che gli importa è che la usiamo per fare fotografie e non per metterla via, che non si sciupi? zia Luisa: hai capito?

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